di Renzo Rubele.
Qualche tempo fa – e stiamo parlando dell’anno scorso – le cronache e i commenti dei giornali pullulavano di interventi sulle sorti del sistema universitario italiano, anche in relazione alle vicende parlamentari della ben nota “legge Gelmini”, meglio individuabile con la sua denominazione ufficiale di «Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario». Studenti nelle strade, ricercatori sui tetti e professori in trincea accompagnavano le ultime fasi della discussione e dell’approvazione del corposo testo di legge, mentre dalle colonne dei quotidiani fioccavano le opinioni di coloro che se la prendevano con tutti quanti – studenti, ricercatori e professori – oltre a quelli che ce l’avevano con il Governo.
Dopo quel passaggio parlamentare, che era stato propagandato come la realizzazione di un punto rilevante dei programmi dell’attuale maggioranza, l’attenzione sulla situazione delle nostre Università è di molto calata, tranne qualche dispaccio informativo relativo ai cosiddetti “provvedimenti attuativi” della legge stessa. Questi, come sanno bene gli addetti ai lavori, riguardano i numerosi aspetti per i quali la legge ha rimandato o delegato importanti porzioni dell’impianto normativo a decreti governativi. Parallelamente, le singole Università hanno dovuto procedere a significative revisioni dei propri Statuti e regolamenti interni – lavori di cui, peraltro, si è occupata la stampa locale e attorno ai quali non sono mancati confronti e dibattiti, anche aspri.
L’occasione per riprendere uno sguardo globale sulla politica universitaria è arrivata in coincidenza con la “lettera d’intenti” del Governo italiano alle autorità europee dello scorso 26 ottobre, nella quale si prometteva di concludere il processo attuativo della riforma entro il 31 dicembre, e veniva annunciato che
«Si amplieranno autonomia e competizione tra Università. Si accrescerà la quota di finanziamento legata alle valutazioni avviate dall’ANVUR e si accresceranno i margini di manovra nella fissazione delle rette di iscrizione, con l’obbligo di destinare una parte rilevante dei maggiori fondi a beneficio degli studenti meno abbienti. Si avvierà anche uno schema nazionale di prestiti d’onore.».
Ora, qualcuno si è preso la briga di fare il punto della situazione della riforma (ci riferiamo alla Conferenza dei Rettori, nonché a fonti giornalistiche e sindacali), e ci fa sapere che su 45 decreti attuativi solo 14 sono stati finora pubblicati in G.U., mentre per molti altri, e in particolare per quelli che disegnano le caratteristiche del nuovo sistema di abilitazione e reclutamento dei Professori, siamo ancora a metà strada. Per essere precisi, il Ministero ha provveduto anche alla stesura di altri testi - quasi tutti quelli più importanti -, ma l’iter di questi provvedimenti prevede sempre una serie di controlli amministrativi e di merito, in capo ad organi dello Stato (i.e.: Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Presidenza della Repubblica, talvolta le competenti Commissioni Parlamentari) o ad altre istanze di consulenza o rappresentative della comunità accademica (CUN, CRUI, ANVUR, CEPR), e quindi i tempi si allungano. Questo è il prezzo per aver voluto architettare un intervento di riforma basato su un ampio ricorso alla delega normativa, la quale, per contrappasso, è soggetta ad un percorso ben più accidentato della legislazione ordinaria, oltre ad avere bisogno per propria natura di numerosi approfondimenti tecnici. D’altra parte, solo per 8 Università (4 Statali, 4 private) gli Statuti riformati secondo la legge sono già stati approvati dal Ministero, mentre per ulteriori 39 la valutazione dei testi è in corso. Le altre 32 Università non hanno ancora inviato al MIUR il proprio, con il rischio, ora, che venga applicata la norma-mannaia che prevede, scaduto il tempo concesso dalla legge, che sia il Ministero ad avocare a sé, tramite una Commissione tecnica, la riscrittura dei relativi testi.
Insomma, il cantiere della riforma è ancora in gran fermento, e non saranno dei pur benvenuti controllori del Fondo Monetario Internazionale, o della UE, a poter cambiare questo stato di cose. Salta allora all’occhio, per stridente contrasto, la proposizione secondo la quale il Governo intenderebbe ora «ampliare autonomia e competizione tra Università». Il principio ispiratore della riforma Gelmini era stato infatti quello di sanare le storture che la “corrotta classe accademica” aveva trasposto nella gestione delle Università, in questi 10-15 anni caratterizzati da una maggiore autonomia didattica, finanziaria e organizzativa. O almeno questo era il tono prevalente di numerosi politici e commentatori, anche di osservanza governativa, che hanno infierito senza pietà, e spesso anche senza spirito di verità, su svariate circostanze fattuali e di responsabilità relative ai nostri Atenei.
Il diluvio normativo si è quindi abbattuto in maniera massiccia, fino ad entrare nel Sancta Sanctorum del reclutamento e dei concorsi, per i quali si è arrivati, da taluni quartieri, a preconizzare una pressoché completa soggezione delle commissioni giudicatrici ad un insieme di prescrizioni che impongano la valutazione della produzione scientifica dei candidati con rigidi criteri bibliometrici. Altre norme dettano similmente parametri numerici per questo o quell’aspetto organizzativo, dalla dimensione minima dei Dipartimenti in termini di personale accademico, ai requisiti per l’esistenza di settori concorsuali indipendenti. La perdita di autonomia si era peraltro già avuta anche con paralleli provvedimenti di natura finanziaria tendenti a limitare il turnover del personale e le nuove assunzioni, anche in questi casi mediante tutta una serie di paletti che muovevano in direzione contraria ai contenuti delle riforme del precedente decennio.
Intendiamoci: noi, personalmente, non siamo pregiudizialmente contrari alla regolazione in quanto tale, ma spesso abbiamo avuto ed abbiamo da obiettare sulla sua qualità e sulla sua portata. In questo caso, però, dobbiamo anche notare una “dissociazione da sé stesso” nelle parole del Governo, la qual cosa ci fa naturalmente interrogare sulla vacuità di certi intendimenti. In merito alla prevista «competizione» tra Università dobbiamo osservare che il dibattito sul merito continua ad essere piuttosto astratto ed ideologico, e soprattutto inadeguato alle caratteristiche e alle peculiarità del settore universitario e della ricerca. Da una parte, hanno sempre avuto grande spazio quei polemisti che applicano all’Accademia gli stessi concetti usati (o imparati) per l’economia di aziende di beni e servizi puramente soggetti al mercato, e tendono a obliare il fatto che l’impianto giuridico-istituzionale che è lì, ed è operante, per il settore universitario, è stato voluto e si giustifica (non solo in Italia) sulla base di principi e considerazioni in larga parte diverse. Per altri versi continuano ad avere molta presa coloro che lanciano, magari ad ondate periodiche, delle campagne di invettiva cariche di furore ideologico contro terribili “privatizzazioni” alle porte, o “sottomissioni alla logica economica” del sacro tempio dell’Università – ovviamente da vedersi come inscindibilmente pubblica, Statale e, ça va sans dire, democratica.
Non sappiamo quali ulteriori provvedimenti o azioni il Governo possa adottare per dare corso a questo intendimento. Si fa cenno alla “quota di finanziamento legata alle valutazioni avviate dall’ANVUR”, l’Agenzia nazionale di valutazione, che, però, è entrata in funzione da poco, e (se è questo ciò a cui si allude) sta per avviare un proprio esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca - ma i primi risultati saranno noti solo a metà del 2013. Detto questo, le considerazioni sull’utilizzo, anche finanziario, dell’esito di queste valutazioni sono soggette alla stessa cornice “critica” che avevamo tratteggiato in un intervento di alcuni mesi fa, e che rimane tuttora valida. Insomma, vogliamo dire e ribadire che, volendo fare un confronto, in un Paese come il Regno Unito un sostanzioso finanziamento selettivo alle diverse Università si giustifica all’interno di una politica di forte diversificazione nelle funzioni e nei compiti di ciascuna istituzione, laddove solo quelle ad “alta intensità di ricerca” potranno acquisire maggiori risorse strumentali ed umane, e competere meglio anche con il successivo ricorso alla cospicua parte di finanziamento “a progetto”, quasi assente in Italia. Al contrario, da noi questa politica non è sancita da nessuna disposizione analoga, anzi si afferma esattamente il contrario, e cioè che tutte le Università devono fare ugualmente didattica e ricerca (e quindi essere attrezzate per questo, nevvero?), e lo statuto giuridico dei docenti e di tutto il personale è ritagliato sulla medesima concezione di fondo. Per quanto riguarda la politica dell’istruzione terziaria tecnico-professionale rimandiamo ad un altro nostro articolo del mese scorso.
