di Alan Marazzi.
Uno degli uomini del momento nel vicino oriente è sicuramente Recep Tayyp Erdogan, il primo ministro turco (ma presto potrebbe diventare qualcosa di più). Andiamo per gradi.
Il fronte interno: riforma costituzionale e questione curda. In Turchia il progetto di riforma costituzionale, che sarebbe l’unica ad avvenire in tempo di pace, ha preso da poco il via con la creazione di una commissione ad hoc il cui compito sarà quello di redarre una nuova carta fondamentale (che secondo il premier dovrebbe coronare la pace democratica dello stato turco). Il problema è che alle ultime elezioni di Giugno l’Apk, il partito di Erdogan, non è riuscito a raggiungere quota 367 seggi, necessari per poter operare le riforme in autonomia ed evitare lo scoglio del referendum.
Il primo ministro vorrebbe inserire nella carta un ridimensionamento dei poteri dell’esercito turco, che fino ad oggi ha avuto la possibilità di fare il bello ed il cattivo tempo nelle questioni interne. Infatti il 29 Luglio scorso si sono dimessi i vertici del secondo più grande esercito della NATO, coinvolti nel processo “Balyoz”, ovvero un progetto di destabilizzazione economica e sociale che avrebbe creato le condizioni necessarie ad un intervento militare (il complotto risaliva al 2003 ed e’ stato scoperto l’anno scorso). Questo colpo ai militari, importante per lo sviluppo di una democrazia sana, dovrà essere formalizzato nella nuova costituzione, ma i partiti d’opposizione sono cauti, poichè temono che la fretta potrebbe portare Erdogan a “colmare” il vuoto di potere lasciato dai militari.
Un’ulteriore questione delicata è la volontà del premier di riconoscere a livello costituzionale la minoranza curda, questione annosa che potrebbe finalmente trovare una soluzione di comodo per ambo le parti. Il Bdp, principale partito filo-curdo, è infatti stato invitato a partecipare alle sessioni della commissione costituente, dimostrando così l’apertura del primo ministro nei confronti dei curdi, anche se nel frattempo le recrudescenze del conflitto con i guerriglieri del Pkk hanno portato il parlamento e l’esecutivo a prolungare le operazioni via terra nel nord dell’Iraq contro i separatisti.
A quanto pare, però, questi non sono gli unici problemi per Erdogan, che viene accusato dalle opposizioni di essere affamato di potere e di cercare di cambiare la forma di governo dello stato turco. Un allontanamento dall’obiettivo di presentazione al parlamento della nuova costituzione la primavera prossima è quindi nell’aria, e di certo il primo ministro non ha solo questioni interne impellenti da risolvere, ma la sua politica neo-ottomana conservatrice si estende anche sul fronte estero.
Il fronte estero: tra la primavera araba e i balcani. Tutti ci ricordiamo la tragedia della Mavi Marmara il 31 Maggio scorso, che ha portato Ankara a rompere le proprie relazioni diplomatiche con Israele, almeno formalmente. Da allora in Medio Oriente è successo di tutto. Lo scoppio della primavera araba, su cui molti hanno provato a mettere il cappello, fra cui Obama, Ahmadinejad e l’UE, ha trovato il suo padrino “preferito” proprio in Erdogan, che con un viaggio in Nord Africa ha visitato tutti i paesi toccati dalla rivolta.
Soprattutto gli egiziani, la cui situazione al momento è abbastanza ambigua, potrebbero subire una forte attrazione dalla Turchia: le tensioni recentemente creatisi con Israele, la latitanza apparente degli Stati Uniti e la quella di fatto dell’Unione Europea stanno spingendo l’Egitto fra le accoglienti braccia di Erdogan. Ma lo stesso si puo’ affermare per i siriani. Il primo ministro turco sta accogliendo a braccia aperte i profughi provenienti dalla Siria, e ad oggi se ne contano ancora più di 7 mila su suolo turco. Per non parlare dell’annuncio di un avvio di sanzioni unilaterali turche sul regime di Assad, e del fatto che la Turchia ospiterà la formazione di un Consiglio Nazionale di transizione siriano.
Questo cambio di politica estera repentino ha portato Assad a minacciare l’attacco di Tel Aviv, e questo non farà altro che spingere sempre più gli avvenimenti in direzione favorevole alla Turchia, che non ha intenzione di limitarsi ad assumere una posizione predominante in Medio Oriente, ma sta allungando i propri tentacoli anche sui Balcani. Il 30 Settembre Erdogan si è recato a Skopje, Macedonia, per celebrare l’apertura di un nuovo terminal dell’aeroporto, pagato da soldi turchi. Il primo ministro nazionalista Gruevski lo ha accolto calorosamente, nonostante sia chiaro che se i turchi, come è loro desiderio, aumentassero la propria presenza in Macedonia, potrebbero tranquillamente dominarla economicamente. Insomma al premier macedone va benissimo essere controllato da Ankara, ma lotta come un leone quando si tratta di difendere il nome della Macedonia per l’ingresso in Unione Europea.
Un neo-ottomanesimo soft, quello di Erdogan, che per ora si sta rivelando la strategia vincente per il futuro. Infatti i forti legami economici creati con vari stati nella zona balcanica, che presto verranno integrati nella zona euro, permetteranno alla Turchia un accesso privilegiato alla valuta europea e in men che non si dica il suo potere nella zona Medio orientale crescerebbe smisuratamente. A quel punto l’unica via, per Unione Europea e Stati Uniti, di accedere al Medio Oriente sarebbe un ponte tramite Ankara.
Per evitare tutto ciò sarebbe necessario riavviare al più presto i dialoghi per l’ingresso della Turchia nell’ Unione Europea. Così facendo si avrebbe un maggiore controllo su Erdogan e la sua politica sia estera che interna, permettendo così all’Unione Europea di avere un accesso privilegiato in tutto il Medio Oriente, e ai turchi di ritrovarsi con uno stato finalmente democratico di fatto.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti








Interessanti riflessioni. Penso che questa politica estera attiva e il declino economico dell’EU stanno portanto la Turchia sempre più lontano. Perché dovrebbe entrare in un meccanismo che non gli porta progresso e la blocca pure in politica estera?
Per il mercato unico, per Schengen e per l’Euro. In fondo non possono sapere quanto durerà questa crescita, che per continuare avrà bisogno di basi solide. Poi il declino dell’UE è solo politico, non economico, se andiamo a vedere gli indicatori macro-economici siamo messi meglio che gli Usa, e a quanto pare anche della Cina, che a breve dovrebbe subire lo scoppio della bolla immobiliare, e a quel punto anche loro non riuscirebbero più a finanziare il loro debito, che viene abilmente tenuto nascosto. Per questo Erdogan tiene il piede in due scarpe, anche perchè se continua così prima poi si scontrerà con Pechino e Mosca, e non ha nè le risorse, nè la capacità di sostenere un confronto, anche se non militare, coi due colossi, per questo gli serve l’Europa.
Lettura interessante: sono sicuro che la Turchia ha ancora interesse ad entrare nell’UE ed aggiungo che oltre all’Euro, Schengen e il mercato unico, altri due importanti incentivi sono i fondi strutturali e l’acquis comunitario (in sostanza l’ingresso nell’UE da la possibilità ai nuovi paesi di ammodernare in un solo colpo i loro sistemi giuridici, che molto spesso sono lacunosi e tardogradi).
Cio’ premesso, ho già sostenuto altrove che il rapporto di forza tra UE e Turchia si sta lentamente riequilibrando, e un giorno potrebbe addirittura ribaltarsi. Le recenti “minacce” di Erdogan all’Europa dimostrano come la Turchia stia acquisendo un maggiore potere contrattuale verso l’UE. Poi, se gli stati membri vogliono continuare a non intendere ragione, deve essere chiaro che senza la Turchia perderemo l’appuntamento con la storia prossima ventura.