L’istruzione terziaria tecnico-professionale e il «nuovo apprendistato universitario» de “lavoce.info”

di Renzo Rubele.

"hogeschool" di csaavedra

Qualche tempo fa avevamo proposto alcune riflessioni sul rapporto fra istruzione superiore e mercato del lavoro in Italia, in occasione della pubblicazione del tradizionale “rapporto” di AlmaLaurea sulla situazione occupazionale dei laureati. Avevamo indicato nella tipologia e nelle caratteristiche dell’offerta formativa universitaria disponibile nel nostro Paese uno dei motivi della insoddisfacente combinazione dei fattori produttivi nel nostro sistema economico. Mentre per quanto riguarda l’istruzione scolastica secondaria l’articolazione in Licei e in istituti tecnici e professionali ha storicamente consentito al nostro Paese di formare generazioni di giovani con un ampio spettro di competenze, anche corrispondenti alle necessità del sistema produttivo, la mancanza di un serio canale tecnico-professionale terziario, unitamente alla massificazione dell’accesso all’istruzione superiore, ha contribuito ad uno sbilanciamento formativo sul versante accademico, le cui incongruenze vengono oggi alla luce in maniera più drammatica per via della crisi economica. Questa situazione rappresenta un’anomalìa “di sistema” per il nostro Paese, e, indipendentemente dagli aspetti congiunturali, va affrontata con la giusta consapevolezza, cercando di “mettere le cose al loro posto”.

Abbiamo notato, in questi 6 mesi, almeno un paio di novità riguardanti questo frammento di politica dell’istruzione. Da una parte il Ministero ha proceduto a velocizzare il programma di messa in opera dei nuovi «istituti tecnici superiori» (ITS) all’interno del c.d. «sistema di istruzione e formazione tecnica superiore» (IFTS), il quale, pur esistendo formalmente da 10 anni (vi torneremo fra un attimo con un esame critico), ha conosciuto una lunga fase di sopravvivenza “sottotraccia”, anziché la necessaria visibilità e promozione. In particolare, il 3 agosto scorso è stato emanato il Decreto Interministeriale sui nuovi profili dei “Diplomi di Tecnico Superiore” che verranno attivati a partire dal corrente anno 2011/12, e lungo il prossimo triennio, in attuazione di un DPCM del 25 gennaio 2008 che aveva rimesso mano alla materia. Per altro verso, vi è finalmente una maggiore considerazione pubblica del problema, e, ad esempio, abbiamo potuto leggere alcune riflessioni di qualche rilievo in un articolo pubblicato sul sito “lavoce.info” (“Nuovo apprendistato contro lo spreco di capitale umano”, di T. Boeri e P. Garibaldi).

Le premesse dell’articolo de “La Voce” non sono molto diverse dalle nostre; la trattazione però si impernia su una proposta a nostro avviso poco realistica e non correlata alla politica del “settore IFTS”, che va invece mantenuta e irrobustita. Secondo i due economisti, dovrebbero essere le Università, insieme a un numero di imprese localizzate sul territorio, a realizzare dei “corsi di laurea triennale di specializzazione tecnica”, nei quali si acquisiscono metà dei crediti formativi in azienda e metà in università. Dovrebbe poi essere adottato un nuovo, specifico, contratto di apprendistato (oltre alle 4 tipologie recentemente create dal Governo) che costituirebbe la forma di impiego degli “studenti-lavoratori” iscritti al corso. Peraltro, la proposta viene avanzata in nome di una presunta analogia proprio con il canale tecnico-professionale terziario presente in altri Paesi, come in Germania.

