di Alessandro Giovannini
![]() |
|
Fonte: MookieLuv |
Fino ad agosto uno solo era il mantra che si ripeteva da mattina a sera: l’Italia deve ottenere il pareggio di bilancio (prima entro il 2014, poi anticipato al 2013) per ridurre il suo debito pubblico. Con l’approvazione in via definitiva della terza manovra estiva, il 14 settembre doveva essere il giorno in cui si sarebbe messa la parole fine ai problemi fiscali dell’Italia, mostrando a tutti che il Paese era saldamente avviato sul cammino del consolidamento fiscale. Il Sottosegretario all’Economia Giorgetti, accompagnando il Premier nel suo viaggio a Bruxelles, affermò orgogliosamente: “Dopo la manovra non ci dovrebbe essere necessità di ulteriori interventi”. In questo modo, ci si augurava, l’Italia avrebbe riguadagnato la fiducia dei mercati, misurabile tramite una riduzione dello spread tra titoli di Stato italiani e quelli tedeschi: purtroppo, tale riduzione non è arrivata.
“Da troppo tempo l’Italia non cresce”: così sentenzia il Progetto delle imprese per l’Italia presentato dalla Marcegaglia il 30 settembre scorso. Ci si è quindi resi conto che il risanamento del bilancio pubblico non basta da solo ad assicurare la sostenibilità finanziaria e che quindi un’altra parole deve diventare centrale nel dibattito politico e mediatico: “crescita”. La dimostrazione che in questo momento quello che preoccupa i mercati è la bassa crescita italiana (in quanto essa renderà più difficile per l’Italia onorare il servizio del debito accumulato negli ultimi trenta anni) è arrivata ancora una volta il 5 ottobre quando Moody’s come motivazione del taglio del rating dell’Italia ha riportato: “le prospettive di crescita a medio termine sono state ulteriormente riviste al ribasso a causa dei potenziali effetti negativi di un indebolimento della crescita Europea e mondiale. La crescita economica sarà un fattore cruciale per determinare i ricavi del governo, per raggiungere gli obiettivi di risanamento dei conti pubblici e, in definitiva, la sua traiettoria del debito”.
D’altra parte, l’anomalia italiana è evidente guardando la figura sottostante: dopo un decennio di crescita inferiore a quella media europea, l’Italia (unico caso insieme alla Spagna) non è ancora riuscita a recuperare il livello del PIL precedente alla crisi del 2008.
| Figura 1: andamento del PIL reale di alcuni paesi della zona Euro (2007=100) |
![]() |
|
Fonte: Eurostat, 2011 |
Naturalmente, si può sostenere che non ci siamo riusciti perché avevamo sulle nostre spalle un debito talmente grande che non ci ha permesso di impostare quelle manovre di sostegno all’economia necessarie per far ripartire l’economia. D’altra parte, però, va notato che il Belgio (linea celeste) è riuscito in tale impresa, nonostante la presenza di un debito attorno al 100% del PIL e il fatto che, dal 13 giugno 2010, manchi un governo (il 1 giugno di quest’anno il Belgio ha battuto il record mondiale in materia, precedentemente detenuto dalla Cambogia, superando i 353 giorni senza guida governativa).
Il debito ed il PIL: due grandezze interdipendenti
Ma perché è così importante la crescita? Una prima risposta intuitiva viene dalla matematica, e più precisamente dal fatto che non è importante il valore assoluto del DEBITO (per inciso quello della Germania è superiore al nostro), ma il suo rapporto al PIL (cioè al reddito prodotto in termini nominali), che esprima la capacità del paese di ripagare questo onere. Per far decrescere questo rapporto ci sono due strategie che devono essere ambedue attuate: una riguarda il numeratore, così da farlo diminuire (ed è quello che abbiamo fatto con le manovre fino ad agosto), l’altra punta a far aumentare il denominatore, ed è la strada che ancora non si riesce a percorrere.
