di Tommaso Cadarelli.
Dobbiamo tornare al 2008: un affannato Walter Veltroni sudava sette camicie, abbandonata l’esperienza del Campidoglio, per comporre le liste elettorali che lo avrebbero accompagnato nella corsa alla premiership. Sono giorni che tutti ricordiamo come pieni di speranze e di difficoltà, e che per molti versi hanno cambiato il corso della storia italiana: il partito a vocazione maggioritaria, la personalizzazione massima dello scontro politico e, non ultimo, un risultato interessante per le forze del centrosinistra che, sebbene non sufficienti ad ottenere la maggioranza dei seggi necessaria per governare, hanno visto il Partito Democratico sfondare la percentuale del 30% – il che, per una forza di sinistra, in Italia, è un grande successo.
In quei giorni Veltroni fece due scelte criticate da più parti: l’apparentamento con Antonio di Pietro e l’inserimento dei Radicali nelle liste elettorali del Partito Democratico. Veltroni agì soprattutto contro l’opinione delle aree più centriste della sua compagine politica, che mal digerivano l’andare a braccetto con personaggi dal profilo davvero troppo laico per alcuni palati. I Radicali Italiani sono una forza dall’identità più che nota: hanno sulle spalle molti anni di battaglie civili, sono stati la forza che più di ogni altra si è impegnata per la promozione dei referendum abrogativi che per molti versi hanno plasmato la Prima Repubblica – il divorzio, l’aborto… Sono un partito, un movimento, di nota coerenza, di ideali riconoscibili e di innegabile impegno, e Veltroni sapeva esattamente chi si metteva in casa.
Arriviamo a pochi giorni fa, quando la sparuta pattuglia di 6 deputati radicali sceglie di uscire dall’aula di Montecitorio dove si sta votando per decidere se la Camera debba o non debba consentire l’arresto di Saverio Romano. I radicali stavolta, nello schierarsi di fatto a favore di Romano hanno deciso di entrare in polemica con il Parlamento intero: secondo loro, la discussione di Montecitorio si starebbe concentrando troppo poco sulla situazione delle carceri italiane. E così, nel momento di massima visibilità, i radicali scelgono di distaccarsi dall’orientamento del gruppo, che aveva chiesto con forza ai suoi membri di votare compatti per l’arresto di Romano: una decisione che ha portato un’importante riflessione nei democratici di Montecitorio, che ora meditano di allontanare i radicali dalla loro frazione parlamentare.
L’atteggiamento dei Radicali, va detto, era ampiamente prevedibile: proprio perché non era prevedibile. Spieghiamoci: che il movimento di Marco Pannella viaggi in autonomia rispetto alle direttive del Partito Democratico e del suo gruppo, non è una sorpresa per nessuno. Già ai tempi dell’accordo Pd-Radicali, Marco Pannella aveva chiesto una lista autonoma a sostegno di Veltroni e fu la parte Democratica ad impuntarsi perché essi entrassero nelle liste, e dunque, nei gruppi – non va dimenticato infatti che anche Antonio di Pietro, nei piani, sarebbe dovuto confluire con i suoi deputati nel gruppo unitario dell’opposizione. Dire ora che la scelta dei Radicali è una scelta politica che sposta il loro asse “verso Berlusconi”, come ha sostenuto il Tg1, è un non-senso. I radicali non sono per Berlusconi: se volevano allearsi con lui l’avrebbero fatto, visto che non hanno avuto alcun problema, in passato, nel sostenere direttamente uno degli esecutivi del Cavaliere; e in tempi più recenti, prima del famoso 14 dicembre che ridiede ossigeno all’avventura parlamentare dell’ultimo Silvio, dissero che, a certe condizioni, avrebbero volentieri votato la fiducia.
No, i Radicali non sono diventati improvvisamente berlusconiani, o meno democratici, o quant’altro: i radicali sono sempre stati gelosissimi della loro autonomia, tutto qui, e forse troppo. Chi li ha imbarcati nelle liste democratiche sapeva bene che Marco Pannella non è animale che accetti guinzagli: la situazione attuale, e dunque la polemica, non può prescindere da questo dato. A chi li rimprovera di avere scarsa responsabilità politica loro risponderebbero volentieri con la forza delle loro battaglie ideali, perché, in effetti, la situazione dell’ultimo disgraziato fra i detenuti è centomila volte più importante dell’arresto dell’ennesimo faccendiere. Eppure gli equilibri politici contingenti hanno una fragilità e una delicatezza che non si può, al contempo, ignorare: votare a favore dell’arresto di Marco Milanese era importante perché, ovviamente, non votare porta a dare l’impressione di un’opposizione ancora una volta divisa e inaffidabile. Proprio quello che un paese che si appresta a votarla non vuole vedere.
E così il Partito Democratico sta impiegando il suo tempo ad esaminare, vagliare e considerare – giustamente, non serve dirlo – il comportamento di una piccola pattuglia che è stato proprio il PD a volere all’interno delle sue liste e dei suoi gruppi: e lo fece, va ricordato, perché per Veltroni era “importante” mantenere un profilo laico. Il che è abbastanza indicativo: il Partito non è abbastanza laico? Prendiamo i laici di importazione (anche se, si sa, sono anarchici e libertari coerentemente e fino in fondo!). Il che sottolinea una contraddizione di fondo: se si vuole un partito dal profilo fortemente laico lo si diventa, altrimenti si lascia perdere; se si vuole cercare la sintesi con le anime più moderate sulle questioni eticamente sensibili va benissimo, ma è calcolo politico non per forza fruttuoso quello di pensare che un innesto possa risolvere la situazione. E in ogni caso, dimostra mancanza di coraggio.
Ora, quando il Partito Democratico si è accorto che i Radicali, per loro coerente scelta, fanno un po’ come gli pare persino quando la situazione è incredibilmente delicata, perché da sempre proclamano e difendono la loro autonomia, il Partito Democratico decide che forse è il caso di fare a meno della pattuglia libertaria, con provvedimenti eclatanti quali un’espulsione. Finché gli servivano per conquistare i voti dei mangiapreti, invece, andavano benissimo.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






per quel che riguarda la tesi di fondo, quella espressa nella conclusione, posso anche concordare. Anzi: concordo. Però bisogna che si concordi sempre, non solo quando ci fa comodo: non è che “i Radicali, per loro coerente scelta, fanno un po’ come gli pare persino quando la situazione è incredibilmente delicata, perché da sempre proclamano e difendono la loro autonomia”, mentre gli altri deputati lo fanno perché lo ordina il Vaticano la Camusso o la Marcegaglia (a seconda).
Insomma, l’autonomia e la coerenza dei singoli vale sempre oppure non vale.
L’errore dell’autore infatti è nel pensare che i Radicali siano stati inseriti in lista da uolter perché si voleva che il Pd mantenesse un “profilo laico”, come lui afferma nel testo. Veltroni ha coerentemente inseguito la scelta del partito a vocazione maggioritaria, ovvero con dentro tutti, laici e cattolici. Scelta opinabile, come tutte le scelte, ma non la si può guardare solo da un punto di vista per giudicarla.