Codice fiscale o codice assistenziale?

di Maurizio Bovi.

Foto: aldoaldoz

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Gli esperti di sistemi spesso dicono, tra il serio e il faceto, che un sistema complesso è in grado di fallire in infiniti modi e che, più grande è il sistema, maggiore è la probabilità che esso non funzioni. La pubblica amministrazione (PA) di un paese economicamente e socialmente avanzato come il nostro rientra certamente tra i sistemi più difficili da gestire. Federalismo, informatizzazione e semplificazione sono alcune delle risposte che la PA sta dando alla propria complessità. In questo post, mi limito al terzo tipo di intervento avanzando due piccole proposte operative.

Tra gli obiettivi finali degli interventi semplificativi c’è quello di trasformare la PA in un elemento di supporto, piuttosto che di intralcio, a famiglie e imprese. Molti cittadini conoscono per esperienza diretta quanto può essere aberrante e snervante, oltreché inevitabile, avere rapporti con la PA. A livello aggregato, si possono citare le recenti stime elaborate dal ministero della Funzione Pubblica e da quello per la Semplificazione Normativa. La Funzione Pubblica ha misurato in oltre 21,5 miliardi gli oneri amministrativi, nelle sole materie di competenza statale, che ogni anno gravano sulle imprese. La Semplificazione Normativa ha quantificato in oltre 430mila il numero degli atti pubblicati in Gazzetta Ufficiale. Utilizzando una stima prudenziale della Commissione Europea, la semplificazione potrebbe ridurre gli oneri a carico delle imprese fino ad un risparmio di circa 18 miliardi di euro annuali. Numeri che vanno letti alla luce degli svariati interventi sedimentatisi a partire dalle cosiddette “riforme Bassanini” degli anni “90. Ovvero, di strada da fare ce n’è ancora tanta.

Un termine che ricorre spesso negli interventi di semplificazione è “unico”. C’è il Modello Unico e i Testi Unici in materia fiscale, lo Sportello Unico per le attività produttive, il Libro Unico del lavoro, il Documento Unico di regolarità contributiva, la Comunicazione Unica per l’avvio dell’impresa e così via unificando. Ciò non può sorprendere. Una delle più urticanti perdite di tempo e denaro, frequentemente denunciata da noi amministrati, è l’avere a che fare con un labirinto kafkiano di interlocutori autoreferenziali, spesso organizzati a tenuta stagna e cioè predisposti per quel compito, solo per quel compito e, senza eccezioni, “dalle…alle”.

Se associare in modo univoco un operatore pubblico ad uno privato è una soluzione che spesso trova riscontri positivi anche presso il settore privato, si potrebbe pensare ad eseguire anche la mappatura inversa. Ovvero, un unico PIN per ciascun cittadino in modo da averne a disposizione il completo profilo di lavoratore, contribuente, risparmiatore e consumatore “in un click”. Mentre la precedente associazione uno-a-uno consente risparmi al settore privato, il PIN aiuterebbe la PA ad ottimizzare la gestione sia delle entrate che delle spese pubbliche. In realtà, una sorta di PIN c’è già: si tratta del codice fiscale, che ormai è andato ben oltre la caratterizzazione della sola dimensione contributiva del cittadino, accompagnandolo “dalla culla alla tomba” in molte delle sue decisioni economiche. Il codice fiscale, tra l’altro, è la base del motore di ricerca del Fisco a cui è stato dato l’evocativo nome di “SERPICO” (SERvizio Per le Informazioni sul COntribuente), il famoso e inflessibile poliziotto del cinema. Anche questo servizio può essere ricondotto alla logica della semplificazione come unificazione. Nel relativo data base, infatti, vengono convogliate le informazioni provenienti da fonti diverse che, talvolta, sono poco intercomunicanti. In questo modo, SERPICO consente di incrociare informazioni piuttosto dettagliate e aggiornate su ciascun contribuente. E’ possibile conoscere i redditi percepiti, i perimetri catastali di case e terreni posseduti, i dati relativi alle automobili, moto, barche. Ma si possono avere informazioni anche sulle spese sostenute per elettricità, gas, telefono, viaggi e simili. Infine, si può sapere se l’utente ha pagato i contributi per la colf e quale modello ISEE ha presentato per mandare il figlio a scuola. Insomma, grazie al codice fiscale e a SERPICO si può tracciare un identikit multidimensionale e piuttosto particolareggiato del cittadino. L’Agenzia per le Entrate stima che, grazie al combinato disposto spesometro più redditometro, il recupero dell’evasione per il 2011 potrebbe arrivare a 20 miliardi. Aspettiamo di vedere se il nostro poliziotto informatico sarà riuscito nella sua funzione dichiarata di bounty killer degli evasori. Nel frattempo, si avanzano due suggerimenti operativi e qualche considerazione “filosofica”.

