di Riccardo Spezia.
Per parafrasare un vecchio adagio (ed essere forse troppo ottimisti), si potrebbe in effetti dire che c’è uno “spettro che si aggira” per il mondo, che unisce le piazze di Spagna, Siria, Tunisia, Stati Uniti, Grecia, persone che vanno in piazza a protestare, “indignate”. Seguendo l’esortazione quasi profetica di un recente pamphlet dall’enorme, insperato e soprattutto inimmaginato successo di Stéphane Hessel. Eppure certamente non si possono razionalmente unificare i motivi che hanno spinto i giovani (e meno giovani) di Tunisia, Egitto e Libia, e che spinge ancora quelli di Siria e Yemen a ribellarsi contro le dittature che da decenni dominavano (o dominano ancora) i loro paesi, con le piazze di Madrid, Atene e New York, queste ultime spinte più da indignazione che da “normale” rivolta contro il tiranno.
Quindi questa analogia mi pare inutile farla. Si possono però vedere nell’ottica di un malcontento simile, analogo, le piazze occidentali, i ragazzi che occupano le piazze di Madrid e Barcellona, “imitati” (formalmente ma non sostanzialmente) da quelli americani che occupano parchi e ponti di New York ma anche di altre città americane, o le grandi manifestazioni che agitano da mesi la Grecia, spesso molto violente ed esasperate. E in un certo senso anche le rivolte londinesi di quest’estate possono esservi accomunate.
I motivi del malcontento occidentale sono diversi, sono nell’esplosione, nel corto-circuito del sistema “produci-consuma-crepa” (per usare ancora un’espressione forte ma evocativa del passato) che sta prosciugando i consumatori proprio perché per aumentare i consumi (diminuendo i prezzi) si è spostata la produzione e quindi si sono “impoveriti” i sistemi industriali. Ma se non si produce poi non si può più consumare. Mentre il crepare non lo può eliminare nessuno, in ogni caso. L’analisi socio-economica è sicuramente complessa e necessita dati e riflessioni più approfondite, ma possiamo intanto vedere quali siano (o quali possano essere) i risvolti politici di queste “indignazioni”.
Per ora questi “indignati” hanno prodotto poco in termini tradizionali di proposta politica, non ci sono partiti che siano riusciti ad inglobarli né nuovi che si siano formati al momento. Certo questo è forse presto per dirlo, quando alla fine del XIX secolo si iniziavano a formare i partiti socialisti si sarebbe potuto dire anche allora che si trattava di “movimenti minoritari”. Per il momento, come spesso avviene, stiamo assistendo ad un agitarsi di tanti movimenti, accomunati dalla critica ma che o non hanno alcuna proposta oppure ne hanno ma sono “poco organiche” (come si sarebbe detto un tempo), ovvero non si integrano con la realtà socio-economica in cui viviamo, chiedono di “levare i poteri alle banche” o “ai mercati”, che sono visti più come delle divinità nascoste sui monti che come qualcosa che si incontra (questo soprattutto in Grecia) nella vita quotidiana, qualcosa che non è come i nobili di un tempo, ma è parte degli stessi indignati, ed eliminandole dall’oggi al domani si produrrebbe solo povertà immediata. Sicuramente si sarebbe potuto dire in passato lo stesso di nobili, latifondisti, feudatari e di tutti quanti esercitavano un potere assoluto su ampie fette di popolazione.
Negli Stati Uniti i manifestanti sono forse più concreti, per quello che filtra oltre oceano, e lì è forse più naturale non avere una diretta connessione con un partito (nuovo o esistente) poiché il concetto stesso di partito è molto diverso da quello dell’Europa.
Una cosa però politicamente rischiano di produrre questi movimenti di piazza, paradossalmente: il ritorno della destra al potere. In Spagna sicuramente Zapatero era in fase calante già da prima, però la “pugnalata” di un movimento tendenzialmente “di sinistra” sicuramente non gli ha giovato. Ha perso le amministrative e si appresta a perdere le politiche, con il ritorno così dei popolari, ovvero dei paladini di quel sistema economico che ha prodotto crisi e disuguaglianze sociali che le piazze contestano. Negli Stati Uniti Obama dopo aver perso le elezioni di midterm rischia di perdere le presidenziali, e anche questi manifestanti corrono il rischio di dare acqua più ai repubblicani che ai democratici. Il paradosso per cui l’esplodere di movimenti di sinistra porta poi al potere la destra non è nuovo, successe già in Francia nel 68 quando De Gaulle scioglie il parlamento e vince nettamente le elezioni. Ma in quel periodo storico ciò era dovuto soprattutto alla “paura” che la “rivoluzione” metteva nella classe media e che la spingeva a votare per “legge e ordine”. Oggi invece nei sistemi bipolari questo rischia di portare la destra al potere per un altro motivo. Esistono due blocchi di cittadini (prima ancora che di partiti) che possiamo semplicemente catalogare di “destra” o di “sinistra” e che votano se il loro campo di riferimento economico-culturale le convince, ma che si astengono se ne sono delusi. Quando i delusi sono prevalenti a destra vince la sinistra e viceversa. I delusi di Zapatero, Obama (e quando sarà sicuramente anche di Papandreou in Grecia) si trovano nelle piazze, e le piazze “indignate” accrescono anche la delusione in quelli che in piazza non ci sono andati, favorendo così le destre. Perciò nel sistema politico attuale si rischia che, cambiando le cause rispetto al passato, il risultato resti lo stesso: rivolte anti-sistema rischiano di far tornare al potere i paladini del sistema, coloro che lo rivendicano e l’hanno imposto come pensiero unico e dominante nel mondo.
