Di Francesco Molica.
Due settimane or sono, il secondo discorso sullo stato dell’Unione pronunciato dal presidente della Commissione europea José Barroso all’Europarlamento di Strasburgo ha segnato un clamoroso precedente nelle cronache comunitarie degli ultimi tempi. Cogliendo molti e autorevoli analisti alla sprovvista, l’ex premier portoghese ha infatti preso d’un colpo congedo dai toni misurati, sovente compiacenti che ne hanno contrassegnato il primo mandato e parte di quello in corso. E nei passaggi più eminentemente politici della sua arringa, punteggiata a diverse riprese dagli applausi scroscianti dell’emiciclo, non solo ha reclamato l’avvento di una nuova stagione per l’integrazione comunitaria (“un rinascimento europeo”), sfoggiando un trasporto in tutta franchezza insospettabile per il personaggio in questione.
Ancor più sbalorditive, tuttavia, sono state le sue parole di biasimo all’indirizzo degli stati membri, quegli stessi governi che ha per molto tempo riverito fino a sconfinare nella pura piaggeria e a costo di un fatale indebolimento dell’istituzione che presiede. Barroso ha deprecato l’inerzia in cui si è avvitata la macchina decisionale europea sotto lo scacco dei veti nazionali, lasciando cosi’ trapelare il proprio sostegno ad un’UE a geometrie variabili. Più nello specifico, si è spinto sino a sdoganare apertamente il nocciolo della nevrosi in cui stanno precipitando gli organismi di Bruxelles: la marcia trionfale del metodo intergovernativo, dell’Europa delle patrie di “gaulliana” memoria, su quello sovranazionale. Uno schiaffo a mano aperta alle ingiunzioni del G2 Sarkozy-Merkel, che con la benedizione di molti colleghi stanno dissanguando l’obiettivo fondamentale del progetto comunitario. L’ergersi al di sopra dei singoli interessi nazionali, in modo da non esserne la mera somma algebrica, bensi’ il superamento.
Sorvoliamo sulle ragioni personali di questo imprevisto colpo di coda. Per un verso gli adepti di Palazzo più consumati insinuano che Barroso starebbe già brigando per assicurarsi un paracadute d’oro alla scadenza del mandato in Commissione: anelerebbe alla presidenza del Portogallo, il cui attuale inquilino, il collega di partito Aníbal Cavaco Silva, dovrà farsi da parte nel 2016 non essendo rieleggibile per una terza volta. Considerando i travagli economici di Lisbona, attualmente sul libro paga del Fondo Salva-Stati assieme a Grecia e Irlanda, è giocoforza per Barroso prendere le difese di un’UE più solidale e unita in opposizione all’impazienza venata di nazionalismo dei paesi dell’Europa centro-settentrionale. C’è almeno un altro valido movente. La vanità mediatica e presenzialista del presidente della Commissione appare sempre più frustrata dall’ascesa di Herman Van Rompuy, il capo del Consiglio UE, il quale gli si sta sostituendo nell’immaginario collettivo come volto simbolo delle istituzioni europee. Sicché a Barroso non sarebbe rimasta altra via percorribile che quella della polemica per non essere fagocitato dall’oblio.
Il significato ultimo del discorso sullo stato dell’unione risiede comunque altrove ed è proprio il meno manifesto. Qui sta infatti la novità. Barroso, finalmente, ha riconosciuto in pubblico una dinamica che si è messa in moto da diverso tempo: la Commissione europea sta scivolando tra le spire di un’incurabile irrilevanza istituzionale che è al contempo causa ed effetto del cerchio di indifferenza che le si stringe ogni giorno di più intorno.
Partiamo dal secondo punto. Sin da sempre l’Esecutivo comunitario ha dovuto combattere una battaglia campale, sebbene di frequente sotterranea, per la propria reputazione contro detrattori agguerriti e spregiudicati.
Contro la folta internazionale degli euroscettici, che in ogni tempo ha mal digerito la struttura tecnocratica e non eletta dell’istituzione.
Contro gli stati membri, abilissimi a scaricare sulle spalle della Commissione il fio pubblico di misure impopolari che essi stessi avevano approvato in sede di Consiglio.
Contro se stessa: i sospetti di nepotismo e frodi sui quali si è sfasciato il collegio presieduto da Santer nel 1999 hanno proiettato un’ombra incancellabile sull’Esecutivo comunitario, sebbene Romano Prodi si sia dato moltissimo da fare per riformare l’istituzione.
Questo paradigma è ormai al tramonto. Oggigiorno, fateci caso, la Commissione è sempre meno il pane e companatico delle grottesche giaculatorie euroscettiche – che semmai hanno spostato l’obiettivo sul Consiglio. E non è più nemmeno il capro espiatorio utilizzato dai 27, per altro assistiti da una stampa sovente faziosa e malinformata, per somministrare pillole amare ai cittadini europeo. L’aura negativa che, in passato, si è voluto appiccarle addosso pare, neanche quella, brillare più. Viceversa, il collegio Barroso viene poco a poco estromesso dalla mappa politica e mediatica d’Europa. Nello sguardo della stampa comincia ad assumere il carattere tutto sommato dispensabile di altri organismi internazionali con poteri ben più limitati quali il Consiglio d’Europa oppure l’OCSE. Tanto per citare un dato illuminante, tra il 2005 e il 2010 il numero di reporter accreditati in Commissione si è quasi dimezzato (da 1300 a 752). E pare difficile ascrivere questo “esodo” solo alla crisi della carta stampata.
Il punto è che appare più vantaggioso far fare la navetta ai propri giornalisti tra Bruxelles e il paese di origine in occasione delle riunioni dei Consigli dei Ministri o di quello europeo. Perché è in quella sede che oramai si progetta in dettaglio il futuro dell’Unione europea.
Senza smarrirci nell’intricato sistema decisionale comunitario, è bene ricordare che la Commissione europea non è oggi più nelle condizioni di utilizzare con la medesima autonomia e inventiva di un tempo due prerogative centrali attribuitele dai trattati: l’iniziativa legislativa e la tutela del diritto comunitario. Quanto alla prima, se in passato consisteva al più nel recepimento degli orientamenti generali del Consiglio, sebbene venisse arricchita con proposte proprie, in alcuni casi avveniristiche, in altri controverse, oggi la Commissione si limita a “codificare” alla lettera le disposizioni degli stati membri. La nuova politica di coesione per il periodo 2014-2020, presentata dall’esecutivo comunitario giovedi scorso, emblematizza alla perfezione questa scomoda verità.
E anche la tutela dei trattati, simboleggiata dalla possibilità di deferire gli stati inadempienti alla Corte di Giustizia europea attraverso il “bastone” delle procedure d’infrazione, comincia a incrinarsi in favore di un approccio più consensuale e morbido. Ecco svelata l’irrilevanza dell’esecutivo comunitario, precipitata dalla crisi, ma accelerata dalla cultura della mano tesa (agli stati membri) promossa dalla gestione Barroso. Il presidente della Commissione europea ha al fine trovato la forza di ammetterlo. Sarà anche abbastanza impavido da stoppare il declino dell’organismo simbolo dell’integrazione europea prima che sia troppo tardi? Viste le premesse è lecito dubitarne.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






Il Grande Giosè ha da molto tempo interpretato un ruolo fortemente Europeista, quindi non vi è luogo di stupirsi dei suoi toni. Si deve però muovere entro i vincoli legislativi e politici che sono fissati dalle Norme. L’Esecutivo Europeo non si può arrogare prerogative non proprie, e – per quanto possiamo vedere – sta facendo tutto quanto è in proprio potere per gestire la crisi e offrire le migliori soluzioni politiche e normative adottabili.
Per questo va ringraziato e sostenuto.
@Renzo
E invece ci stupiamo dei suoi toni perché, a parte qualche episodico guizzo (pacchetto di stimolo europeo ai tempi delle crisi 2008, un timido pizzicotto alla Francia sul caso dei Rom), Barroso in questi anni non ha fatto altro che sabotare dall’interno il buon nome dell’istituzione che presiede piegandola supinamente al volere degli stati membri. Poi se nel suo collegio siedono anche commissari capaci e responsabili – che nel loro settore di competenza hanno fatto bene – questo è un altro conto.
La storia dell’integrazione europea insegna che le norme (con la “n” minuscola) sono state senza posa messe sotto stress, trasgredite, superate dalla prassi, ovvero dall’introduzione di pratiche e procedure che poi, solo successivamente, sono state ratificate dai trattati o dalle fonti secondarie.
Barroso, nondimeno, va sostenuto vista la congiuntura….ma ringraziarlo proprio non ci riesco