di Tommaso Caldarelli.
Da quando il governo di Silvio Berlusconi è in carica non abbiamo che cronache di scelte di politica economica ben definite e ben riconoscibili: tagli orizzontali in tutti i comparti, tagli alla sanità, tagli alla scuola, tagli alla ricerca, tagli alle forze di polizia e dunque alla sicurezza dei cittadini.
Ora il Partito Democratico ha un occasione rara: quella di riportare al centro del dibattito pubblico la lotta per il disarmo. Già, perché con la morte di Muhammar Gheddafi sono le stesse autorità della Nato, l’Alleanza Atlantica che gestisce le operazioni militari di Odissey Dawn, a chiarire che a questo punto la guerra in Libia ha una fine davvero più vicina di quanto finora si fosse pensato. L’Alleanza Atlantica si è riunita a Bruxelles, subito dopo la notizia della morte del Colonnello per definire il futuro dell’impegno alleato in Libia: quale il ruolo dell’Occidente, adesso?Il Consiglio Nazionale di Transizione libico in queste ore chiede alla Nato di rimanere nel paese almeno fino al 2012; l’Italia valuta il proprio coinvolgimento nella forza multinazionale che dovrebbe accompagnare la nascita del nuovo paese.
Il CNT, già insediato, ad una prima impressione sembra più stabile, più organizzato e più vicino alla completa autonomia di quanto si potrebbe pensare; e probabilmente in effetti non è così: ma i festeggiamenti per la caduta della dittatura di Gheddafi, seppur simili a quelli di Baghdad dopo la caduta di Saddam Hussein, non sono viziati dallo stesso tasso di paura del futuro che la popolazione viveva in Iraq. Meno forte è la potenza delle bande tribali in Libia di quanto non sia nei paesi del centro Asia, in Iraq come dicevamo ma soprattutto Afghanistan. Insomma, il punto è che la Libia rischia di essere in grado di essere autonoma a sufficienza in tempi relativamente brevi (il problema è, semmai, in che modo potrebbe diventare realtà questa autonomia: le voci di un ripristino della Sharia e della poligamia fanno intravedere il baratro della repubblica Islamica).
Dunque chiariamo subito: l’impegno italiano in Libia non deve essere diminuito fino a che il nostro aiuto continui ad essere necessario; la creazione di un mondo migliore passa anche dall’aiuto che possiamo dare alle gente di Libia, volenterosa di creare un paese nuovo. Certo è però che, con la morte di Gheddafi, si intravede all’orizzonte il momento in cui tale sforzo non sarà più indispensabile. E allora è il caso di iniziare a mettere in campo una strategia di rientro dal paese nord-africano, che in assoluto e rispettoso accordo con i partner militari, riesca a ipotizzare un primo taglio agli stanziamenti militari.
Non sono disponibili, per ora, i costi ufficiali della nostra missione libica: i calcoli disponibili e, appunto, non ufficiali parlano di un importo complessivo che si aggira intorno al miliardo di Euro. Vista l’aria che tira, e vista l’ondata di tagli che, ancora, il recente decreto sviluppo ha imposto a tutti i comparti della spesa pubblica, il nostro (parziale e graduale, lo ripeto) disimpegno in Libia potrebbe essere giustificato anche e soprattutto da un’esigenza economica interna.
Che lo sforzo bellico per difendere i ribelli di Tripoli e Bengasi fosse necessario, non è cosa che io voglia mettere in dubbio: ma è difficile, forse inutile e di sicuro poco credibile fare il bene degli altri se di tanto in tanto non si è in grado di fare delle scelte dure per prendersi cura di sé stessi; che poi l’Italia abbia bisogno di soldi, è sulle pagine di tutti i giornali; che una parte di essi possano essere recuperati dal comparto delle spese militari, è più che altro matematica.
Per cui sta alle forze di opposizione, prima di tutto il Pd, il dovere di prendere sulle spalle questa battaglia. Il Partito chieda quanto prima al ministro della Difesa Ignazio La Russa di riferire sui costi ufficiali dell’impegno libico; chieda al governo cosa intende fare, a questo punto, dopo la morte di Gheddafi e quanto ancora i conti pubblici possano reggere il nostro sforzo in Cirenaica e Tripolitania. Il competentissimo dipartimento Esteri del Partito provi a disegnare ed abbozzare una road map che ci porti via da Tripoli un minuto dopo che sia dichiarata sovrabbondante una nostra presenza così massiccia; e, conti alla mano, si ipotizzi le priorità di destinazione dei fondi che il taglio del budget militare comporterà.
Una linea di questo genere dovrebbe ovviamente essere coordinata anche a livello europeo: non è da sottovalutare il ruolo che il gruppo dei Socialisti e dei Demcoratici al Parlamento Europeo potrebbe rivestire, visto che la missione libica è stata pilotata principalmente dai paesi governati dai conservatori: Francia e Inghilterra su tutti. E siccome Odissey Dawn è una missione militare dell’Alleanza Atlantica, bisognerà chiedere che il governo impegni la Nato tutta nel definire un cammino chiaro e definito di disimpegno dal fronte libico. Il Segretario Generale Rasmussen finora ci ha fatto sapere che, nonostante sia stato proposto lo stop alle operazioni per la fine di ottobre, “non c’è ancora una decisione sul calendario” del disimpegno: programma di rientro che andrebbe invece precisato, e al più presto, e perché no, da parte italian. Si tratta sostanzialmente di ciò che ha detto il governo danese di centrosinistra: “Rimaniamo a disposizione del popolo libico, ma il nostro ruolo in Libia diminuisce gradualmente”; e tutti i fondi che questa diminuzione graduale potrebbe liberare andrebbero immediatamente stanziati per la spesa sociale e per il sostegno ai bassi redditi, in Italia più che altrove.
Non mi nascondo che a chiedere il ritiro dalla Libia il più presto possibile sia stata in questi mesi solo la Lega Nord: ma come recitava la Padania di qualche giorno fa in prima pagina, i motivi sono ben altri e molto chiari. Li ha riassunti Umberto Bossi: “Adesso dobbiamo mandare a casa i clandestini libici”. Meno contatti con Tripoli, e prima il nuovo governo si insedia, meglio è per il Carroccio: sarà probabilmente varata una brutta copia del patto di amicizia fra Silvio e Muhammar che impedisca lo sbarco dei clandestini sulle nostre coste. O almeno, l’intenzione pare questa.
Quella del centrosinistra deve essere ovviamente diversa. Se e quando (ripeto: solo se e solo quando) le spese militari si potranno ridurre, devono essere immediatamente diminuite a favore delle spese sociali, evitando di lasciare il comparto militare sovra-finanziato rispetto alle necessità: semmai si dovrebbero investire quei fondi per riprendere gli arruolamenti nelle forze armate, visto che per mancanza di denari il ministro La Russa ha recentemente diminuito i posti a concorso. Si tratta, a ben vedere, di invertire ciò che ha detto il ministro, che pensa sia giusto tenere fermi gli stanziamenti per le missioni internazionali e accettare, pur lamentandosi, i tagli al budget per il personale e gli arruolamenti: il che vuol dire, lo dice lui stesso, meno lavoro e dunque meno stipendi. Lavorando per far sì che il nostro impegno diventi sempre meno necessario, ad ogni riduzione del budget per la missione libica si potrebbero aumentare altri comparti utili alla ripresa del paese.
Scuola, università, sanità, servizi pubblici locali potranno giovarsi della diminuzione del budget militare, appena Tripoli non avrà più bisogno di noi, appena la pace potrà dirsi costruita: ed è compito anche nostro far sì che la Libia non diventi una nuova guerra infinta, come l’Afghanistan. Nessuno degli attori in campo può permettersi questo logoramento.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Tommaso,
guarda che l’intervento in Libia è stato finanziato con un’operazione ad hoc, e la conclusione dell’intervento non intaccherebbe ciò che intendiamo per spese militari.
Il budget della difesa ha una base non discrezionale necessaria per il mantenimento delle attrezzature e degli armamenti e per i requisiti standard (uomini, mezzi, tecnologie) per operare con la Nato.
Scendere sotto quel livello significa non solo rinunciare a salvare la vita ad altri essere umani ad esempio in Libano, e già questo mi scoccerebbe parecchio, ma anche uscire di fatto dalla Nato, che sarebbe una decisione mica da poco di politica estera, non di bilancio.
E con i tagli degli ultimi dieci/quindici anni, siamo già molto vicini al livello minimo, tanto che da anni non siamo in grado di compiere azioni insieme alle truppe americane, che richiedono tecnologie più sofisticate. (Ci riescono solo gli inglesi. Sarebbero in grado anche i francesi, ma non vogliono nè gli uni nè gli altri…)