Ad essere ottimisti certamente si potrebbe sperare che da queste piazze e da queste indignazioni potrà nascere una visione del mondo diversa che superi se non tutte almeno alcune delle ingiustizie dell’oggi. Però ad essere pessimisti si ha purtroppo molto più spesso ragione, e intanto rischiamo che l’indignazione travolga più una sinistra troppo timida nel contrastare il “neo-liberismo” o più genericamente il “sistema” e meno i liberisti “puri e duri”, facendoli così trionfare. Almeno nel corto periodo.
In Italia i movimenti odierni hanno molte somiglianze con quelli del passato, con l’aggiunta di un condimento di “masaniellismo” tipico del bel paese : le proteste vengono amplificate, passate al megafono, da figure carismatiche che spesso non sono estranee completamente al sistema, ma sanno usare le piazze o più in generale le proteste dell’opinione pubblica anche per assumere un ruolo personale privilegiato. Così fece Berlusconi nella metà degli anni novanta, quando canalizzò su di sé la voglia degli italiani di uscire dalle paludi socio-economiche create in cinquant’anni di governi democristiani e ingigantite dagli ultimi anni di penta-partito. Grillo ci ha provato alcuni anni fa, creando prima eventi di piazza e poi una rete di movimenti che si presenta alle elezioni, un “grillismo” che si vuole non solo contrapposto al “berlusconismo” ma anche ad ogni forma di democrazia in cui esista una mediazione tra il popolo e il potere, quella che nella nostra forma costituzionale dovrebbero svolgere i partiti. Per questo viene ostracizzato da tutti i partiti istituzionali che cercano goffamente di intercettarne gli elettori, ma non possono farlo finché mantengono usi e personaggi che li hanno fatti diventare nell’opinione pubblica solo gruppi di affaristi. L’ultimo della serie sembra essere l’appena eletto sindaco di Napoli, De Magistris, che evoca (come ha fatto in tono più dimesso anche il sindaco di Milano Pisapia alla piazza di Libertà e Giustizia) una nuova primavera, una politica senza i partiti, un potere diretto dei cittadini. Ancora in Italia gli indignati sono limitati alle annuali proteste studentesche e a qualche manifestazione, e non possiamo sapere se si “radicheranno” come in Spagna o negli Stati Uniti.
Resta però sempre il dubbio, e la domanda, se queste “indignazioni” e i movimenti collegati aiutino le forze progressiste o invece gli rechino solo svantaggi. Forse a breve termine sono gli svantaggi elettorali a dominare, però si può sperare che queste indignazioni lentamente ma inesorabilmente producano nuove speranze riuscendo così a rinnovare la sinistra che sembra ancora atrofizzata nel post muro di Berlino, che oscilla tra un amarcord anni 70 e la vague liberale degli anni 90, portando al superamento nella società del pensiero dominante così che sia più facile metterlo in discussione e attuare quelle politiche che a volte sembrano impossibili.
Possiamo cioè pensare che questi movimenti siano almeno in grado di dare spazio all’immaginazione politica necessaria per superare la pigrizia dell’ineluttabilità del presente? Ovvero riusciranno questi movimenti a diventare politica e riusciremo a costruire la sinistra moderna unendo indignazione e speranza e con queste costruire la società di domani ?
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






Avevo scritto un pezzo su Grillo, tempo fa, che riprendeva tutti i movimenti di indignati dell’ultimo secolo a partire dal fascismo, ricordi?
http://www.imille.org/2011/05/di-tutta-un%E2%80%99erba-un-grillo-e-le-cose-che-tornano-tornano/
La riflessione che vorrei che facessimo e’ che quel tipo di scontento dovrebbe trovare cittadinanza nei partiti progressisti e che invece fanno trovare le porte chiuse.
Quello sfogo collettivo destrutturato e’ proprio colpa della sinistra autoreferenziale. Ignorarlo e’ fare come Maria Antonietta: non avete un partito? Accontentatevi del pd! E la gente ti taglia la testa.
Si, però tu ti soffermavi sui movimenti “populisti” mentre movimenti di sinistra anche non personalisti, e infatti porto ad esempio del passato il “maggio francese” che portò alla vittoria dei gaullisti alle elezioni politiche successive. Il problema dello sfogo collettivo colpa della sinistra autoreferenziale penso che sia una visione parziale e “autoreferenziale”. Penso sia invece insita in una sinistra che diventa di governo generare movimenti di sinistra che la contestino. Il problema è che questa contestazione a sinistra rischia di far vincere gli ultrà della destra.
Non capisco perche’ lo definisci un paradosso. I movimenti sono per definizione di destra. Aldila delle istanze che prendono piu’ o meno consapevolmente a pretesto, la loro rivolta e’ contro il sistema della democrazia organizzata, ossia della rappresentanza in base al numero anziche’ in base al censo. Infatti in tutti gli esempi che porti (e ci aggiungiamo magari anche il 68 e il 77 italiani), i “movimenti” nascono sempre con lo scopo dichiarato di contestare i partiti (ossia la democrazia organizzata) e lo scopo non dichiarato (ma a volte si) di contestare i partiti di sinistra. La piazza informe e caciarona e’ lo strumento politico principale della destra autoritaria. La sinistra nasce, come ricordi anche tu, con la nascita dei partiti di sinistra.
