di Gianluca Galletto.
La domanda che mi sono fatto ieri mattina insieme a milioni di Italiani è perché solo da noi? Era davvero mortificante vedere su CNN che Roma fosse l’unica fra le tante città del mondo dove si sono svolte manifestazioni a offrire quello spettacolo desolante. L’Italia ha sempre fatto poca notizia qui, ma da circa un anno siamo presenti, dalle news ai talk show, grazie soprattutto alle vicissitudini gnocco-giudiziarie del nostro premier, al caso Knox e, da ieri, per i fattacci di Roma.
Occupy Wall Street (OWS) è a due passi da casa mia, dall’altra parte del ponte di Brooklyn. Respiro la loro aria, come ho respirato per anni l’aria di Wall Street e ho anche sentito sulla mia pelle l’esperienza della crisi innescata da un capitalismo occidentale che rischia di divorare se stesso. Ma sappiamo che la risposta della classe politica, soprattutto in Europa è l’austerity o l’inconcludenza, in barba a tutte le belle parole su ciò che si è imparato dalla crisi del 29.
La diseguaglianza e la mobilità sociale in America.
Veniamo al punto. In America, la diseguaglianza dei redditi e della ricchezza è cresciuta a dismisura (a livelli degli anni degli anni 20) ed è accompagnata da sempre maggiore mancanza di opportunità. In Italia anche. Il vero volano di questa protesta nasce dalla combinazione di questi due fattori. L’ineguaglianza non è mai stato un disvalore in America come invece lo è storicamente per una fetta di europei. Ma se l’1% della popolazione detiene il 43% della ricchezza (e il 5% detiene più del 70%), e al contempo ci sono milioni di disoccupati e inoccupati e le opportunità scarseggiano, le cose cambiano (vedi anche il NYT qui.). Il discorso è: mi sta bene che tu sia ricco, che tu faccia il banchiere o il capo di una grande corporation, ma io voglio avere un futuro, un lavoro, una famiglia, magari farcela anche io. Per non parlare di chi ha persino difficoltà ad avere di che sfamarsi o avere un tetto.
Anche la mobilità sociale è diminuita molto ed è oggi, a differenza che in passato, più bassa che in molti paesi europei (se n’è accorto persino Rick Santorum). L’America quindi comincia a somigliare di più all’Italia, ma nei sui aspetti negativi. E per l’America questo è uno shock più forte che per le società europee. Questo paese continua a produrre grande innovazione e molte più opportunità che in Italia, ma molto meno di prima. Gli USA sono entrati in una fase “europea” della loro storia: l’inizio di un percorso in cui il paese comincia a invecchiare, perde d’influenza rispetto al passato e deve fare i conti con una disoccupazione strutturale più alta. Cosa cui non è abituata. In più, il sistema politico-istituzionale sembra sempre più “dysfunctional”. Un po’ all’italiana, appunto. E non è un caso che anche per questo si è parlato di più di vicende italiane ultimamente (gli americani sono anche spaventati dalla crisi dell’Eurozona e l’Italia è il paese che può affossarla e quello dove la politica è la più “dysfunctional” d’Europa – vedere Frank Bruni 1 e 2 e Rachel Donadio sul NYT).
Il movimento in America
I banchieri sottostimano il livello di rabbia che c’è nei loro confronti e se in pubblico dicono di condividere le frustrazioni del movimento, in privato li prendono sotto gamba: dei figli dei fiori versione 2011, gente che ha tempo da perdere. Per i banchieri democratici (sentiti con le mie orecchie) essi non rappresentano la vera middle class che lotta per sopravvivere, l’operaio dell’Ohio o della Pennsylvania. In parte è vero, ma in parte non hanno capito che molti di quelli che non sono venuti a protestare perché non possono abbandonare i due o tre lavori che fanno per mantenersi a galla, ne condividono le rivendicazioni. E non solo questi, visto che secondo i sondaggi il 70% degli elettori newyorchesi è d’accordo con le loro istanze e e a livello nazionale i favorevoli sono il 55% e i contrari il 23%. Il supporto per il Tea Party è invece di gran lunga inferiore: il 27% di favorevoli, contro il 34% di contrari e un 40% che non risponde. È interessante anche notare come il sondaggio di Fox News che per giorni ha trattato come dei perditempo grunge i ragazzi di Zuccotti Park gli si è rivoltato contro perché la maggior parte dei rispondenti, presumibilmente in maggioranza spettatori del canale, ha dato parere favorevole!