Ma allora, ci si potrebbe chiedere, perché si parla solo ora della necessità di affrontare il problema della crescita? Dal momento che il numeratore dovrebbe ridursi a seguito delle varie manovre, basterebbe solo aspettare e accontentarsi della crescita “anemica” (1% annuo in termini reali) a cui siamo abituati da più di dieci anni. È la posizione dello stesso Ministro Tremonti che il 4 ottobre ha dichiarato “siamo in grado di garantire la tenuta dei conti anche in assenza ci crescita”: una affermazione forse un po’ troppo ottimista, visto che basterebbe cambiare di poco lo scenario macroeconomico contenuto nella manovra, per non far tornare i conti. Il problema nasce, infatti, quando con le manovre approvate per ridurre il numeratore si provoca un effetto negativo sul denominatore: in questo modo non solo non si riesce ad accelerare la riduzione del rapporto, ma si rischia di assistere ad un suo aumento.
Per comprendere come anche il denominatore possa diminuire, è sufficiente ricordare che:
Di conseguenza, una manovra di riduzione del debito (attraverso il taglio della spesa pubblica e l’aumento delle imposte) ha un impatto diretto e negativo su una delle componenti del Pil ed uno indiretto (sempre negativo) sui consumi privati, in quanto questi ultimi dipendono dal reddito disponibile (Reddito totale – tasse). Poiché una buona parte della manovra, come dimostrato dal Professor Boeri, è realizzata attraverso un aumento delle imposte, l’effetto depressivo sui consumi appare potenzialmente rilevante.
L’effetto valanga sul debito
Al di là degli effetti ora descritti, vi è un altro motivo per cui la crescita economica costituisce un fattore fondamentale per la sostenibilità finanziaria di un Paese. Infatti, la dinamica del rapporto debito/Pil può essere scomposta in tre componenti:
- il livello del deficit primario di bilancio (cioè il disavanzo al netto della spesa per interessi), su cui tanta attenzione è stata posta fino ad agosto:
- la differenza tra il costo dell’indebitamento (i) e il tasso di crescita del PIL nominale ();
- i cambiamenti nel rapporto tra il valore dello stock di debito e il valore del PIL (k), che qui possiamo tralasciare.
L’effetto “valanga” (“snowball effect” in inglese) si ha quando il tasso di interesse pagato sui debito pubblico (i) supera il tasso di crescita nominale dell’economia nazionale (): in tal caso, infatti, il rapporto debito-PIL continua a crescere a meno che non si riesca ad ottenere un avanzo primario capace di controbilanciare l’effetto negativo.
Ciò vuol dire che anche un livello piuttosto elevato del debito pubblico sarebbe sostenibile se il governo dovesse pagare un tasso di interesse basso (o comunque inferiore al tasso di crescita), ma se questo non avviene il medesimo livello di debito diventerebbe insostenibile, a meno di manovre restrittive sempre più drastiche: così facendo, infatti, si riuscirebbe ad aumentare l’avanzo primario, ma l’effetto recessivo sul Pil sarebbe molto forte, il che innescherebbe un circolo vizioso insostenibile sul piano sociale.
In conclusione, la messa in sicurezza delle finanze pubbliche non si può attuare solo attraverso l’ottenimento prolungato di un deficit primario, ma richiede una capacità di far crescere il Pil a un tasso compatibile con il tasso d’interesse pagato sul proprio debito: dal momento quindi che il nostro paese non mostra né un tasso di crescita adeguato, né una capacità di indebitarsi a tassi contenuti (l’ormai celeberrimo spread con il Bund è vicino a quattro punti percentuali), il rischio che il debito italiano non sia controllabile aumenta sempre di più.
Puntare decisi sulla crescita
Come abbiamo visto, il problema italiano non è dato solo dal deficit pubblico: anzi, se è vero l’Italia ha mostrato da molti anni uno squilibrio tra spese pubbliche e entrate relativamente ampio, oggi non è più così. Oggigiorno, infatti, l’Italia ha un deficit di bilancio inferiore a molti altri paesi della zona Euro tra cui Francia, Belgio, o anche l’Olanda. Dalla figura sottostante si scopre che non sono neanche le pensioni o la sanità il problema della finanza pubblica italiana: la nostra situazione (così come misurata dal Fondo Monetario Internazionale[1]) è infatti migliore di quella di molti altri membri dell’Eurozona, con un pizzico di soddisfazione per quanto riguarda il capitolo pensioni nei confronti della Germania.