Ora, vogliamo fare un passo indietro per riprendere un punto di vista più ampio sulle politiche di cui stiamo parlando. Torniamo a quel periodo di fine anni ’90 che ha marcato le scelte riformatrici “di sistema” che hanno impresso il segno di tutta l’attuale fase storica dell’istruzione terziaria. Ci riferiamo, cioè, all’avvio di quel complesso di azioni coordinate a livello continentale denominato “Processo di Bologna”, per la creazione dello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore. Vogliamo mostrare – anche materialmente, facendo vedere una diapositiva contenuta nella presentazione pubblica fatta proprio alla Conferenza Interministeriale di Bologna del 18-19 giugno 1999 dall’allora Sottosegretario all’Università Luciano Guerzoni – che il “quadro politico-teorico” era allora assai chiaro al Governo, ed anche “sostanzialmente corretto”, per così dire. Il nostro piccolo scoop si concretizza nell’immagine seguente:


che ora commentiamo, con l’ausilio delle parole dello stesso Guerzoni, il quale così descriveva il processo riformatore in Italia:

«La riforma dell’istruzione superiore, realizzata con provvedimenti legislativi già in vigore o tuttora in corso di approvazione, prevede un sistema articolato in tre settori o comparti istituzionalmente e funzionalmente distinti:

A – istruzione universitaria (università e istituti di istruzione universitaria)

B – alta formazione artistica e musicale (accademie d’arte, conservatori musicali, ecc.)

C – formazione tecnica superiore integrata (FIS) (IFTS: rete di istituti di formazione tecnico-professionale superiore, con corsi di durata massima di quattro semestri, attivati su scala regionale con la partecipazione di una pluralità di soggetti istituzionali e sociali e caratterizzati da una stretta correlazione tra formazione e lavoro).

La distinzione tra i tre settori o comparti si fonda sia sulla diversità dei soggetti istituzionali ad essi preposti, sia sulla specificità degli obiettivi formativi, delle metodologie, dei contenuti e della durata dei rispettivi percorsi di studio e di formazione.»

Vogliamo ri-sottolineare come fosse presente la convinzione di fondo che si dovesse dare vita ad un sistema di istruzione superiore tri-partito (ci interessa qui ovviamente la distinzione fra il canale accademico e quello tecnico-professionale), con soggetti istituzionali diversi, in quanto preposti a presidiare un tipo di formazione strutturalmente diverso l’uno dall’altro; purtuttavia l’articolazione modulare dei corsi e l’introduzione dei crediti formativi avrebbe consentito la realizzazione di “passerelle” fra i settori. E in effetti, era stata da appena un mese adottata la norma (legge 17 maggio 1999, n. 144, articolo 69) con cui si costituiva l’IFTS, mentre il sistema universitario sarebbe stato di lì a poco interessato dal ben noto Regolamento 509/99 sul rinnovamento degli ordinamenti didattici (quello del c.d. “3+2”).

Nonostante la buona chiarezza di propositi, l’istituzione di questo nuovo canale formativo andava a scontrarsi contro forti interessi costituiti, e poggiava su gambe malferme. Infatti, come è noto, vi è sempre stata, in Italia, una devoluzione di competenze in materia di formazione professionale nei confronti delle Regioni, sotto il cui ombrello sono nate e si svolgono una miriade di iniziative di varia natura (tradizionalmente riconducibili al segmento di istruzione secondaria, ma non solo), con il forte contributo di Enti e organizzazioni private. Inoltre molte di esse sono realizzate con il contributo determinante di finanziamenti Europei. La sola ricognizione e classificazione appare difficile a chi non sia esperto del settore, e noi non vogliamo accreditarci fra questi. Inoltre non vi è chi intenda (e fu subito chiaro ai diretti interessati) che le Università sarebbero state le prime “donatrici di sangue” in termini di studenti, nei confronti dell’IFTS – un fatto evidentemente “voluto” per chi crede in questa strategia, ma assai poco consono alla tradizione italica che vuole indentificare forzosamente l’istruzione superiore con l’Università. Anzi, le Università dissero: ci pensiamo noi ad ampliare l’offerta formativa, istituendo nuovi corsi triennali con un maggiore contenuto professionalizzante.