Forse Gianni esagera, ma vedo anch’io un problema. I Masaniello che cavalcano i movimenti non sempre hanno interesse che si trovi la sintesi tra le giuste istanze delle piazze e i partiti. Per i Masaniello significherebbe rimanere “disoccupati”
Riguardo la possibilita’ che questi movimenti diventino “politica” vorrei aggiungere che gli indignados si presentano come un groppo profondamente antisistema, tanto che le loro contestazioni piu’ che i contenuti – che sono pochi e vaghi – riguardano il processo stesso di formazione delle politiche democratiche.
A conferma di questo l”8 ottobre gli indignados di tutta Europa si sono riuniti a Bruxelles per dare vita ad una nuova agora’ europea e per proporre un’altra volta ancora, e con un nuovo romanticismo europeo, il vecchio mito della democrazia diretta.
La virtu’ intrinseca delle decisioni assembleari, del governo del popolo e dell’egualitarismo sfrenato tornano a conquistare nuove folle vivo per rispondere ai sensi di impotenza e smarrimento che le crisi economiche ciclicamente provocano.
Le sinistre, che rappresentano storicamente il gruppo che ha aspirato a trovare risposte a queste domande di equita’ e partecipazione popolare, dovrebbero adesso cercare di incorporare queste nuove forze e farle diventare politiche.
Impossibile non pensare dopotutto che, da quando i partiti comunisti sono praticamente scomparsi dai parlamenti europei, sia venuto a mancare anche il consueto canale di politicizzazione di queste istanze tradizionalmente antisistema. Sapranno cogliere l’occasione?
Gianni il “paradosso” è semplicemente nel fatto che i contenuti (redistribuzione della ricchezza, attenzione agli ultimi, etc …) sono spesso di sinistra, o lo sono i motivi che spingono alla costituzione dei movimenti (disoccupazione, sfruttamento, etc …) ma poi finiscono per favorire (con modalità diverse nella storia) i partiti di destra che sono spesso dichiaratamente (es i repubblicani americani) e anzi i primi paladini delle politiche che si contestano (flessibilità, meno tasse per i ricchi etc …). E questo penso possa essere visto come un paradosso, o “eterogenesi dei fini”; quanto meno di chi scende in piazza, per riprendere Raoul i “masanielli” spesso fanno questo con una stragegia ben precisa … o quanto per sopravvivenza indirizzano verso quelle che con una parola si chiamano “derive plebiscitarie”.
Aggiungo che il commento di Giulia mi sembra molto calzante a tal proposito.
Non sono molto convinto che oggi come oggi l’uguaglianza partito = democrazia organizzata funzioni ancora. I partiti di massa ancora presenti negli anni ’60 e ’70 oggi sono ridicole caricature: il PD, la Lega, il PDL hanno un numero di iscritti all’osso e una capacità di penetrazione nella società ridottissima. La democrazia italiana, oggi come oggi, potrebbe benissimo fare a meno di questi partiti, mentre 40-50 anni fa non era possibile pensare alla democrazia senza DC, PCI e PSI.
Secondo, ci movimenti e movimenti. Per quanto non strutturati e organizzati i movimenti hanno una forma, dei contenuti e una durata. dal 2003, anno dell’European Social Forum di Firenze, ad oggi non abbiamo avuto movimenti veri e propri, ma variopinte piazze (popolo viola, se non ora quando, grillini, bene comune, etc etc) che non si sono praticamente mai incontrate in maniera consapevole. Ritengo infatti che si possa parlare di movimento quando i gruppi in difesa dei diritti delle minoranze si mettono a sostenere le ragioni dei movimenti per i beni comuni e viceversa: quando esiste uno scambio e dei luoghi dove questo scambio viene organizzato (non fosse che per organizzare un corteo).
Ecco, se questi sono i termini della questione, un movimento all’Italia serve eccome: per dare coerenza ad una serie di spinte centrifughe destinate altrimenti a morire di solitudine e d’irrilevanza, per costruire un senso vivo di “fare politica”, per coinvolgere milioni di persone che sono tagliate fuori dal sistema dei partiti.
Può un movimento del genere aiutare il progressismo? Intendiamoci se stiamo parlando di idee progressiste dico assolutamente sì, è nelle sua possibilità (anche se non è obbligatorio che succeda). Se la domanda è se un movimento può aiutare il PD, Sel e IdV la domanda è mal posta. Il problema non è nel movimento, ma nei partiti, perché i partiti hanno l’obiettivo di rappresentare la società, mentre i movimenti no.
Per altro, oggi come oggi, senza un movimento vero e proprio le chance della sinistra italiana di tornare al governo sono comunque scarse per cui non vedo di che preoccuparsi. L’impressione, purtroppo, è invece che il protagonistmo di pezzi di società urti la sensibilità dei “migliori”, cioè quelli che ambivano al ruolo di consiglieri del principe. A loro non conviene certamente che esista una società viva.
Beh Stefano, ma i grillini hanno financo presentato liste alle elezioni. Forse un po’ piu’ movimento vero e proprio che variopinta piazza loro lo sono…
ok, obiezione accettata per i grillini anche se solo una parte del vasto panorama di meetup e liste grilline sono poi confluite nel movimento 5stelle.
anche se per i grillini più che di movimento parlerei di partito.
Ovviamente non si intendeva il progressismo in termini solo dei partiti progressisti attualmente in campo (PD-IDV-SeL in Italia, ma anche PSOE, Democratici americani etc …), ma comunque di una forma partito democratica e prograssista.