Già adesso, da un paio d’anni, è operante una “quota premiale”, i cui fondamenti malfermi non osiamo commentare in poche righe. Quello che accade, nelle Università “punite” (e in molte altre, a causa della riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario), lo possiamo vedere chiaramente: tagli alle sole voci di spese “operabili”, cioè ai laboratori, alle biblioteche, agli assegni di ricerca e ai dottorati; non si possono invece sanzionare i responsabili delle eventuali cattive prestazioni, anche qualora si potessero individuare con “valutazioni dell’ANVUR”. Si preclude, cioè, la possibilità di cambiare e di migliorare, rendendo la vita ancora più dura a chi fa bene, e penalizzando in modo particolare i giovani. A nostro avviso, insomma, c’è molta “gesticolazione” e ancora troppo spazio per trombe e tromboni ideologici più che per fatti e idee chiare.
Circa i «margini di manovra nella fissazione delle rette di iscrizione» vorremmo capire le reali intenzioni del Governo, visto che il Ministro Gelmini si è affrettata a negare la validità di questo proponimento. Ci pare una concessione aggratis per qualche opinionista e che, comunque, non ci convince dal punto di vista dei princìpi – ma questa è in ogni caso una valutazione schiettamente politica. In materia di prestiti d’onore attendiamo la messa in opera dei già previsti Fondi e schemi di assegnazione, sui quali ci permettiamo di sollevare dubbi in merito ad un reale impatto sul diritto allo studio, e non solo per la carenza di fondi. Anche in questo caso ci pare che l’improvvisazione che caratterizzava le idee avanzate anni fa non sia venuta meno.
Se volessimo dare un giudizio sintetico su questa nuova fase delle nostre politiche dell’istruzione superiore, diremmo che siamo ancora in alto mare, e che non sappiamo, veramente, che cosa vogliamo fare delle nostre Università. Ci servono? Perché? Siamo coscienti dei punti di forza e di debolezza (quelli veri, non quelli del chiacchiericcio giornalistico)? Perché abbiamo le idee confuse su princìpi e concetti di base? Aspettiamo, magari FMI e UE potranno almeno essere utili allo scopo.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti





Caro Renzo
Nella (famosa) ultima letterina di B. all’Europa (ah ah) tra le molte promesse c’e’ anche quella di completare la riforma dell’universita’ approvando tutti i regolamenti previsti (i 45 che citi) entro il 31-12-2011. Tu come la vedi? Specie adesso che il governo, di fatto, non c’e’ piu’….
@ Francesco
Come ho scritto, il percorso lungo e accidentato dei “decreti attuativi” era sicuramente prevedibile, a causa delle “stazioni obbligatorie” e della complessità stessa di alcuni contenuti (vds. abilitazione scientifica). Ribadisco quindi che “non saranno dei pur benvenuti controllori del Fondo Monetario Internazionale, o della UE, a poter cambiare questo stato di cose”.
Per quello che possiamo immaginare, siccome alcuni elementi rimangono molto controversi nella comunità accademica, vi saranno tensioni aggiuntive per sfruttare ritardi e dilazioni e.g. presso il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti al fine di bloccare qualche provvedimento. Ma prima delle dimissioni di questo Governo, ritengo che il Ministro Gelmini opererà per licenziare quanti più decreti mancanti possibile.
Quindi o fa i decreti in 15 giorni oppure il governo resta fino al 31 dicembre … oppure non li fa (sia che duri 15 giorni sia che duri ad libitum).
Oppure, cosa più probabile come spesso accade in Italia, non farli e lasciare la rogna al prossimo governo …