| Figura 2: indicatori di finanza pubblica per alcuni paesi della zona Euro |
![]() |
|
Fonte: Fondo Monetario Internazionale, 2011 |
Il problema dell’Italia ora si chiama sviluppo, come appare chiaro dall’ultimo istogramma del grafico precedente. Ma come può l’Italia raggiungere questo tanto desiderato sviluppo? In questo campo le ricette invocate, presentate, criticate, attese, sono numerose: quelle avanzate dai partiti politici durante al discussione della manovra sono state già analizzate già Raoul Minetti e Marco Campione e da settimane siamo in attesa, speranzosa, di qualcosa di nuovo da parte del Governo. Il tanto invocato incontro tra Tremonti e Berlusconi del 27 settembre invece di scaturire in qualcosa di concreto ed efficace, è riuscito solamente a partorire un vuoto e inutile annuncio “avanti con le misure per la crescita” o un vago numero magico 27, come le manovre che secondo Berlusconi il governo è pronto ad approvare per il rilancio del Paese. Un’attesa che se da un lato certamente non fa bene alle finanze statali, comportando un innalzamento lento ma inesorabile degli spread, dall’altro ha l’effetto di ogni sforzo che il mondo produttivo del nostro paese sta cercando di mettere in campo in questo periodo di difficoltà. In questo quadro sconsolate, rappresenta però un fatto interessante come nelle ultime settimane siano emerse proposte da parte di figure che non appartengo all’arena politica, precisamente la Banca Centrale Europea e le Imprese:
- La ricetta che ci consiglia l’Europa, contenuta nella lettera che il Governatore della BCE Trichet ed il suo successore Draghi hanno inviato al Presidente del Consiglio: liberalizzazioni nei servizi pubblici e nei servizi professionali, riforma del sistema di contrattazione salariale collettiva (verso un più accentuato decentramento della negoziazione), revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (maggiore flessibilità in cambio di un sussidio dalla disoccupazione), maggiore efficienza dei servizi pubblici e nei servizi amministrativi al fine di assecondare le esigenze delle imprese.
- La ricetta delle imprese, esposta nel Progetto delle Imprese per l’Italia, appare maggiormente corposa: riforma pensionistica (elevazione età pensionabile, riforma pensioni anzianità), riforma fiscale (riduzione IRAP e cuneo fiscale e diminuzione dell’IRPEF per le fasce più deboli), aumento degli incentivi alle imprese per R&S, liberalizzazioni nei trasporti, nel servizio pubblico locale e nei servizi professionali, nuovi e più definiti piani per gli investimenti pubblici nelle infrastrutture, recuperando le risorse necessarie per queste misura attraverso la famosa patrimoniale, dai minori sprechi della PA e dalle cessioni del patrimonio pubblico.
Napolitano l’ha definito “un tema drammatico” quello della crescita, ma forse l’ottimismo potrebbe aiutare in questi casi: la strada italiana, è infatti, più semplice di quella di altri paesi perché il ritardo in tema di politiche per lo sviluppo accumulato negli ultimi quindici anni ha lasciato talmente tanti ampi margini di manovra che crescere a ritmi sostenuti nei prossimi anni per noi italiani può risultare più facile rispetto agli altri membri della zona Euro che hanno già giocato molte carte disponibili. Le strade da percorrere in parte già le sappiamo, o le stiamo scoprendo in questi giorni di dibattiti politici finalmente incentrati su questo tema; in ogni caso valgono sempre le parole di Ronald Reagan: “non ci sono grandi limiti alla crescita, perché non ci sono limiti all’intelligenza umana, all’immaginazione e alla meraviglia”.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
[1] Il Debito si riferisce al debito lordo delle amministrazioni pubbliche in percentuale del PIL; Avanzo primario è il deficit primario corretto per il ciclo in percentuale del PIL potenziale; Pensioni è la variazione delle pensioni pubbliche a lungo termine della spesa 2010-2030 in percentuale del PIL; Sanità è il cambiamento a lungo termine la spesa sanitaria pubblica 2010-2030 in percentuale del PIL; Snowball effect è la differenza tra l’interesse medio e il differenziale di crescita 2012-2016 in percentuale.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti








