di Maurizio Bovi.

"Ricerca: è una parola che richiede passione... e anche un po' di soldi non farebbero schifo..." di Simone Tagliaferri
Si sta mettendo il pareggio di bilancio nella Costituzione. È il solito errore (vedi Maastricht) di guardare solo ai saldi e non alle componenti. Comunque, il messaggio sottostante è chiaro: la maggioranza semplice dei politici non è in grado di mantenere il bilancio in pareggio e quindi è meglio che, per poter creare debito, lo decida una maggioranza qualificata. E’ stato giustamente detto che il vincolo non ci tutelerebbe: fatta la legge, trovata l’eccezione. Per come la vedo io, se proprio si deve (e lo si deve eccome) sottrarre un po’ di discrezionalità ai politici direi che sarebbe meglio sottrargli la quota di spesa pubblica da destinare alla ricerca e sviluppo (R&S). Anche un vincolo costituzionale sulla spesa pubblica per infrastrutture andrebbe bene ma, dovendo scegliere, sceglierei la R&S. Come ricercatore, ammetto che c’è un conflitto di interessi, ma spero di convincere il lettore che la richiesta è oggettivamente valida.
Se qualcuno pensa che, in fondo, anche i politici hanno a cuore la Ricerca e che l’importanza del sostegno alla spesa in R&S è ben presente nella loro agenda, allora dare qualche evidenza in materia può essere utile a capire l’entità della differenza tra il dire e il fare presente in politica.
I dati storici mostrano che nei Paesi OCSE, gli investimenti in R&S sono tra i primi a subire tagli nei periodi di recessione. Una recente analisi OCSE conferma questa ipotesi anche per la prima metà del 2009. Politica geniale: per uscire dalla recessione si eliminano per prime le spese che – a sentir dire loro – potrebbero evitare o almeno ridurre le crisi prossime venture. Ma vediamo come si pone il nostro Paese in questo quadro di desolante miopia gestionale. Di seguito mi limito a dati recenti, ma il dramma va in scena da decenni e mostra che se gli altri sono miopi noi siamo ciechi.
Secondo i dati dell’OCSE l’Italia, nel 2009, era classificata al 26° posto (su 34) nella percentuale di spesa in R&S. Stiamo parlando di una cifra appena al di sopra dell’uno percento. Per avere un’idea, la Francia ha una percentuale doppia della nostra e la Germania (gli USA, la Svezia…) quasi il doppio della Francia (capito?). Sempre in quell’anno, Francia e Inghilterra potevano contare su circa 230mila ricercatori, la Germania su oltre 310mila. Il nostro numero è 101mila, ovvero anche meno dei 134mila ricercatori spagnoli. Più in generale, in Italia ci sono solamente 4 ricercatori ogni mille occupati, molto meno della metà della media OCSE.[1] In questo quadro non è difficile immaginare perché l’Italia si collochi al 21° posto, sui 34 paesi dell’OCSE, nel numero di “patent families” – cioè le invenzioni registrate in più paesi – per ogni mille abitanti. A guardar bene, anzi, pare che, nonostante tutto, la bravura dei nostri scienziati riesca almeno in parte a sopperire alle mancanze dei politici. In effetti, alcuni numeri corroborano la sensazione. Nel 2008, i ricercatori italiani hanno pubblicato un numero di articoli scientifici molto simile a quello medio dei loro colleghi operanti negli altri paesi dell’OCSE. In quell’anno, circa il 2% delle pubblicazioni scientifiche mondiali era stato fatto dai nostri ricercatori. Spero sia chiaro: si sta nella media avendo molto meno della media. Potrei continuare, ma dovrebbe essere già sufficiente.
Nella misura in cui il lato delle uscite del bilancio pubblico è un indicatore attendibile della crescita potenziale del PIL indotta dalle scelte politiche, appare ovvio che se si investe l’1% del PIL in R&S contro, ad esempio, un ”investimento” fisso fino al 2050 del 15% del PIL in pensioni (lo dice l’ultimo DEF) il segnale di declino che emerge è drammaticamente auto esplicativo. Nella spesa per le pensioni, naturalmente, ci sono delle innegabili rigidità verso il basso, ma spazi di manovra ce ne sono eccome. Tuttavia – e questo è il punto – dovrebbe essere resa incomprimibile anche per la spesa in R&S. Come ogni altro investimento, anche quello in R&S va ben indirizzato per evitare sprechi. Alcune delle sue caratteristiche, però, lo rendono particolare. Per esempio, il concetto di “spreco” va qualificato meglio. Supponiamo per un attimo e per assurdo che il “mercato” dei ricercatori fosse come quello dei calciatori. Cosa fanno le squadre di club che hanno vinto e/o vogliono vincere la Champions League? Comprano grandi campioni e/o investono nei vivai. E’ ovvio che “uno su mille ce la fa” e, d’altronde, non tutti i grandi campioni rendono quanto previsto. Ora, i campioni che non rendono e i quasi mille ragazzi che passano dal vivaio senza lasciar traccia nel mondo pallonaro, non possono essere considerati un buco di bilancio. Certo, si potrebbe fare uno studio approfondito di qual è il vivaio minimo per ottenere un premio Nobel (o l’invenzione del secolo), ma certe ottimizzazioni hanno uno scarso senso pratico. E’ più facile immaginare che più si spende più si ottiene. Di dati e riscontri in materia ce ne sono a iosa. D’altronde, uno che vuole fare il fannullone difficilmente perde tempo e soldi per laurearsi e per prendersi il dottorato di ricerca.
Quello che voglio dire è che quando si investe in R&S la miglior logica sia quella del melius abundare quam deficere. Se si usa il bilancino in questo campo si presta il fianco a “quelli dell’1%”. Vogliamo parlare di quanti soldi e campionati ha perso l’Inter prima di vincere qualcosa? Ed è perciò che il vincolo costituzionale che qui sponsorizzo dovrebbe consentire un livello di spesa in R&S duraturo e adeguato. Diciamo a livello tedesco, tanto per citare (non a caso) la locomotiva d’Europa, che (guarda caso) ha proprio quel 3% sul PIL suggerito anche dalla cd strategia “Europa 2020”. In proposito, è curioso – per non dire angosciante – osservare che l’obiettivo fissato nel recente Programma Nazionale della Ricerca del Governo prevede di raggiungere quota 1,53% nel 2020. Cifra minore dell’obiettivo europeo e che manterrebbe inalterato per molti anni il rapporto tra la spesa per pensioni e quella per la ricerca. Alla faccia della lungimiranza della politica!
iMille.org – Direttore Raoul Minetti
[1] Per par condicio, va menzionato che in Italia anche il settore privato spende meno di quanto si faccia, in media, nell’OCSE. E ancora, durante il triennio 2004-06, solamente il 10,2% delle imprese ha posto in essere innovazioni di prodotto. Ora, a parte che la scarsa propensione potrebbe derivare da problemi “istituzionali”, nel testo si parla di legare le mani al gestore pubblico via Costituzione. E ciò è tanto più importante quanto minore è l’apporto dei privati al motore dello sviluppo.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti




