Zingaretti, tra Renzi e Ortodossi. Per fare cosa?

"Nicola Zingaretti" by Forum PA

di Marco Campione.

Avevo pensato che alla conclusione dell’ottobre democratico mancasse solo il Big Bang renziano, ma mi ero sbagliato. Non immaginavo che Nicola Zingaretti avrebbe abbandonato così presto la propria rinomata ritrosia (per lui sembrava esserci una sola priorità: il Campidoglio) per dire al mondo piddino “ci sono anch’io”.

Ho ancora delle perplessità sul fatto che Zingaretti rinunci così facilmente alla passeggiata di salute per la reconquista capitolina, ma forse il Nostro si è ricordato dell’esperienza di Cofferati a Bologna, che tutti immaginavano come propedeutica alla sua consacrazione definitiva come leader nazionale e invece è finita com’è finita: dimenticato a Bruxelles dopo essere stato acclamato come salvatore per aver lavato l’onta per una sconfitta inattesa. Oppure ha capito che, viste le condizioni disastrose in cui si trova Roma oggi, governarla potrebbe rivelarsi un suicidio politico come lo è stato per Alemanno (che però alle difficoltà oggettive ha aggiunto – va detto – un’inettitudine tutta soggettiva).

Ipotizziamo però per un attimo che Zingaretti sia pienamente e definitivamente “in campo”. Su che basi lo è? Per quel che riguarda i contenuti, linguaggio a parte, non vedo grosse differenze con quanto scritto da Renzi o proposto dalla minoranza veltroniana nei mesi scorsi. Per quel che riguarda l’Italia, parla di quattro cose: semplificazione e allegerimento della macchina statale; scuola, universita’ e ricerca da riformare profondamente; tassazione (appoggia la patrimoniale come ormai tutti nel centro-sinistra: fino a febbraio non era affatto così); appoggio alla flexsecurity. Nel concreto delle proposte sul lavoro, fa una proposta sulle aliquote fiscali e i prelievi contributivi sui contratti atipici e appoggia (senza menzionare la parola) la proposta sul contratto unico.

Nello spazio che mi resta, proverò ad analizzare cosa cambia invece nello scenario interno al Pd. Ovviamente è solo una prima analisi, necessariamente schematica e dunque superficiale. A giudizio di chi scrive, Zingaretti fa una scelta opposta a quella dei giovani turchi (o – con dei distinguo significativi, che non possiamo affrontare qui – Civati e Serracchiani) e Renzi (o – più cautamente e con molte meno velleità – i T-Party). Questi si sono posizionati alle “estreme” dello schieramento democratico: i primi a dialogare con Grillo, Vendola e l’enorme spazio che si è aperto alla sinistra di un Pd orfano consapevole della vocazione maggioritaria; i secondi con il Corriere della Sera e (forse) Montezemolo e il per ora piccolo spazio che si è aperto alla destra del Pd con la crisi di Berlusconi.

Zingaretti, al contrario, si colloca al centro e la sua forza per ora è tutta lì. Come spiega bene Menichini “i berlingueriani hanno governato il Pci e il Pds-Ds per anni, in questo modo” e lui non fa altro che scrivere “meglio di altri quella che dovrebbe essere la linea di Bersani, liberalizzatore anche lui nonostante le sbandate anti-europeiste e neostataliste della sua segreteria”.

Il Presidente della Provincia di Roma lo dice esplicitamente nel suo manifesto:

[Il Pd deve] sfuggire a due rischi che in questi anni hanno troppo caratterizzato il nostro discorso e la nostra azione politica: il rischio della conservazione (restare aggrappati alle certezze di ieri) e il rischio della subalternità (pensare che l’unico modo di essere innovatori è dire le stesse cose che dice la destra).

Vasto programma! In uno spazio assai ristretto, però.

Ristretto perché qualunque persona di buon senso (e Zingaretti è una persona di buon senso) sa che nessuno dei soggetti citati può essere schiacciato nel ruolo dei “conservatori” o dei “subalterni” a tutto tondo, senza farne così una caricatura. Finché lo si fa gli uni verso gli altri a fini di battaglia politica interna è legittimo (io stesso lo faccio consapevolmente), ma la realtà è ovviamente un po’ più complessa di come la dipingiamo per amor di polemica o per necessità di semplificare.

Ma ristretto soprattutto perché ci sono solo due modi per compiere un percorso del genere. Il primo, la scorciatoia: galleggiare tra una estrema e l’altra, provando a tenere dentro tutto e tutti, con inevitabile corollario di dover trattare la successione con gli attuali padroni di casa. Il secondo: il percorso impervio e dagli esiti incerti: portare avanti una proposta realmente innovativa, senza fare sconti a nessuno e senza aver paura di esplicitare i punti in comune con gli altri soggetti che hanno aperto le danze prima di lui.

Non è indifferente per la qualità del risultato finale (che non è vincere un congresso, ma governare bene il Paese) che Zingaretti scelga la prima o la seconda strada. Saprà resistere e non cercare scorciatoie?

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

6 Commenti

  1. A proposito di giovani turchi, curdi, civatian-serracchiani, renziani, zingarettiani e chi più ne ha più ne metta, c’è una lista (non esaustiva secondo me) su linkiesta: http://www.linkiesta.it/pd-correnti

  2. Gianni

    Zingaretti in quest giro serve solo a togliere voti a Renzi. Lui e’ un ortodosso, Che sta per persona seria.

  3. @Riccardo: mi sembra un po’ tirata per i capelli. A cominciare dai cognomi (ne sbagliano almeno uno a “famiglia”: un bel record :-)

    @Gianni: gli fai un torto: candidarlo a togliere voti a qcno ad un giro in cui non si vota…. suvvia :-)

  4. non so, io ho la sensazione (forse ottimistica) che sia orientato sulla “seconda via”. la cosa incoraggiante (per lui) è che ha un ottimo “capitale di immagine”. in questi giorni qua e là ho letto commenti di dirigenti pd di varia estrazione al manifesto sul foglio. tutti positivi. un piccolo segnale, ovviamente parzialissimo rispetto al quadro generale. ma mi ha colpito.

  5. Gianni

    Non lo so se non si vota. I tempi di Renzi, delle dichiarazioni di Zingaretti e deel’ intervista di Bersani al Mssaggero sono piuttosto indicativi. E i voti veri sono quelli che prendi ancora prma di candidarti.

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