di Pietro Raffa.

"Yes! (for Alternative Vote)" by Chris Jones
Su quali principi dovrebbe basarsi un progetto di legge elettorale che vada a sostituire la legge 21 dicembre 2005, n.270 (c.d. “Porcellum”)? Utilizzando una definizione del Professore Antonio Agosta dell’Università degli Studi Roma Tre (tra i massimi esperti nel campo a livello internazionale, che ho avuto la fortuna di avere come maestro), con la legge Calderoli ci troviamo di fronte ad un sistema “maggioritario nazionale di coalizione”, con successivo riparto proporzionale dei seggi all’interno di ogni schieramento. Cercherò di sottolineare i principali problemi che pone questo attuale congegno normativo e successivamente dirò la mia su una possibile proposta di legge.
La prima questione che salta agli occhi, analizzando l’attuale legge elettorale, è che a causa del premio di maggioranza spettante alla lista o alla coalizione di liste che ottiene la maggioranza relativa (alla Camera su base nazionale, al Senato su base regionale), i partiti sono portati ad un’aggregazione forsennata. Un’aggregazione solo momentanea ed apparente, data la successiva, evidente frammentazione interna alle coalizioni. Credo però sia giusto sciogliere un equivoco. Questo tipo di alleanze può delinearsi con qualsiasi sistema elettorale e lo dimostrano i fatti: tra il 1993 ed il 2005 gli italiani si sono recati alle urne votando con il cosiddetto “Mattarellum”(che potrebbe tornare in vigore dal 2012, per via referendaria), meccanismo mediante il quale il 75 % dei seggi veniva ripartito attraverso il sistema maggioritario uninominale. Eppure le grandi ammucchiate erano ugualmente presenti. Lo scorso anno si è votato in Gran Bretagna con un sistema (oramai consolidato negli anni) al 100% maggioritario. I due principali partiti, e sottolineo partiti, hanno ottenuto l’86,7 % dei seggi (306 i conservatori, 258 i laburisti) con il 65,1 % dei voti (36,1 % i conservatori, 29% i laburisti), mentre il terzo partito, il Liberal Democrat, ha ricevuto il 23 % dei voti, ottenendo 57 seggi. Fermiamoci un attimo. Escludendo il 25% dei seggi che il Mattarellum distribuiva a livello proporzionale (con qualche differenza tra Camera e Senato, ma non ci dilunghiamo), quel sistema e quello anglosassone sono praticamente uguali. Per quale motivo l’effetto prodotto da due sistemi identici non è stato lo stesso? Per una questione di cultura politica, rispondo. Teoricamente il Partito Conservatore (o quello labourista) sarebbe potuto entrare in coalizione con il Libdem prima delle elezioni, avendo così la possibilità di vincere in più collegi. Ma non l’ha fatto, sudandosi “da solo” i seggi da conquistare e cercando un accordo con Clegg solamente dopo le elezioni. Da noi c’è una propensione al rischio bassissima, e si cerca la scorciatoia prima per ritrovarsi nei guai poi. Bisogna dunque capire che è l’effettiva realtà del sistema dei partiti a circoscrivere l’ambito delle scelte tecniche operabili. E che una volta concepito un sistema elettorale, bisogna anche riuscire a farlo funzionare.
Detto questo, all’interno dell’attuale sistema è a mio parere riscontrabile un difetto di trasparenza, laddove esso prevede la possibilità per lo stesso soggetto di candidarsi in più circoscrizioni. Così come può essere ravvisata una carenza di legittimazione democratica nella parte in cui la legge stabilisce l’assegnazione di un premio di maggioranza ex post: non si tratta infatti di un premio che nasce “durante” la competizione nel collegio, come accade altrove, ma di un surplus che viene assegnato successivamente. Allo stesso modo criticabile è stata la scelta del legislatore dell’utilizzo del meccanismo delle cosiddette liste bloccate, presenti anche nel sistema spagnolo e in parte in quello tedesco, affiancate però da una maggiore democraticità interna ai partiti. Per queste, che sarebbero sufficienti, e per altre ragioni, il “porcellum” dovrebbe essere superato. In che modo? Si potrebbe prendere spunto da un modello già consolidato: il sistema elettorale spagnolo, esempio di proporzionale razionalizzato. Sottolineo prendere spunto, non importarlo così com’è, dato che bisognerebbe sempre adattare i modelli al contesto storico-politico d’interesse, non il contrario.
Questo sistema consoliderebbe il bipolarismo italiano, rafforzando il bipartitismo senza spazzare via le altre forze politiche, per mezzo di uno “sbarramento implicito” che dovrebbe essere collocato attorno al 5-6%, con circoscrizioni mediamente composte da 15-20 seggi, tranne in alcuni casi specifici nei quali si potrebbe pensare di “allargare” le circoscrizioni per dare maggiori possibilità di conquistare seggi ai partiti medio-piccoli (o, viceversa, “restringerle”). La legge elettorale dovrebbe far parte di una riforma complessiva dell’ordinamento costituzionale. Si potrebbe ad esempio partire dalla c.d. bozza Violante, che prevede tra le varie proposte che il numero dei parlamentari venga ridotto a 500 Deputati e 250 Senatori. Ma su questo versante ci si è sufficientemente soffermati in altra sede e, se sarà il caso, ne parlerò volentieri in futuro.
Vorrei aggiungere che con il meccanismo sopra descritto i partiti territorialmente forti verrebbero premiati nelle zone in cui pesano maggiormente. Questo aspetto potrebbe rivelarsi utile per una possibile intesa parlamentare sulla norma. Fatte queste considerazioni, occorre ricordare ai due “partiti maggiori” che rimane fondamentale sforzarsi per ottenere consensi: senza quelli non si va da nessuna parte, qualunque sia il sistema elettorale in vigore.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
Giustamente dici “Ma non l’ha fatto, sudandosi “da solo” i seggi da conquistare e cercando un accordo con Clegg solamente dopo le elezioni.”
Ora in Italia, a causa di un mainstream illogico e anti-democratico, aggiungo, pare che se uno va alle elezioni senza dire prima con chi vuole allearsi è inciucista e mestatore … insomma se uno si allea prima fa grandi ammucchiate, se lo fa dopo è un “politicante”, come si fa, si fa male per alcuni “puristi” (e non mi riferisco a te, ma non è difficile trovare chi fa di questi ragionamenti), a cui a questo punto chiederei la soluzione
Condivido abbastanza: un sistema per l’Italia potrebbe prevedere l’uninominale (meglio se a doppio turno) o il sistema spagnolo che, con i collegi piccoli, surroga l’effetto dell’uninominale.
Ma non sono d’accordo sul fatto che il Mattarellum non abbia funzionato. Nell’analisi manca il fattore tempo: da quanto è in vigore il sistema inglese? Quanto tempo ha lavorato per “scolpire” la cultura politica dei 2-3 partiti? Ecco, il Mattarellum stava lavorando per ridurre la frammentazione derivata dal big-bang successivo a Mani pulite: semplicemente non ha avuto tempo di completare il lavoro poichè è stato ucciso nella culla.
Con il Mattarellum si è votato nel ’94, nel ’96 e nel 2001. Per farti un esempio, al Senato, nel 2004, i gruppi parlamentari erano 24. Ripeto: dipende dalle scelte dei partiti.
In ogni caso, a me il doppio turno andrebbe benissimo.
Come ben sappiamo al Senato per costituire un gruppo politico è necessario avere almeno 10 senatori: non credo che fosse possibile avere 24 gruppi considerando che quelli dei grandi partiti avevano più di 50 iscritti…
Comunque il discorso va fatto sul grosso dell’offerta politica, non sui micro-partiti che nascono per distaccamento di un parlamentare o poco più. Se prendiamo i partiti più importanti vediamo che il processo dal 1994 al 2001 è stato appunto di consolidamento.
Componenti, più che gruppi:
http://it.wikipedia.org/wiki/XIV_Legislatura_della_Repubblica_Italiana.
Anche l’Api non ha un gruppo attualmente, ma ha dei parlamentari presenti in Parlamento.
Il discorso che faccio è che un’aggregazione pre-elettorale è stata seguita, spesso, da una disgregazione post-elettorale.
Il risultato delle elezioni dipende anche dai sistemi elettorali. Ma se non ci sono i voti e se i partiti non sono solidi, il sistema elettorale non può fare miracoli.
Un esempio: “Movimento Territorio Lombardo” non è un partito, non è una componente, non rappresenta nessuno: semplicemente non esiste anche se c’è un senatore che vuole farsi chiamare così.
Per il resto son d’accordo.
Ma esiste anche un effetto contrario, ovvero il sistema elettorale “plasma”, nel tempo, il sistema politico.
Se si vuole cambiare si tratta di capire da dove cominciare all’interno di questo ciclo.
Paolo,alcuni teorici sostengono quello che affermi tu, altri no.
Tra il Mattarellum e il sistema inglese c’è un mondo di differenza, e sta in quel “25% dei seggi che il Mattarellum distribuiva a livello proporzionale”, che non si può escludere dalla discussione. I liberali e i conservatori non si possono alleare prima delle elezioni perché, esistendo solo collegi uninominali, i loro simboli sparirebbero dalla scheda. Sparirebbero. Col Mattarellum si possono allestire coalizioni di partiti numerose a piacere, che si uniscono sotto un simbolo (“unione” o “casa” o “polo”) nella parte uninominale, ma si presentano col proprio bel simboletto nella parte proporzionale. Anche se nella parte proporzionale c’è uno sbarramento, partiti anche piccolissimi hanno interesse ad essere presenti, sia per accedere ai rimborsi elettorali, sia per contarsi e chiedere quindi un congruo riconoscimento del loro contributo nel caso la coalizione vada al governo. Questo aveva portato ad una frammentazione politica senza precedenti. Ricordo verdi di qua e di à, radicali di qua e di là, socialisti di qua e di là, pensionati di qua e di là.
Ora, in parte lo scenario è cambiato, sia per motivi strettamente politici (nascita PD e PDL) che per la legge elettorale attuale (peraltro pessima). Non è detto quindi che tornando alla legge Mattarella si tornerebbe a quella situazione, proprio perché, come dice l’autore, sono i partiti che delineano lo scenario politico, che la legge elettorale può solo indirizzare in un senso o nell’altro. Ma io dal Mattarellum, potendo, ci starei lontano.