Sul fatto che un certo tipo di partiti (anni 60, 70) sia superata siamo d’accordo, ma credo che il problema sia più generale, e infatti colpisce anche i Democratici americani che sono quanto di più lontano da quella forma partito. Perché resta in una democrazia che per governare si deve passare da elezioni, dove in campo ci sono due forze nella società all’incirca paritarie …
Riguardo gli indignados spagnoli, su cui avevo già avuto modo di dire la mia in un articolo qui sui iMille, segnalo il progressivo tentativo di Izquierda Unida di assimilare il movimento: http://politica.elpais.com/politica/2011/10/08/actualidad/1318103120_426925.html
Vediamo se effettivamente produrrà effetti elettorali il 20 novembre
Comunque la tesi di Riccardo io la condivido solo in parte. Le proteste di piazza “di sinistra” oggi danneggiano la sinistra che governa (Zapatero, Obama…), ma non credo avranno effetti deleteri sulla sinistra che oggi e’ all’opposizione. A patto che quella sinistra sia in grado di mostrarsi “ricettiva”. Qui in Olanda per ora non ci siamo ancora, sia come movimenti che come sinistra. Ma la crisi per ora ha fatto pochi danni. In Italia la sinistra per ora latita, divisa fra quelli che non credono che ci siano voti da pescare in piazza e quelli che pensano addirittura che ci siano delle idee. Sarei curioso di capire in Francia e Germania (oggi in mano alla destra, ma per ora di grandi sommosse non se n’é’viste) come vanno le cose.
Il commento più illuminante è probabilmente quello di Stefano, che centra 2 punti. A) Che c’è una diferenza fra piazza e movimento. Che la seconda è una evoluzione non automatica della prima. B) Che esiste una reazione un po’ sulla difensiva dei partiti. Che vedono nei movimenti una minaccia. Ora c’è piazza e piazza chiaro. Ed una società viva e reattiva non dovrebbe preoccupare i partiti politici, anzi.
Altre osservazioni:
1) In Spagna non sono gli indignados che fanno vincere Rajoy. No. Zapatero era già debole. Lui, l’insipido barbuto conservatore, è in testa nei sondaggi da 2 anni. Gli Indignados elettoralmente non hanno semplicemente cambiato nulla.
2) Definire di destra i movimenti è una semplificazioni i movimenti spesso per la loro stessa natura presentano molte sfuocature.Negli indignados conosciuta da me, non vi erano fascisti conservatori. Vi era solo frustrazione per come funzione il sistema. E volgia di partecipazione.
2) Riguardo le prospettive future degli Indignados. Secondo me il quid sta nel movimento e non nel partito. Nei commenti al post-reportage di Federico Martire, v’era stato uno scambio di battute fra me e Corrado piuttosto illuminante…
http://www.imille.org/2011/05/giovani-indignati-spagnoli/
Che voledo dire allora insieme a Corrado? Alcuni qui dicono che sono i partiti che devono essere ricettivi ai movimenti, e forse c’è del vero, ma io penso soprrattutto che è la piazza diventata movimento, che deve penetrare nei partiti. Nella società.
Il movimento per essere efficace non deve sboccare nella creazione di nuovi partiti, ma semmai entrare negli organismi che già esistono. Favorendo la partecipazione nei partiti , nelle associazioni, nelle sitituzione. Occupandoli con la propria visione, con le proprie idee. e lentamente, plasmarle.
@ Francesco: è ovvio che sia più danneggiata la sinistra che governa (non sono d’accordo con la visione di “StradediFrancia”, il fatto che il barbuto fosse in testa non vuol dire che gli indignados non abbiano poi affossato qualsiasi opzione PSOE), però temo che in genere il meccanismo “non sono abbastanza come mi piacerebbero” fa rischiare anche le sinistre “di governo” che stanno ora all’opposizione.
In Francia per ora non ci sono occupazioni di piazza tipo Spagna o USA, ma qui la sinistra a sinistra del PS ha una lunga storia (e una storia di causa di sconfitte del PS tra l’altro …).
Ovviamente non voglio dire che bisognerebbe “turarsi il naso e votare il partito di sinistra di governo” sempre e comunque. Non sono neanche troppo d’accordo che i movimenti in sé debbano confluire dentro l’esistente.
Per tornare all’esempio del movimento operaio, questo non entrò dentro le sinistre storiche (e non parlo solo dell’italia) ma fondò dei nuovi partiti che avevano una nuova visione dei problemi del mondo.
Mi domando quindi se non sia inevitabile una rottura o se invece si possa attuare questa “confluenza” …
Chiedo a tutti voi di partire da una analisi seria sulla forma Partito (in modo particolare quella “continentale”), che rappresenta ormai solo oligarchie, e non ha più la forza di proporre soluzioni che non siano conservative e violente. Penso che in questa lista ci siano persone che mastichino molto bene le faccende della politica, a tutti chiedo: chi ha letto oggi su Repubblica, pag. 54 – 55, l’intervista fatta a Berlinguer nell’81, in cui viene fatto un chiaro quadro di cosa è la partitocrazia? Certo, evita di citare quello che anche il p.c.i. era diventato, ma ne era un segretario consapevolmente reticente.
Partirei da quell’intervista a Berlinguer del 198 per chiedere a tutti voi quanto in 30 anni è peggiorata la situazione, il rischio che essendone ormai immersi, difficilmente ci si rende conto delle storture da regime antidemocratico e ci si è assuefatti a ciò che viene spacciata per democratica rappresentatività. Quanti libici sapevano cosa fosse la libertà dopo oltre 40 anni di regime totalitario? Eppure la storia porta il conto, e a mio avviso il compito di chi ama oggi la polis è quello di saper proporre il cambiamento, non conquistare spazio che nel giro di qualche mese potrebbe rivelarsi effimero
Riccardo non voglio partire per la tangente, ma ti assicuro, e ti prego di credermi, che in Spagna lo scollamento tra votanti di sx e ZP già c’era. Cribbio se c’era già! Non è un caso se Zapatero ha annuciato che non si sarebbe ripresentato il 2 aprile, ossia un mese prima che emergesse il fenomeno degli Indignados.
Non confondiamo causa ed effetto. Non è la piazza che fa bollire la sinistra. è semmai la visione di una sinistra bollita ed impotente che favorisce l’emergere della piazza. Certo poi questa non aiuta il partito, perchè bene o male catalizza un sentimento di rabbia e di frustrazione anti-establishement (anti-sistema?). Mi scuso per l’off-topic.
@strade: non è una questione di “crederti”, certo che ci credo. Quello che volevo dire è che gli “indignados” non hanno, per il momento, favorito uno dei partiti della sinistra, né favorendo un diverso PSOE post-Zapatero, né incrementando un altro dei partiti esistenti, né contribuendo a fondarne uno nuovo su basi diverse. Tutto qui.
@Diego: purtroppo non ho letto l’intervista che dici, c’è anche online? Comunque il problema di cui si parla non riguarda solo i partiti continentali, visto che un problema anologo rischia di colpire anche Obama e i democratici americani.
Questa la versione che ho trovato on line, ma non ho idea se sia riportata fedelmente (su Repubblica di oggi mi sembra parzialmente tagliata):
http://www.metaforum.it/berlinguer/questionemorale.htm
Negli Stati Uniti i partiti non hanno il potere pervasivo che hanno in Italia, la stessa crisi che già veniva denunciata nell’intervista e che ormai è totalmente degenerata.
L’ intervista di Berlinguer a Scalfari e’ una delle piu’ mistificate della storia. D’altra parte, chi adesso gira con il santino di Berlinguer era lo stesso (o e’ il discendente) di chi allora diceva che Berlinguer era antico, non sapeva comunicare (guarda Craxi, invece), era reticente sulle questioni etiche, faceva una opposizione debole e filava troppo con i cattolici. Ossia le stesse cose che dicono oggi di Bersani, il segretario del PD (il secondo partito d’Europa per numero di iscritti dopo la SPD, lo dico per chi non e’ mai andato oltre Ponte Chiasso), a dimostrazione del principio in base al quale l’ unico comunista buono e’ il comunista morto.
In realta’ Berlinguer parlava di una situazione esattamente opposta a quella di oggi: ossia una situazione in cui erano i partiti a dettare le leggi dell’ economia. Oggi, lo ricordo ai distratti, abbiamo un imprenditore miliardario presidente del consiglio e un altro miliardario imprenditore che minaccia di fargli opposizione, in una situaizone in cui l’economia internazionale si fa beffe della sovranita degli stati e ignora le decisioni democratiche. Chi la ha eletto Marchionne? Hanno fatto le primarie?
In realta’ fa un discorso sensato Giulia, ma sbaglia conclusione. I movimenti non sono ispirati da principi di equita’ e di uguaglianza, bensi’ da rivalsa corporativa (economica, sociale o etnica). Sono agli antipodi, politicamente, non solo dei partiti di sinistra, ma del concetto stesso di democrazia rappresentativa, come ricordava qualcuno. La democrazia rappresentativa e’ di sinistra? Secondo me si, e’ la forma di governo della societa’ che privilegia il bene collettivo su quello particolare. Chi si pone contro i partiti, con pretesti piu’ o meno consapevoli, si pone a destra. Bisognera’ dirglielo.
Sulla mistificazione o meno dell’intervista bisognerebbe rivolgersi a chi l’ha fatta e pubblicata, mi sembra credibile quel j’accuse indirizzato per forza di cose all’esterno, ma forse, e sarebbe da seria indagine storica, bisognerebbe capire se Berlinguer in quell’intervista parla a nuora perché suocera intenda. Sono radicale e di santini non ne ho, certamente quella classe politica era capace di un’analisi e di un’autocritica che oggi è impensabile, la stessa autocritica che Berlinguer fece dopo la vittoria del no al referendum del ’74 (era convinto prevalessero i sì).
Che allora la politica governasse anche l’economia non c’è dubbio, oggi la degenerazione e tale che non esiste un governo dell’economia, come di tutto il resto, ma di un’appropriazione indebita con conseguente bancarotta fraudolenta. Quando nasceva e si rafforzava il sistema delle cooperative c.d. rosse si era in presenza di una contrapposizione, quindi per certi versi era concepibile a fronte di quello che avveniva in altri settori con appalti, tangenti e raccomandazioni.
Oggi la degenerazione ha portato a diffondere “senza colore politico” la pratica di centinaia di società in house con migliaia di consiglieri di amministrazione e decine di migliaia di assunti su chiamata diretta in barba ad ogni logica di merito, a falsare un terreno che dovrebbe essere lasciato alla libera impresa, mentre tutte le altre storture della partitocrazia sono rimaste inalterate, tipo: spartizione politica nelle banche e nella finanza, negli appalti, nelle assunzioni, nei media, nella scuola e nelle università ecc. tutto è rimasto inalterato, ma se la gente scende in piazza è spinta da rivalsa, perché la democrazia rappresentativa è altra.
