di Stefano Minguzzi
La profondità della crisi e le possibili scelte per superarla sono state l’oggetto dell’incontro dell’ex segretario della CGIL, Guglielmo Epifani con i democratici del circolo Torrino di Roma. Alla domanda se la crisi del neoliberismo di questi ultimi 3 anni può essere letta come la crisi del mercato tout court, Epifani compie un’ampia panoramica sulla situazione mondiale. Le difficoltà economiche non sono, infatti, equamente ripartite: se l’Occidente degli USA e dell’Unione Europea è in declino lo stesso non si può dire per i paesi sudamericani e per quelli asiatici. È in atto un gigantesco riequilibrio delle ricchezze che va tutto a nostro svantaggio.
In Cina o in India la dinamica degli stipendi è positiva, mentre i Europa e in Italia si segna il passo: nel giro di pochi decenni l’aggancio sarà cosa fatta. Per questo motivo Epifani chiosa: “Il nostro futuro non è come ce lo eravamo immaginati. Il declino non è ineluttabile, ma non è pensabile tornare a prima senza colpo ferire”.
Con un tasso di crescita calante anche i redditi individuali caleranno a danno, soprattutto delle future generazioni. Già oggi sono scomparsi molti posti di qualità presso settori storici come la scuola, la pubblica amministrazione, la grande impresa chimica, automobilistica, tessile. La scomparsa dei posti di lavoro, ineluttabilmente rende difficile difendere una buona occupazione in Italia. Senza una politica industriale il nostro paese consegna generazioni di studenti più o meno formati alla disoccupazione o all’emigrazione. Un regalo ai nostri competitors diretti. Per questo le dimissioni del governo Berlusconi sono sì condizione necessaria per una ripresa, ma purtroppo non sufficiente.
Se questo è il quadro, secondo Epifani, è difficile immaginare di salvare tutto il welfare attuale. E’ però possibile difenderne i pezzi più importanti. Su una cosa però Epifani è netto: non va creato un welfare solo per i deboli. Lo stato sociale, al di là dell’erogazione dei servizi e la tutela delle fasce deboli, ha una determinante e centrale funzione di accesso alla cittadinanza. Una popolazione discriminata dal welfare non potrebbe essere più inclusa in un unico concetto di cittadinanza, aprendo rischiose divisioni tra cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Inutile dire che per Epifani l’unico terreno capace di tenere insieme l’esigenza di difendere il welfare e quella di farlo in maniera equa è il lavoro. Qui la criticità non è una novità: una tassazione che pesa solo sul reddito da lavoro invita a ridurre gli investimenti produttivi e favorisce forme di risparmio centrate tutte solo sulla rendita. Pertanto la soluzione è quella più logica: tassare i patrimoni per ridurre la tassazione sul lavoro. E non bisogna cadere nel falso mito della detassazione neoliberista, perché come dice Epifani, “tassare i patrimoni è tassare il passato per scardinare le vecchie gerarchie di potere”. Se queste gerarchie non ci piacciono, se questi poteri non servono alla soluzione allora sono parte del problema e vanno contrastanti senza timori.
Purtroppo a momenti di analisi così lucida e diretta non corrispondono scelte politiche altrettanto nette: si concorda tutti a parola che non possiamo pensare di riprendere come e più di prima della crisi del 2008, ma poi nei fatti lo si teorizza. Le uniche soluzioni vere sono quelle a medio lungo termine che però non danno risultati politicamente spendibili a breve: investimenti in Ricerca, redistribuzione del welfare e detassazione dei redditi da lavoro. Il buco logico della politica italiane, ma anche europa, è non capire che questi non sono temi “finanziari”, ma sono temi collegati all’organizzazione della vita dei cittadini soprattutto per quel che riguarda le donne e le famiglie con figli. Non a caso recentemente Draghi ha individuato proprio in queste due categorie le vittime della recessione.
Spostare le questioni a livello sovranazionale oggi vuol dire dare spazio ai partner forti della UE: Francia e Germania. Non è facile poi recuperare lo spazio perso come dimostra la levata di scudi contro il ministro degli esteri italiano, Frattini, colpevole di aver chieso maggiore collegialità nella gestione della crisi. Bisogna essere realisti, continua ancora Epifani, perché si fa la fine del governo di sinistra della Grecia: che arriva al potere dopo un governo di destra fallimentare e viene costretto ad eseguire gli ordini della triade FMI, UE e BCE.
Nelle scorse settimane il Parlamento europeo ha ratificato l’impegno per i membri della UE di ridurre il proprio rapporto debito/PIL al 60% in 20 anni. Tradotto in freddi numeri vuol dire che, a welfare invariato, nei prossimi due decenni doovremo impegnare il 3% del PIL annuo per ridurre il debito. In pratica non avremo risorse pubbliche per 20 anni.
Per Epifani dunque le risorse pubbliche andranno usate molto meglio e dovremo essere capaci di fare delle scelte, perché non si potrà dare a tutti. Si andranno a individuare delle priorità e su quelle si investiranno risorse, altrove non sarà più possibile. II sacrifici però devono essere accettabili e accettati, pena la disgregazione sociale dell’Italia, a fronte di una chiara idea di società che si va a costruire e/o difendere.
Quale debba essere questa idea è difficile dirlo ed è il test che tutti gli schieramenti politici sono tenuti a superare nei prossimi decenni. Indubbiamente, con Epifani, è facile immaginare una società caratterizzata da più sobrietà, socialità ed equità. Più sobria perché il consumismo sfrenato è il sottoprodotto di cicliche crisi da sovrapproduzione la cui soluzione non può essere l’indebitamento, ma il ritorno a consumi sostenibili e intelligenti. Più socievole perché tutti i legami di mutuo sostegno andati persi con la postmodernità diventano nuovamente protagonisti in un contesto di crisi prolungata. Più equa perché solo con una redistribuzione dei doveri, oltre che dei diritti è possibile tenere in piedi un’idea di cittadinanza inclusiva.
Ora però bisogna fare un po’ di autocritica sugli ultimi 15 anni di accordi sindacali, perché altrimenti è impossibile tenere insieme partiti progressisti e sigle sindacali. Non si può oggi sostenere le tesi di Epifani dimenticando che dall’accordo del luglio 1993 fino all’introduzione dell’euro la linea della triplice è stata quella di tutelare i propri iscritti a danno dei giovani non sindacalizzati o non ancora presenti sul mercato: difendere l’oggi sacrificando il domani. Questi accordi sono stati proposti sì da una Confindustria molto ideologizzata (ricordo soprattutto la presidenza Damato) nel momento di massimo consenso neoliberista, ma i sindacati non hanno costituito alcun argine, anzi. La flessibilità folle (solo con una sentenza UE nel 1999 si introducevano limiti e diritti per i nuovi lavoratori) è stato un “regalo” di un governo di centrosinistra sostenuto da CGIL, CISL e UIL e lo stesso dicasi delle varie riforme pensionistiche tutte favorevoli ai vecchi lavoratori. In questo modo si è avvallata, da parte anche del centrosinistra, una netta divisione tra vecchi e nuovi, costruendo un recinto che spezza in due il mondo del lavoro, sega alla base la rappresentanza sindacale, riduce al minimo la credibilità del sindacato nelle imprese e soprattutto mette i lavoratori gli uni contro gli altri. Troppo facile oggi chiedere grandi sacrifici dietro la cartina di tornasole dei valori. Il rischio è proprio quello che paventa Epifani: spezzare in due la coesione nazionale rendendo nulla la cittadinanza. Solo mettendosi alle spalle senza amnesie quella stagione si può essere credibili nella proposta di soluzioni per la crisi odierna.
Il futuro dell’Italia è comunque ancora nelle nostre mani, ma bisogna rapidamente buttare via falsi miti, ipocrisie e interessi di bottega per mettere in campo soluzioni per la vita quotidiana di milioni di persone: lavoratori o pensionati o risparmiatori che siano. Il fallimento storico in questa fase aprirebbe le porte ad un circolo vizioso del quale è difficile prevedere il punto finale di arrivo.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






Chi ha mangiato lasciando il conto sul tavolo, a quelli che venivano dopo, non ha ancora fatto una vera auto-critica. Io non vedo soluzioni a questa situazione; c’è solo il lento declino, più volte descritto, e operante in atto.
@Renzino: Il Belgio, come tu ben conosci, ha una situazione non tanto diversa dalla nostra (alto debito, processo di ageing a livelli comparabili), ma è riuscito in questi anni a trovare una strada per crescere, per di più senza un governo… e nonostante abbiano un tasso di nuvolosità più altro del nostro, non si sono gettati nel disfattismo e pessimismo!!
La strada è da trovare, non sarà facile, dovremo rinunciare ancora, ma il declino non è un destino ineluttabile!!
Alessandro, il problema a questo punto è il tempo. Con lo spread con i bond tedeschi tenuto artificialmente giù dalla BCE e con un governo come il nostro, che è peggio che non averne uno, non è detto che si sia nelle condizioni di fare qualcosa prima che sia troppo tardi. Qua lo scenario peggiore è la Grecia e cioè arrivare nella stanza dei bottoni troppo tardi con pochissime azioni da compiere se non eseguire gli ordini di chi ci presterà i soldi. L’alternativa è rimboccarsi le mani ciascuno di noi, magari stringere la cinghia, ma ritrovare l’unità nazionale di un progetto comune italiano per riprenderci il nostro stile di vita (che è diverso dalla difesa dei livelli di consumo).
Dico che non vedo soluzioni a questa situazione perchè non vedo nessun desiderio di prendere in considerazione il Bene Comune (che è quello a cui, in pratica, si riferisce Stefano) da parte della “classe generale dei benestanti” protetti da Sindacati e categorie di produttori.
La creazione della iperflessibilità ristretta alle nuove generazioni è stato l’atteggiamento dei Garantiti dopo il ’92-’93, in cui toccarono con mano i limiti “oggettivi” alla continuazione delle politiche economiche (se così si potevano chiamare) dei decenni precedenti. Hanno cambiato opinione, e vogliono condividerne un po’?
La riforma pensionistica “Dini” del ’94, necessaria ma non sufficiente, ha preservato larghe coorti da una riforma brusca, ed aggravato quindi la distanza nelle condizioni di diritto e di fatto fra i Garantiti e i le nuove generazioni. Hanno cambiato opinione, ed accettano qualche intervento più incisivo sulle (loro) Pensioni?
Ha detto Epifani che si può accettare il Maestro Unico nelle Scuole Elementari, e che si deve smetterla di considerare la Scuola come uno stipendificio? Non mi pare. Interdizione dei Sindacati nella gestione del personale (assunzioni, promozioni, ecc.)? Continua.
Del resto per la Confindustria “sviluppo” significa “stanziamento di soldi pubblici” (ovvio che c’è del vero, ma è fastidioso sentirlo dire a chi dovrebbe invece concentrarsi sull’imprenditorialità e la capacità di stare sul mercato). Le prebende all’impresa private, del resto, non si contano e, sebbene io sia favorevole ad una “politica industriale”, non intendo con questo concetto coprire il suo effettivo contrario.
Perchè non vedo soluzioni? Perchè neanche giovani e precari contestano questo sistema, ma cercano di intrufolarvisi, esattamente come previsto dai Garantiti stessi, che rinforzano la strategia di corruzione verso molti di essi, proseguendo il familismo e allontanando critici e dissenzienti. Niente conflitto generazionale, niente soluzione.
Io, senza volere né potere fare analisi “scientifiche” sul problema (ma dubito che qualcuno possa veramente farle, le variabili mi sembrano troppe) ho il sentimento che il declino è inevitabile e questo per ragioni più strutturali di quelle che propone Renzino.
Non credo che il non volere il bene pubblico sia la causa, ma al massimo uno degli effetti, come un effetto è il pessimismo e non la causa.
La causa è che l’occidente ha vissuto “al di sopra delle proprie possibilità”, chi come Francia e Inghilterra sfruttando il resto del mondo direttamente, chi gonfiando la propria economia dove sarebbe voluta essere ma non dove stava (e penso all’Italia). Insomma il riequilibrio di cui parla Epifani è inevitabile ma non è più nel “futuro” è nel presente. Perché l’Asia non sta più arrivando, è arrivata e può fare a meno di noi.
La “crisi” è molto più grave di quella finanziaria, è il sistema che non regge. Guardiamo l’agricoltura, la pesca, l’allevamento, l’industria, dove chi lavora non riesce a vivere del proprio lavoro. E perché i prezzi sono bassi? Perché le stesse popolazioni vogliono tante cose a poco prezzo. Insomma, siamo finiti in un loop che è ancor più ingarbugliato quanto più banche centrali, sistemi integrati solo sulle carte e altre diavolerie aggiungono altri vincoli …
Come se ne uscirà? Sempre che se ne uscirà (cosa non scontata, la soluzione che ci piace non è sempre inevitabile, l’happy end è un caso, non una necessità) penso che l’unico modo sia “semplice”: lavorare e accettare di non essere più il centro del mondo. E ripartire quindi dalle fondamenta.
Magari così tra non molto qualche industria cinese o indiana verrà a delocalizzare in Europa …
concordo con Riccardo e rilancio: vite più sobrie vuol dire anche consumi ridotti, minor spreco e anche rivendicare tariffe più basse perché il reddito delle persone non può andarsene via per il 30-40% in spese fisse per acqua, gas, elettricità, telefono. Ok, posso anche a rinunciare all’auto e alla pay-tv, ma non basterebbe da solo a cambiare la mia situazione economia. Una seria politica meritocratica dei redditi, una politica fiscale redistribuisca tra rendite e lavoro, un welfare che si occupa prima di tutto di tutti e poi vediamo in che modo sono le leve per dare, se non ottimismo, almeno speranza per il futuro. Non credo che il dopo sbronza consumistico ci riserverà il ritorno dell’analfabetismo, del brigantaggio nelle campagne o della malaria lungo costa… Non esageriamo: la parte solida e concreta del nostro stile di vita non cambierà, ma andrà in malora la parte leggera e superflua. Il problema, ritornando a quanto scriveva Renzo, è la classe dirigente: noi possiamo farcela e da noi deve venire la nuova classe dirigente. Anche per questo un ricambio (non per forza generazionale) ai vertici è condizione necessaria per immaginare la nuova versione del futuro.