Il consenso per Occupy Wall Street cresce e dopo vari sindacati, alcuni “membri” del famoso 1%, come il figlio di Buffet e lo stesso Bernanke, anche alcuni politici democratici hanno espresso appoggio pubblico per il movimento. Biden e Pelosi per esempio. E, in maniera indiretta, anche Obama. Ma questo divide il partito. La campagna di Obama per cui il voto giovanile fu determinante nel 2008, sta meditando di trovare il modo di cavalcare le istanze di OWS e traformarlo in partecipazione elettorale. Il fatto che Pelosi e Biden si sbilancino più di Obama fa parte di una strategia concordata ma non detta. Il partito però è diviso perché una mossa del genere potrebbe alienare una parte di elettori indipendenti fondamentali per la vittoria (gli indipendenti sono ormai la maggioranza nel paese). Ma la vera preoccupazione è che Wall Street (insieme coi i sindacati) è le cassa principale del partito e già i rapporti si sono molto deteriorati. Non a caso Romney ha superato Obama nella raccolta di fondi fra chi lavora a Wall Street. Ho assistito personalmente durante un evento privato a un acceso diverbio fra un impiegato di Goldman Sachs, donatore democratico, e la New York finance director del DCCC (Democratic Congressional Campaign Committee): il primo si lamentava di aver ricevuto una mail dalla Pelosi che faceva un endorsement di OWS e diceva, irritatissimo, che andando avanti così avrebbero perso definitivamente l’appoggio di Wall Street e le elezioni.*
Torniamo al movimento. È un movimento pacifico che ha nelle sue rivendicazioni anche degli elementi di spiritualità. Ieri parlavo con un tassista, uno di quei rarissimi tassisti newyorchesi bianchi non immigrati. È un ingegnere del suono e mi diceva che lui è andato a protestare, ma non ha nessun tipo di odio verso chi ha i soldi. Vuole solo che questi facciano dei sacrifici per aiutare il paese in un momento difficile.
OWS ha un merito indiscutibile, quello di aver riportato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e del discorso politico la questione della disuguaglianza e del non aver affrontato seriamente il problema dell’eccessiva finanziarizzazione dell’economia. E se persino Eric Cantor fa marcia indietro sui suoi iniziali commenti graffianti (“sono una folla di facinorosi”) e dice che l’ineguaglianza eccessiva è un problema, qualcosa si muove.
La situazione in Italia.
L’ansia che circola in America è diffusa anche in Europa. E in Italia più che mai. In Italia si innesta in un quindicennio di stagnazione, di ulteriore peggioramento della mobilità sociale e di un degrado della vita pubblica qui ancora – per fortuna – sconosciuti (ma i segnali sono preoccupanti: vedere il diverbio Romney-Perry battibeccano contemporaneamente mi ha ricordato i talk show italiani, una sorta di Larussa-Gasparri all’americana).
In Italia non abbiamo la finanza più potente del mondo, ma abbiamo un paese gerontocratico, una meritocrazia enormemente inferiore che negli USA, un sistema dualistico fra chi è dentro e che è fuori dai recinti di una qualche corporazione protetta e la diffusissima metastasi del conflitto d’interessi. La classe dirigente ha perso ogni credibilità. Da noi oltre alla mancanza di opportunità e all’incapacità totale di chi governa il paese da dieci anni, si aggiunge il suo degrado civile e morale. Per definizione, quindi le rivendicazioni sono più politiche. Aggiungiamo il fatto che la presenza della politica nell’economia e la dipendenza di questa dalla politica è estremamente più grande e più diffusa che in America e il gioco è fatto.
Perché solo da noi quindi? Sicuramente esiste un problema di chi ha la responsabilità dell’ordine pubblico che dovrebbe essere in grado di fare una prevenzione efficace, anche fatta di repressione preventiva. Meglio qualche arresto in più e qualcuno rilasciato il giorno dopo che la caccia ex post e le leggi speciali dopo che i danni e i morti ci sono già stati. Inoltre, i movimenti di piazza italiani sono purtroppo da sempre più permeabili e a volte contigui a gente violenta. E le ultime notizie trapelate da interviste a black bloc sulla stampa ci dicono che molti nel movimento sapevano e non hanno fatto gran che per prevenire l’infiltrazione dei violenti.