Prima proposta: se compatibile con le esigenze di polizia, si potrebbe usare il codice fiscale anche come numero della patente, del passaporto e simili in modo da consentire a SERPICO di avere un identikit ancora più completo del cittadino. Anche quest’ultimo potrebbe apprezzare la riduzione di numeri identificativi: la logica è infatti sempre quella della semplificazione via unicità. D’altronde, l’evoluzione di un codice nato “settoriale” in un PIN “globale” è comune a molti paesi. Negli USA, ad esempio, il social security number era all’inizio concepito per finalità di welfare, oggi è un elemento in pratica immanente nella vita quotidiana degli statunitensi. Andrebbero, comunque, affrontati i problemi legati al codice fiscale. Esso, alla nascita, non era pensato come PIN, bensì come promemoria anagrafico finalizzato, come suggerito dal nome, al cittadino-contribuente. Dovendo essere mnemonico, il codice fiscale ha dei difetti. Tra i principali figura l’omocodia, cioè la situazione in cui diversi individui hanno lo stesso identico codice poiché omonimi e con gli stessi estremi anagrafici. I dati disponibili dicono che ci sono circa 15.000 casi di “gemelli fiscali” che, per ora, vengono risolti dall’Agenzia delle Entrate. Il fenomeno è però certamente destinato a crescere, poiché la conoscenza dei dati anagrafici degli immigrati è sovente incompleta, il che impedisce di determinare in modo adeguato il codice fiscale. Si pensi al caso non raro in cui è noto con certezza solamente lo stato di provenienza e/o solo l’anno di nascita dell’immigrato: è ovvio che la probabilità di omocodia aumenta di molto. Carte con microchip e/o con dati biometrici potrebbero aiutare. In qualche regione, seppure con finalità settoriali, tessere del genere già esistono e funzionano.

Seconda proposta: visto che è già operativo e funzionale per accrescere le entrate della PA (almeno a sentir dire il Fisco), perché non usare SERPICO anche per ottimizzare la spesa sociale? In fondo, è facilmente intuibile che la spesa per welfare non è altro che tassazione negativa. Ed è altrettanto immediato esemplificare come usare il segugio fiscale al fine di distribuire al meglio i soldi pubblici. Chi evade, è poco o nullatenente per il Fisco: c’è dunque il rischio concreto che il falso incapiente risulti beneficiario di qualche bonus sociale. Una banca dati a 360° come quella gestita da SERPICO potrebbe evitare che al danno si aggiunga la beffa. Insomma, perché non usare SERPICO anche come strumento di welfare per decidere l’accesso o meno a determinate politiche, servizi ed erogazioni di sussidi?

Appare opportuno concludere con qualche considerazione sui problemi connessi a sistemi in stile SERPICO. Anche trascurando la possibilità che vengano rubate informazioni particolarmente sensibili, il principale problema di banche dati “orwelliane” è l’invasione della privacy. Qui la discussione sale ad un livello filosofico e nasce un dubbio amletico: dove finisce la libertà individuale e cominciano i bisogni collettivi? Eliminando gli estremi assoluti dell’anarchia e del totalitarismo si rimane, comunque, con infinite possibilità concrete: dalla socialdemocrazia di tipo scandinavo al capitalismo più spinto. Più pragmaticamente, è plausibile ritenere che la proposta qui avanzata di utilizzare SERPICO sia come strumento anti-evasione che pro-welfare, potrebbe rendere meno costoso per i cittadini cedere alla PA una parte della propria privacy. In fondo, la strategia di affiancare un poliziotto buono ad uno cattivo non di rado funziona. Anche cambiare il nome da codice fiscale a, diciamo, “codice assistenziale” potrebbe aiutare a rendere meno conflittuale il rapporto tra amministrati e Bureau. Analogamente dicasi per il nome, forse un po’ troppo aggressivo, di SERPICO. Qualche suggerimento per il nome del poliziotto buono?

 

iMille.org – Direttore Raoul  MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Ottavio

    Il codice fiscale di due persone con dati anagrafici identici NON è lo stesso: in questo caso il codice di controllo (l’ultima lettera) codifica anche l’ordine di attribuzione.
    Il problema si pone solo quando uno usa un programma per calcolare il codice fiscale a partire dai dati anagrafici: programma che ovviamente non può attribuire correttamente il codice di controllo.
    Ovviamente, fare così è esplicitamente vietato dalla normativa…

  2. erreerre

    \Mi sembra che la tua superficialità nel trattare un argomento così complesso deprima circa la possibilità cje le nuove leve del PD possano migliorare la sorte del paese.
    Studia cristiana studia.
    Per esempio comincia con lo studiare i temi relativi alla tutela della privacy. studia e cerca di capire perché il CF non è utilizzato come proponi, non certo perché non ci siera pensato.
    ogni studente di informatica sa che una chiave unca permette -con un click! che immagine banale – di collegare rapidamente tanti dati. quindi lo sanno anche i dinosauri della PA….

  3. Maurizio Bovi Maurizio

    @erreerre
    perchè non ci illumini tu sul perché non ci si era pensato?
    Certamente tu hai più conoscenze di informatica che di PA: i dinosauri della PA (questa sì che è una immagine non banale…) stanno tuttora pensando a come arrivare ad un codice unico, ma i problemi sono più burocratici che tecnici. Informati e poi facci sapere in maniera meno superficiale di quanto hai scritto finora le tue idee e proposte. Grazie.

  4. Maurizio Bovi Maurizio

    @Ottavio
    Nel testo c’è scritto chiaramente ed esattamente quello che dici tu e cioè che il problema dei codici gemelli viene risolto dall’Agenzia delle Entrate. Cioè, nel testo dico che esiste il problema dell’omocodia, non che coesistano due individui con lo stesso codice. Quello che voglio sottolineare è che un diverso metodo di codifica risolverebbe il problema a monte e cioè prima dell’intervento dell’Agenzia. Anche questa, in fondo, è una semplificazione

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