Bene, parliamone della democrazia rappresentativa per cui controllando (o comprando) il 10% delle preferenze si governa in nome del restante 90% di elettori, e quando si vota con le preferenze, perché adesso in Parlamento non c’è più bisogno di quelle. Come si compra quel 10% di voti? Con quelle società, quegli appalti, quelle assunzioni, quei media: un circolo vizioso e perverso. Però se la gente scende in piazza per opporsi ad un sistema che permette al “figlio di partito” di progettare strade al posto di un giovane ingegnere qualificato che è costretto ad andare all’estero, o miliardi di euro l’anno vengono sprecati per queste logiche, allora li si definisce sostanzialmente di “destra” e populisti: vabbé, della serie il mondo alla rovescia!
Vorrei provare a rimettere ordine a questa interessante discussione.
a) secondo Gianni (provo a sintetizzare) i “movimenti” sono per loro natura “corporativi” e contro i partiti popolari. Siccome per definizione i soli partiti sono degli istituti democratici e quindi di sinistra, i due fenomeni sono irriducibili. Come prova a carico porta il fatto che storicamente (quasi) sempre i primi obiettivi dei movimenti sono proprio i partiti di sinistra (il PCI nel 68 e soprattutto 77; il PD oggi).
b) secondo altri invece i movimenti rappresentano “istanze” di sinistra, di democrazia e i partiti di sinistra non devono demonizzarli ma ascoltarli fino ad arrivare ad una fusione o quanto meno ad incorporare alcune idee nei loro programmi e nella loro essenza.
Ovviamente è una schematizzazione. Aggiungo altre possibilità:
c) a volte il mondo, i bisogni, le classi sociali che stanno dietro a certi movimenti (e continuo a fare l’esempio del movimento operaio ai suoi albori nel XIX secolo) sono incompatibili “de facto” con quelli che in un certo periodo storico sono “la sinistra”. Ma restare movimento potrebbe non essere sufficiente, bisogna che diventino partiti (come fu per la nascita dei partiti socialisti).
d) i partiti come li conosciamo non hanno più “senso” (ovvero le basi sociali) nel mondo di oggi, “parcellizzato” (come si dice). Questo potrebbe anche essere vero (anche se forse non auspicabilie, vedi punto “a”, però non tutto ciò che ci può far piacere poi necessariamente esiste – remind la borsa di talleri di Kant?), però limita la questione all’Europa, lasciando fuori il caso americano dove, pur in presenza di partiti “liquidi” sta succedendo qualcosa di molto simile con i movimenti (sia quello delle piazze “di sinistra” che contestano i grandi guadagni di Wall Street, sia in senso opposto con i Tea Parties).
Provo semplicemente a rimettere la discussione (per evitare anche di scadere in uno scambio di accuse a chi è di sinistra e chi no) nei binari originari e provare a “progredire” … il post ha per titolo una domanda e si chiude con una domanda, non a caso.
Si puo’ ragionare se un movimento posso avere una influenza sull’esito elettorale o meno, su un partito o su un referendum. In altre parole si puo’ restringere il loro impatto ad un effetto ben preciso, pero’ questo e’ un modo molto ristretto nel vedere il loro impatto.
E’ dura dire quali possano essere gli effetti di un movimento nel medio e lungo termine semplicemente perche’ molto spesso hanno un effetto di ‘coda lunga’. Nel bene o nel male, cambiano lo spazio del discorso pubblico, alimentano sensibilita’ e attenzione su alcuni temi piuttosto che altri. E’per questo che se uno prendo il concetto di sfera pubblica, questa non puo’ esistere senza i movimenti dettati da interesse, opinione ecc.
Se uno guarda alla storia, per esempio, del movimento ecologista, all’inizio era una accozzaglia di cose molto diverse ma, con il tempo, ha cambiato la rappresentazione sociale del rapporto con la natura in modo quasi irreversibile nella maggior parte dei paesi occidentali e non necessariamente attraverso veicoli politici (partiti).
Quindi direi che questi movimenti possono essere un strumento poco efficiente di cambiamento politico, mentre possono generare cambiamento culturale notevole. Ed un cambiamento culturale notevole non puo’ essere trascurato per molto tempo dalla politica.
@giuseppe: sono d’accordo, è esattamente quello che volevo dire con “Ad essere ottimisti certamente si potrebbe sperare che da queste piazze e da queste indignazioni potrà nascere una visione del mondo diversa che superi se non tutte almeno alcune delle ingiustizie dell’oggi.” e “Possiamo cioè pensare che questi movimenti siano almeno in grado di dare spazio all’immaginazione politica necessaria per superare la pigrizia dell’ineluttabilità del presente? Ovvero riusciranno questi movimenti a diventare politica e riusciremo a costruire la sinistra moderna unendo indignazione e speranza e con queste costruire la società di domani ?”
L’unica cosa è che io non contrapporrei politica e cultura, o meglio non se non restringiamo politica a partitica …
Il dubbio che mi resta è se questa nuova “cultura politica” è compatibile con partiti già esistenti oppure no. Nel caso del movimento operaio sono dovuti nascere nuovi partiti, e lo stesso è stato per il movimento cattolico democratico, che non era compatibile con i vecchi partiti liberali.
Per l’ecologismo, l’esempio che tu aggiungi e che mi pare molto calzante, tranne in pochi casi (Germania in testa, il fenomeno Europe Ecologie francese non è ancora troppo stabile) non è entrato tanto in partiti ecologisti ma ha piuttosto “pervaso” un po’ tutti i partiti (chi più chi meno, a sinistra ma anche a destra).
@ Riccardo, ma anche per tutti: la mia opinione è che una nuova politica di vere riforme non è assolutamente compatibile con l’attuale struttura dei partiti. Gli attuali partiti, bene o male e con piccole eccezioni, sono figli di un sistema per cui il Partito ambiva ad occupare tutti gli spazi della vita sociale, culturale ed economica del Paese, retaggio di un periodo storico che non esiste più. Questo sistema oggi produce quello scollamento ed incapacità di dialogo tra i gruppi politici dirigenti (nazionali o locali) ed il resto della popolazione: chiamatela società civile o come vi pare. Proprio perché parlano un linguaggio diverso e hanno bisogni differenti è impossibile che questi due corpi estranei possano interagire efficacemente. Il panico lo si vede negli occhi del parlamentare, anche il più bravo, come nell’amministratore locale quando deve relazionarsi con i problemi del vivere comune: non comprende e quindi non capisce il problema fin dall’inizio, e questo perché non esiste quel rapporto che lega l’eletto al problema specifico o ad un dato territorio. Non esiste più il militante che portava valore aggiunto al Partito, e quando è presente non conta notoriamente un cavolo: o sei eletto o non sei nulla! E questo per quel circolo vizioso per cui solo se si hanno eletti si ottiene quel potere e quel finanziamento che consente al grande o medio Partito di vivere, ma a questo punto diventa centrale essere eletti ed avere eletti per occupare il maggior numero di spazi altrimenti non sei è funzionali, e chi fa politica ormai pensa ed impiega tutto il suo tempo e quello dei collaboratori per questo obiettivo.
Non ho idea se la responsabilità che viene attribuita a Penati sia vera o fasulla, certo che il “sistema Penati” in quanto sistema partitico esiste e riguarda tutti i partiti, o almeno quelli che necessitano di quel tipo di apparato per sopravvivere. La variabile cittadino con i suoi problemi è superflua nella misura in cui il voto comunque arriva a questo sistema perché non c’è alternativa. Intorno a tutto questo ruota un mondo che fa spavento fatto di gente veramente disposta a tutto per avere il biglietto vincente, ovviamente non il merito e l’onestà. Poiché in questo modo non si può andare più avanti una soluzione che vada oltre la piazza la si deve trovare, e non è solo per responsabilità dell’attuale Premier che ci troviamo in queste condizioni, per cui dubito seriamente dell’onesta ed intelligenza di gran parte dell’opposizione che in modo doloso e colposo vede in Berlusconi il solo problema, origine e somma di tutti i mali, per cui se va via lui tutto si risolve -ma lui politicamente è morto e anagraficamente pure-, e dopo che si fa?
Questi che vanno in piazza saranno bombardati dal messaggio che, invece, ucciso il diavolo ci sarà il Paradiso in terra, o quanto meno qualcosa cambierà, quando non cambierà nulla il riflesso non sarà quello di costruire ma di distruggere, un po’ come avvenne nel ’68 con tutti i distinguo del caso. Forse che questa volta prevale l’intelligenza di proporre, ma anche realizzare un nuovo terreno di confronto e dialogo per provare a cambiare le cose? Non lo so se sarà possibile, certo oggi c’è la rete, ci sono spazi come questo dove discutere, speriamo ci sia anche l’intelligenza.
Segnalo questo articolo di Cundari (quello che non piace alla Alicata, il che e’ una garanzia) sulla manipolazione della intervista di Berlinguer a Scalfari:
http://www.unita.it/italia/questione-morale-come-ti-manipolo-berlinguer-1.341454
e ribadisco che chi ha letto l’ originale, se e’ in buona fede, non ha proprio bisogno di chiedere a nessuno per rendersi conto della evidente contraffazione. Berlinguer parlava di una situazione esattamente opposta a quella attuale, e chi allora paagonava Berlinguer a Renato Curcio (Marco Pannella) e i suoi discendenti hanno pochi titoli per farne l’ agiografia. Concludo osservando che a schierarsi contro la “partitocrazia” sono sempre i.. partiti padronali, quelli di Grillo, Pannella e Berlusconi, che evidentemente mal digeriscono che i partiti possano organizzarsi democraticamente all’ esterno dei feudi dei loro padroni.
Se i radicali fossero contro la partitocrazia, cominciassero dalla loro, mandando a casa l’ unico relitto rimasto dalla prima repubblica e chiedendo che il partito venga organizzato democraticamente. Se vogliono organizzare delle primarie spieghiamo loro come fare. Mi rendo conto che poi sara’ difficile fare bere alla propria base la difesa dei peggiori farabutti d’ Italia, da Toni Negri a Craxi a Berlusconi, in cambio i due lire o di una concessione radiofonica, ma troveranno una soluzione.
@Diego: tu vedi solo l’italia, e mi dispiace. Ci si domandava (vedi anche l’intervento di Giuseppe) se non ci sono nuove “visioni del mondo” che stanno emergendo o possono farlo, e che superano quella dei partiti socialdemocratici (e questo indipendentemente da sistemi penati, partitocrazie e altre cose italiote, marginali nel dibattito d’insieme che si cercava di fare) ma superano anche quella dei democratici americani, cui tutte le solfe di partiti organizzati/strutturati non si possono tanto applicare, il che è una piccola prova del fatto che la radice del problema non è nella struttura dei partiti ma in ciò che rappresentano, nel mondo che vogliono, in come lo interpretano.
@riccardo, tu guarda il caso della Tobin Tax, fino a qualche anno fa una bandiera del movimento no-global (ma non solo) ed ora apertamente discussa dalla EC.
Quanto alla domanda se questi partiti siano adatti e’ difficile da rispondere. Non c’e’ dubbio che un partito moderno non puo’ mantenere la struttura organizzativa del secolo scorso senza pero’ finire troppo nel movimentismo. Questo perche’ i modi in cui i temi e le idee emergono dalla societa’ sono diversi dal passato quindi la questione organizzativa e quella dei contenuti non sono interamente separabili.
Per misure specifiche sicuramente si possono trovare molti esempi, hai sicuramente ragione tu.
Per i partiti, mi pare che tutti quanti qui prendano in esame solo i partiti organizzati all’europea, mentre questa irriducibilità mi pare valga anche per i democratici americani, che non sono una struttura organizzata. Ma sicuramente ce ne parlerà meglio qualcuno che sta in USA.
Per la versione italiana degli “indignati”, direi che l’ingenuità e la disorganizzazione regnano supremi.
http://riccardoparis.blogspot.com/2011/10/15-ottobre-visto-da-lontano.html
@Riccardo, vedo una sottovalutazione della capacità italica di contaminare anche altri, e sperando che la nostra non sia vera e propria fuga all’estero per dimenticare la nostra penisola, è giusto osservare che nel bene come nel male, ha saputo esportare molto, anche nell’ultimo secolo.
Venendo però all’oggetto del la nostra riflessione transnazionale, anche in questo caso mi sembra necessario partire da esempi per arrivare ad una valida tesi. Se confrontiamo il sistema anglosassone con quello continentale una cosa balza agli occhi, ovvero che in forti momenti di crisi della rappresentatività il primo sistema ha trovato quegli anticorpi non autoimmuni che invece sono stati necessari per alcuni sistemi continentali: non c’è bisogno di risalire alle responsabilità che hanno portato all’ascesa del fascismo e del nazismo, basterebbe soffermarsi a tempi molto più recenti con l’esempio di de Gaulle, o ancora più recentemente con tangentopoli, di cui tutto si può dire tranne che sia stata una vittoria del sistema democratico. Dall’altra parte i vari Lyndon Johnson, Nixon, George W. Bush (e mettici chi ti pare) non hanno necessitato di un golpe o di altro strumento per essere pensionati e incriminati in vario modo.
Certamente non si può risolvere la grave crisi di rappresentanza senza osservare che un sistema che regga oggi deve avere connotati globali e non esclusivamente locali, ma qui è il vero problema da cui derivano tutti i guai attuali, che non esiste un sistema di governo dell’economia, ma anche e soprattutto un sistema globale di diritti garantiti, basato su regole certe e valide per tutti, o almeno quelli che ci stanno, gli altri verranno. L’U.E. questo sistema non se lo è dato, per cui ancora oggi ogni stato in ambiti molto delicati continua a fare come cavolo gli pare, per cui se stai in Francia vigono regole elementari e sono garantiti diritti che non hanno valore e garanzia in Italia o viceversa, ma le decisioni che vengono prese dalla sola Germania influenzano Polonia e Danimarca o tutto il resto dei paesi europei. Ecco, quello che si doveva costruire, e magari contaminare anche in altri ambiti sta fallendo miseramente per totale vigliaccheria, anche di quelli che vanno a manifestare che non hanno il coraggio di scegliere poche idee chiare, piuttosto che molte e confuse pur di mantenere il “numero”, ma poi è quel numero che si perde e scompare quando dalla protesta non si passa alla proposta: è sempre successo così. A me piacerebbe vedere gente in 100 piazze del mondo che dicano chiaro e tondo che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Quindi si passa al paradosso più assurdo per cui un giovane che vuole aprire una bottega in una città qualsiasi italiana ha bisogno di 1000 permessi dimenticandosi quell’unico permesso che lo vedrà costringersi a fare anticamera dall’assessore al commercio per transigere, mentre in quel piccolo mondo che governa centinaia di miliardi di euro o di dollari non c’è nessun governo che controlli quei pochi che con un gesto sulla tastiera del PC mandano alla fame qualche centinaio di persone, se non migliaia. Anzi, ciò avviene con il beneplacido di quel Comune, quella Regione o quello Stato che da questo sistema ottiene copertura per garantire la tenuta del debito che serve a quello stronzo di assessore per tenersi incollato alla strapagata poltrona (vedi il battito di farfalla?).
Mi risponderete: ma questo è qualunquismo! Rimando al mittente la critica perché la soluzione c’è, e c’è sempre stata, e non è nella direzione dello sfascismo a tutti i costi per cui ci si avventa contro il dito mentre indica la luna, e quindi l’economia e la libertà economica diventa l’epicentro di tutti i mali, mentre è la mancanza di regole, di trasparenza e di libertà che consente a pochi oligarchi di fare come cavolo gli pare. Non è libertà impedire a quel ragazzo di aprire bottega dovendo sottostare a mille cavilli e una raccomandazione, come non è libertà che ci siano pochi nel mondo che decidono senza regole per tutti gli altri. Lo vogliamo chiamare Governo mondiale delle Democrazie? Fate come vi pare, già partire da un Governo dell’Europa sarebbe interessante, ma certo oggi parlare di partiti nazionali tradizionali come soluzione a problemi che spesso vengono da altre parti del mondo mi sembra anacronistico: senz’altro mi fa rodere che non tutti i cittadini europei abbiano garantiti gli stessi diritti, e ci aggiungo che vale anche per i cinesi oppure i russi, e vale anche per gli U.S.A. così facciamo felici gli antiamericani del sito. Utopia? Almeno ho ancora la forza di sognare.