Le cause sono più profonde e sono da ricercare nella nostra storia e nella nostra cultura, a partire dal fatto che non abbiamo mai avuto una vera riconciliazione nazionale dal dopoguerra. Calabresi nel suo editoriale di sabato ha colto nel segno. Nel nostro paese non abbiamo mai messo al bando inequivocabilmente e senza attenuanti la violenza, anche solo evocata a parole e da qualsiasi parte essa venga. Questo è un elemento che ci differenzia non solo dall’America ma anche dal resto dell’Europa civile. Noi abbiamo spesso deriso la politically correctness degli americani, ma è come la teorie delle finestre rotte per cui se tolleri anche il più piccolo degli atti vandalismi, apri la porta ad atti sempre più gravi. È qui la vera differenza con gli Stati Uniti, dove la classe dirigente, di destra o sinistra, è intollerante verso la violenza. Ultimamente c’è stato qualche segnale di sbandamento, in un moneto di polarizzazione estrema del discorso politico ma l’equilibrio regge, perché è nella cultura del paese.
Su questo, spiace molto dirlo, la sinistra, una certa sinistra, porta una responsabilità maggiore della destra. E lo dico da sinistra. Perché la maggior parte delle manifestazioni di piazza sono di sinistra o di quest’area, parliamoci chiaro. E i vari se e ma sono spesso venuti da dirigenti di un pezzo della sinistra. Chi è neofascista, è per definizione un non pacifico, per cui non mi aspetto da questi una condanna della violenza.
Tutto questo s’innesta, infine, in un contesto di scarso senso civico generale. A parte il fatto che in alcune sacche della società italiana c’è una subcultura da stadio, fra alcune frange di studenti e centri sociali, quello dello “sbirro infame”, per intenderci, quando lo sbirro è uno che prende uno stipendio da fame. Negli stadi americani gli episodi di violenza sono quasi inesistenti, mentre da noi sono all’ordine del giorno.
Ma il pesce, come si dice, puzza dalla testa. Se la vita pubblica è così degradata e per anni si è promossa una cultura della volgarità e del tutto è permesso, non ci si può aspettare diversamente. E questo è l’altro l’elemento, faccia di una stessa medaglia di una classe dirigente da discarica, che ci distingue dal resto d’Europa. Siamo allo spreco della democrazia che una larga fetta della società fa, dall’alto al basso.
È ora che anche in Italia si cominci ad essere inequivocabilmente intolleranti verso la violenza, anche nel linguaggio, anche quella più banale, e si diventi un più “bacchettoni” e politically correct. Non è preferibile esagerare per eccesso di sensibilità che non il contrario? Anche tollerare le barzellette “sui froci”, non fatte in teatro da comici ma da leader politici, è una cosa che fa parte dello stesso fenomeno. Ricordo un film di Moretti in cui il protagonista da uno schiaffo alla ragazza con cui parla e le dice “chi parla male pensa male!”. Le parole sono pesanti e con le parole si generano comportamenti.
Come dice Calabresi ci sono tanti giovani che non sono cinici, hanno speranza e vogliono essere costruttivi. È ora che si facciano sentire.
Gianluca Galletto
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Note
*Molti non sanno che il calo di feeling fra il settore finanziario e Obama non dipende solo dalle sue uscite pubbliche contro le banche e dalla riforma (annacquata) approvata l’anno scorso, ma è dovuto anche ad un banalissimo problema: la dirigenza della parte finanziaria della campagna del 2008 a New York ha letteralmente fatto arrabbiare molti donatori. Molti di questi si sono lamentati del fatto una volta vinte le elezioni sono stati ignorati. “Siamo stati spremuti e poi neanche più considerati”. Da giugno, sotto la pressione di una effettiva accresciuta difficoltà a raccogliere, c’è stata una riorganizzazione e cambi di personale.
iMille.org – DirettoreRaoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti





