Guardare alla scuola senza pregiudizi

di Marco Campione.

"Forgotten Classroom" di Sakkra Paiboon

La notizia è di qualche giorno fa: il MIUR nasconde i dati delle bocciature alle superiori per non far sapere che il numero dei non promossi a giugno sotto la sua “guida” è diminuito, passando da 13.8% (2008) a 11.9% (2011). Un dato peraltro molto disomogeneo nei diversi indirizzi di scuola e che non tiene conto di chi si ritira prima del “verdetto finale” o che – dopo una bocciatura o due – rinuncia agli studi. Devo dire che non so chi mi fa più paura: un Ministro che si comporta come un bambino incapace di accettare la realtà o i critici-a-prescindere che subito rilanciano la notizia dell’ennesimo “fallimento della cura Gelmini”. Come se – qualora fosse andata veramente come auspicato dal Ministro – ci sarebbe stato di che rallegrarsene.

Purtroppo certe contraddizioni non sono nuove: esiste infatti una corrente di pensiero trasversale alle convinzioni politiche che considera la mancanza di severità a scuola uno dei suoi mali peggiori. Il principale esponente di questi laudatores temporis acti è certamente Pietro Citati, ma anche Paola Mastrocola – per citarne una meno vicina anagraficamente a quei tempi lodati – non scherza e ci ha costruito sopra più di un successo editoriale. Entrambi nostalgici di una scuola che non esiste più: una scuola – giova ricordarlo – che bocciava molto, è vero, ma che escludeva ed emarginava molto di più di quella di oggi. Il che è tutto dire, come vedremo.

Questo atteggiamento è figlio di un approccio alla materia viziato da pregiudizi. Chi si occupa di scuola per ragioni professionali – e dunque necessariamente partendo da dati di realtà – si scontra quotidianamente con questi pregiudizi, che – quando non sono dovuti alla scarsa conoscenza e approfondimento dei fatti – nascono prevalentemente dall’uso sistematico delle lenti dell’ideologia per interpretare la realtà.

Prendiamo due esempi di questi pregiudizi, a parere di chi scrive particolarmente esemplificativi; il primo lo abbiamo appena visto: “in Italia si boccia troppo poco”. Ma ce n’è uno ancor più infondato: “in Italia lo Stato e gli enti locali spendono per la scuola molto meno degli altri paesi”. Quante volte vi sarà capitato di sentirli? Bene, entrambe queste affermazioni sono false o – a voler essere generosi – inesatte.

Per quel che riguarda la bocciatura, dovrebbe bastare un solo dato per tacitare i nostalgici: oggi, nel XXI° Secolo, circa un ragazzo in età scolare su cinque esce dal sistema senza avere nessun titolo di studio, nemmeno la qualifica triennale; decine di migliaia di ragazzi ogni anno vengono espulsi nell’indifferenza generale. È vero: queste bocciature avvengono quasi esclusivamente nel secondo ciclo, ma comunque avvengono. E sono “dannose”: è dimostrato, infatti, che bocciare costa e danneggia il sistema nel suo complesso, oltre che emarginare i singoli studenti oggetto di bocciatura. Sul perché costi, è evidente: per ogni studente in Italia spendiamo circa 9000 USD (dollari americani), per non parlare del costo conseguente al suo ingresso posticipato nel mondo del lavoro. OCSE, in un approfondimento sui dati PISA, ha però dimostrato una seconda cosa: i paesi con un livello di bocciatura più elevato ottengono performance peggiori dai propri studenti. Dato peraltro coerente con un’osservazione di Invalsi dello scorso anno: bocciare non migliora le performance dei ripetenti,

Per quel che riguarda la spesa in istruzione, invece, l’ultima ricerca Education at a Glance (EaaG) di OCSE ha ribadito che le cose non stanno esattamente come si crede. Prima di vedere un po’ di numeri, una premessa d’obbligo: i dati della EaaG 2011 si riferiscono per lo più al 2008, quindi nulla c’entra, o quasi, il governo in carica.

In percentuale sul PIL è vero che spendiamo meno della media OCSE (4,8% contro il 6,1%), ma è anche vero che il grosso della differenza è dovuto alla poca spesa in istruzione terziaria (1% Italia, 1,9% OCSE). Se invece ci concentriamo sul PIL investito nell’istruzione primaria e secondaria, il differenziale tra Italia e OCSE è dello 0,4% ed è quasi tutto imputabile ad una minore spesa nel primo ciclo (ovvero l’istruzione primaria e secondaria inferiore, dove spendiamo il 2% del PIL contro il 2,5% della media OCSE). Se poi andiamo ad analizzare il contributo privato (che in Italia è prevalentemente delle famiglie), scopriamo che questo contribuisce per l’8,6%, mentre la media OCSE è del 16,5%.

In sintesi, la spesa pubblica in istruzione primaria e secondaria nel nostro paese è pari al 3,2% del PIL, contro il 3,4% della media OCSE. E questa – al netto dei trasferimenti – è prevalentemente statale (82%), a differenza di quanto avviene in Europa, dove mediamente Stato ed enti locali si dividono la spesa come segue: 40% lo Stato, 21% le regioni, 39% i comuni. Alla faccia della riforma del Titolo V e del federalismo fiscale!

Già che si parla di soldi (e di pregiudizi), giova anche ricordare una volta di più che i soldi che Stato e regioni danno (direttamente o indirettamente) alle istituzioni non statali sono un falso problema, dato che anche questa ricerca conferma che incidono per una media di circa 2250 USD a studente (esattamente un quarto del costo medio di uno studente della scuola statale).

Piuttosto chiediamoci: questi soldi come vengono spesi? Certamente non vengono dati agli insegnanti, che restano tra i meno pagati d’Europa (più o meno 5000 USD all’anno in meno della media in tutti gli ordini di scuola). E allora quali voci incidono sulla spesa? Troppi insegnanti, sostiene qualcuno, a cominciare dal governo in carica che solo lì è stato capace di intervenire. Ma in realtà anche questa affermazione è quanto meno imprecisa. Se guardiamo al differenziale con la media OCSE, i nostri insegnanti erano – nel 2008 – effettivamente un po’ di più (a seconda del livello di istruzione si calcolano tra i 10 e i 12 studenti per insegnante contro una media che va da 13,5 a 16), ma nel conto si devono considerare gli insegnanti di sostegno e di religione che all’estero non ci sono.

La vera differenza è nel numero di ore lavorate e nel numero di ore passate a scuola dai nostri studenti. Ore lavorate: nell’istruzione secondaria superiore il differenziale con la media OCSE sfiora le 40 ore in meno in un anno, nella secondaria inferiore le ore lavorate in meno dai docenti italiani sono più di 80. Ore spese a scuola: uno studente italiano tra i 7 e i 14 anni resta a scuola 8.316 ore, più di mille ore all’anno; un suo amichetto tedesco o finlandese rispettivamente 6.400 o 5.800 (e la media OCSE è 6.732).

I ricercatori di OCSE hanno anche prodotto un’analisi volta a stimare l’apporto al costo medio per studente di quattro fattori: lo stipendio dei docenti, il tempo scuola, il numero di ore lavorate e la densità di studenti per classe. Li riassumo nella tabella seguente (i dati sono in USD).

 

Differenza totale con media OCSE

Apporto delle diverse componenti

Salario

Tempo scuola

Ore lavorate

Densità classi

Istruzione primaria

+ 675

- 370

+ 572

+ 163

+ 309

Istruzione secondaria inferiore

+ 555

- 431

+ 507

+ 528

- 48

Istruzione secondaria superiore

- 400

- 554

+ 411

+ 247

- 504

Far lavorare qualche ora in più i docenti e tenere gli studenti a scuola meno tempo consentirebbe (a spesa invariata) di aumentare lo stipendio ai docenti e intervenire ad esempio sulla densità delle classi alle superiori, contrastando così il triste e pericoloso fenomeno delle cosiddette “classi pollaio”.

Come detto in principio, questi dati non tengono conto dell’effetto dei tagli lineari del duo Gelmini-Tremonti (si riferiscono al 2009 solo i dati del tempo scuola, poco interessato in quell’anno da riduzioni significative e limitatamente alla primaria). Gli interventi di questi anni aumenteranno il gap con la media OCSE e tra i primi atti di un governo di centrosinistra ci dovrà essere certamente il recupero di quel differenziale (possiamo ipotizzare circa mezzo punto di PIL). La cosa importante però è che le risorse che dovranno essere reimmesse nel sistema di istruzione non vengano utilizzate per restaurare lo stato precedentemente esistente, ma per ridurre tutte le differenze che abbiamo evidenziato, evitando quindi di farsi sviare dai pregiudizi ricordati in principio, che sorreggono una cultura (e una prassi!) conservatrice, classista, restauratrice.

Restaurare è però esattamente il contrario di ciò di cui la scuola italiana ha bisogno, ovvero innovazione e coraggio sapendo rivoluzionare un sistema che produce sempre più diseguaglianza ed emarginazione. Ecco perché non ha senso chiedere che tutto torni “come prima”; occorre piuttosto investire in un tempo scuola di qualità, in stipendi per gli insegnanti degni di un paese civile, nel superamento del precariato anche immettendo nuove leve e non solamente stabilizzando chi è già in graduatoria (l’età media degli ultimi immessi in ruolo supera i 45 anni!).

Questo “sguardo sull’Education” che OCSE ci ha fornito si spera aiuti il legislatore che verrà a resistere alle sirene che certamente lo tenteranno, affinché segua piuttosto la rotta verso Itaca, che per la scula italiana non può che essere rappresentata dalle riforme necessarie. Senza commettere altri errori: la scuola italiana, ma soprattutto gli studenti e le famiglie italiane, non se li possono più permettere.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

8 Commenti

  1. Marco

    Scusa ma cosa vuol dire esattamente ‘far lavorare qualche ora in più i docenti e tenere gli studenti a scuola meno tempo’? Grazie mille :)

  2. significa adeguare quei parametri alla media OCSE. ad esempio se un insegnante delle medie in germania insegna per 750 ore in un anno, perché uno italiano non può farlo per 650 (contro le attuali 619)?

    per quel che riguarda il tempo scuuola, io interverrei riducendo di un anno il percorso scolastico (stiamo a scuola 1000 ore in più, giusto quanto ci si sta in un anno)

  3. Marino

    A proposito dell’allungamento dell’orario di lavoro dei docenti, vorrei fa notare alcuni punti problematici:

    -femminilizzazione del corpo docente: le insegnanti spesso hanno anche il doppio carico dei loro figli e anche ormai dei loro genitori;

    -inadeguatezza delle scuole per gli orari prolungati: mense, spazi, banalità tipo l’aria condizionata (da metà maggio fare lezione col caldo è faticosissimo)

    -quadri orari delle materie: si potrebbero consolidare in corsi intensivi le materie con due ore settimanali (che per fare un orario di cattedra possono significare 9 o 10 classi, e un egual numero di attività collegiali, oltre a un paradossale numero di allievi
    (professore di italiano, tre classi, c. 60-70 allievi; prof. di storia dell’arte,nove classi, 180-230 allievi…)

    -trentun ore aggiuntive da 619 a 650 a che cosa servirebbero? più che alla didattica ordinaria andrebbero usate per attività di pianificazione, recupero, supplenze brevi.

    In quanto alla riduzione dell’orario, o meglio dell’accorciamento di un anno, ma siamo sicuri? gli altri paesi hanno anche una cultura diffusa, più lettori di libri e giornali, meno digital divide… e quanto bisognerebbe alleggerire i programmi?

  4. Di quanto alleggerire i programmi? Di molto. Lo spiego meglio in un pezzo che esce domani su qdrmagazine.it, dove propongo anche l’abolizione della bocciatura: “Bocciare è uno strumento funzionale ad una organizzazione della vita e della società che non esiste più: il titolo di studio – in teoria -“parla” e racconta cosa lo studente che ne è in possesso sa. Per questo si boccia: non posso dire al mondo che sei un geometra se non hai appreso tutto ciò che un geometra deve sapere. Oggi non può più essere così: una bambina nata in questi anni vivrà oltre un secolo; come si può pensare che quanto apprenderà a scuola in tredici anni possa bastarle per tutta la vita? Non bocciare quindi non significa “buonismo”, ma cambiare radicalmente prospettiva con la quale si pensa alle funzioni e dunque al funzionamento della scuola.”

    All’origine della proposta di riduzione di un anno ci sta la stessa idea di scuola. Il curriculum va ridotto, non arricchito, perché non è a scuola (tradizionalmente intesa) che posso acquisire le le capacità e le competenze che mi serviranno per tutta la vita

  5. u.

    Sono molto d’accordo su molte di queste proposte.

    Mi lascia con qualche domanda il paradosso per cui gli studenti dovrebbero spendere a scuola meno tempo e i professori di più.

    Vero, c’è la questione dell’ultimo anno, che fa sì che a scuola vengano anche ragazzi ormai “adulti” e con i quali, in tutte le scuole che ho conosciuto, va avanti l’ipocrisia per cui ci vogliono i permessi dei genitori anche se sono in grado di votare e portare la macchina. E’ curioso peraltro che la scuola vada oltre, molto oltre, l’obbligo scolastico, anche qualora si voglia (e si dovrebbe) portarlo a 18 anni.

    Ma per far stare insieme le due cose mi sembra che meno professori dovrebbero avere più studenti.

    Non è una bestemmia, per certi versi (anche se in questi tre anni abbiamo visto cosa significhi tutto ciò…), ma la mia idea, che nasce dalla mia esperienza ed è forse manchevole dell’occhio lungo (e necessario) dei ragionieri, è che che il monte ore degli insegnanti andrebbe aumentato non per dargli più classi, ma per fargli fare cose diverse e più “qualificanti” per lui, per la scuola e per gli studenti.

    Intendo dire: mettiamo che io insegni Latino in una terza, una quarta e una quinta. Potete aumentare il mio monte ore dandomi anche un biennio, o altre classi del triennio, ma questo, in sé, è solo un fatto numerico che non migliora la didattica.

    Sarebbe invece il caso, forse, di aumentare il monte ore lavorativo dedicato a quelle classi (non necessariamente aumentando il tempo scuola dei ragazzi, anzi): con attività che riguardano tutta la scuola e quindi anche quelle classi, o con attività sì specifiche per quelle classi ma condivise con il resto del corpo docenti e non solo.

    Intendo dire: la mattina le ore rimangono le stesse -o diminuiscono-, ma poi nel pomeriggio si preparano dispense, cartelloni, attività laboratoriali. Si fanno correzioni collettive dei compiti (nel senso di “mappare” le difficoltà per risolverle, non di ghignare insieme su errori altrui), si fa auto-analisi, si risistema la biblioteca, si creano programmi informatici didattici, si esplorano nuove risorse, si fa ricerca e SI PUBBLICA…insomma, una marea di cose che possono rivoluzionare la scuola e farne VERE agenzie culturali.

    Non so Marco, che dici? Ho capito il tuo spirito, ti pare fattibile?

    Uqbal

    PS: un simile sistema determinerebbe la fine della femminilizzazione della professione, perché implica il lavorare il pomeriggio A SCUOLA. Oggi il mestiere è tarato sulla necessità di tornare a casa a far da mangiare -e offre il destro a chi dice che facciamo una vita troppo comoda.

  6. dal punto di vista del ragioniere se le ore in più le passi nella tua classe o in più classi è indifferente.

    se mi chiedi il mio parere le ore in più sono a disposizione della scuola (supplenze, progetti ecc.). anzi magari anche di altre scuole in rete con la tua. ma se scendiamo così nel tecnico aggiungo che deve cambiare anche il modo di assegnare l’organico (ovvero sugli studenti e non sulle classi) e andrebbe aggiunto molto altro ancora.

  7. Anna Colombo

    Concordo sul fatto che lasciare i nostri bambini a scuola dalle 8.30 alle 16.30 non sia proficuo nè per loro (che sono esausti) nè per gli insegnanti. Però accorciare la permanenza a scuola può essere fatto se si offrono alternative valide alle famiglie su dove lasciare i figli nel pomeriggio. E’ brutto da dire ma per i genitori che lavorano lasciare a scuola i figli fino alle 16.30 è importante. Se io non avessi questa possibilità, dovrei lasciare il lavoro. E allora: va bene ed è urgente riformare la scuola per assicurare la qualità della formazione scolastica, però bisogna riformare il mercato del lavoro dando la possibilità a tutte le mamme di impieghi part-time.

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