Ricominciamo dal tetto. La terza rivoluzione industriale

di Michele Mezza.

"A Short Break" by Lauren Keith

La presentazione del nuovo libro di Jeremy Rifkin “La Terza Rivoluzione Industriale” cade in un momento quanto mai opportuno. Lo scienziato sociale americano , che da anni predica nel silenzio, questa volta parla in un momento in cui politici ed economisti si aggirano con occhi sbarrati, guardando i listini di borsa che precipitano.

Il dossier che ci propone SOSRINNOVABILI, e che vi invito a consultare, ci offre una documentazione esauriente.

Rifkin ci pone un nodo da tempo, che oggi è ineludibile. Parafrasando Eistein, si può dire che non possiamo risolvere la crisi attuale con le stesse ricette che l’hanno provocata. Bisogna cambiare, radicalmente, cultura. Assistenzialismo, produttivismo, centralismo, monetarismo, consumismo sono gli additivi che, con mix diversi, e tempi diversi, abbiamo combinato in questo secolo. La corsa è ora finita. Quella cassetta degli attrezzi non è più in grado di farci svitare nessun bullone. Mancano pinze e cacciaviti adatti.

Rifkin ci propone un ragionamento che prenda atto dell’esaurirsi, sostanziale anche se non ancora fisico, delle risorse tradizionali: petrolio, carbone, atomo. Due i temi al centro del confronto: cambiare modalità di consumo (meno auto, meno benzina, meno materiali intensivi, meno spostamenti cervellotici); cambiare modalità di approvvigionamento (consumi individuali, autoproduzione , prelievo penalizzato da un monte energie tradizionali limitatissimo), adattamento a vivere secondo le capacità produttive del proprio tetto (connettività, fotovoltaico, agricoltura urbana).

E’ la strada che stanno imboccando i paesi di più recente sviluppo (Brasile, Cina, persino Russia ci pensa). La vecchia Europa gioca con lo spread dei Bundt ma ignora  lo spread energetico che la penalizza rispetto al resto del mondo. L’Italia è il paese dove la produzione ormai è sempre più immateriale, legata allo scambio di segni e di sogni, per cui avere energie leggere, orizzontali, a basso impatto ambientale, ad alta personalizzazione, è questione vitale.

Il governo, vedi lettera del sottosegretario Saglia a Repubblica di lunedì scorso (supplemento affari e finanza), incalzato dalla lobby di Enel e Terna, chiede che siano le energie rinnovabili ad adattarsi alle reti distributive  tradizionali, ossia agli elettrodotti appunto di Enel e Terna. E’ come se negli anni ’80 il governo americano avesse imposto a Bill Gates e a Steve Jobs di legare i loro personal computer ai centri di calcolo dei grandi main frame di IBM. Siamo a questo punto.

Nessuno urla, nessuno ribalta il tavolo. Le rinnovabili italiane, come la divisione elettronica di Olivetti nel ’64, o l’Eni di Mattei nel ’62, deperisce e ci viene sfilata. Pochi sanno che negli anno ’80 a Serre, provincia di Salerno, fu allestito il più grande e complesso impianto fotovoltaico del mondo, tutto con tecnologia italiana. Eravamo all’avanguardia. Ora siamo il fanalino di coda.

Quanto spread c’è in questa ignoranza colpevole? Dall”80 quanti governi si sono succeduti? Possiamo permettere che il prossimo abbia come priorità la Fiat o il pubblico impiego? Si riparta dal tetto, la vera fabbrica italiana.

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. E dire che la risposta ce l’avremmo ad un passo: il geotermico. Con la costruzione e lo sfruttamento di svariati impianti geotermici potremmo coprire il 95% del nostro fabbisogno energetico per almeno 70-80 anni. Ovviamente Rubbia non ci lavora più in Italia, ci sarà un motivo.

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