Viste queste premesse, la stessa norma istitutiva prefigurava l’IFTS più che altro come un nuovo software da far girare su hardware esistenti:

«Le  regioni  programmano l’istituzione dei corsi dell’IFTS, che sono realizzati con modalità che garantiscono l’integrazione tra  sistemi  formativi, sulla base di linee guida […]. Alla progettazione dei corsi dell’IFTS concorrono università, scuole medie superiori, enti pubblici di ricerca, centri e agenzie di formazione professionale […], e imprese o loro associazioni, tra loro associati anche in forma consortile.»

Non sorprende, quindi che le resistenze, e i problemi, per l’avvio dell’IFTS, inibirono la sua “visibilità” per molto tempo. Un provvedimento esecutivo previsto dalla legge istitutiva, il Decreto Interministeriale 31 ottobre 2000, n. 436, costituì la base per le prime esperienze di “partenariati” e corsi. Con la Legge Finanziaria per il 2007 fu decisa una “ripartenza”, e l’odierna nuova fase attuativa  segue il già ricordato DPCM dell’inizio del 2008 (Linee guida per la riorganizzazione del sistema di istruzione e formazione tecnica superiore e la costituzione degli istituti tecnici superiori) sulla base della identificazione di profili formativi congruenti con il programma “Industria 2015” e la creazione degli ITS quali promozioni istituzionali dei partenariati, con una propria personalità giuridica, la c.d. “fondazione di partecipazione”.

Ora, finalmente, si dovrebbero vedere i primi frutti di questa riorganizzazione, con la messa in opera di 58 ITS – e per il momento ci asteniamo da valutazioni specifiche. Giudizio di merito che invece “La Voce” ha già dato, sulla base di una squalifica preventiva dell’idea stessa di “fondazione”, che ai due economisti evidentemente non piace. Ciò che è senz’altro vero, tuttavia, è che questi nuovi ITS possono assomigliare ben poco ad una Fachhochschule tedesca, ad una Hogeschool olandese, o ad una Scuola universitaria professionale svizzera (come la SUPSI, della Svizzera Italiana) – i modelli presenti, come già ricordato, nello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore (e come pubblicizzato dalla brochure del Ministero). Essi devono infatti necessariamente basarsi su infrastrutture scolastiche o accademiche (in primis istituti tecnici o professionali) che continuano ad avere la loro missione principale in altre attività istituzionali. Ma non lo potrebbe fare a fortiori neanche il modello proposto da Boeri e Garibaldi, che assegna alle Università il ruolo centrale per l’erogazione di questa… “formazione non accademica”. Sono proprio le modalità didattiche a dover essere peculiari e specifiche, ed essere forgiate con riferimento al profilo tecnico-professionale del corso (i.e.: i contenuti e lo stesso stile didattico delle lezioni), seppur di livello terziario. E’ altamente dubitabile, inoltre, come il nuovo “contratto di apprendistato universitario” tratteggiato da “La Voce” possa essere appetibile alle imprese, a meno di non volerlo qualificare con cifre salariali inaccettabili.

Va quindi ribadito come, pur con tutte le “contaminazioni” del caso, l’istruzione terziaria tecnico-professionale deve essere ricompresa, fondamentalmente, nella sfera dei sistemi educativi. Anzi, proprio in considerazione del carattere formativo, negli altri casi nazionali già menzionati vengono progettati corsi che conducono a titoli di studio con dignità equivalente alle lauree accademiche di primo e di secondo livello. Qui sta un punto di debolezza degli ITS e di tutta l’impresa dell’IFTS “all’italiana”: l’aver circoscritto questa esperienza a profili professionali e culturali troppo limitati, che non saranno in grado di risultare attraenti per significative porzioni di potenziali studenti. A nostro avviso si potrebbe da subito ampliare le capacità formative dei nuovi ITS, consentendo anche corsi con durata triennale (comparabili con la lauree universitarie), e continuare per questa via l’ancor lungo processo di adattamento e sistemazione di tutto il “canale” agli standard Europei e internazionali. Un processo da seguire, valutare, e incoraggiare.

 

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti