Gli ombrellini di Liberty Plaza. Piove sul sogno di Obama

di Michele Mezza.

Foto: Tomathon

Foto: Tomathon

La notizia che rimbomba oggi, fra gli schiamazzi politici di casa nostra, mi sembra essere il lamento di Obama che paventa di  non reggere alla prova delle prossime presidenziali. Lo dico con un pizzico di legittimo, mi pare, orgoglio, perchè “Sono le news, bellezza!”, il mio libro edito da Donzelli, lo aveva ipotizzato più di un anno fa, fra i diffidenti lazzi generali.

Obama fa intendere che la crisi, presente e soprattutto futura, rischia di stritolarlo. Soprattutto di colpirlo politicamente nel suo vero core buisiness con il quale si era presentato agli elettori tre anni fa: “We can”. Noi possiamo  governare la crisi perchè cambieremo le regole del gioco, annunciava messianicamente l’allora curioso candidato colored. E possiamo mutare le regole perchè abbiamo cambiato base sociale e interessi da rappresentare. In sostanza, siamo in grado di  domare l’orso e il toro di Wall Street perchè non dipendiamo da  essi, era il lucido messaggio che entusiasmava l’America.

Così non è stato. Glielo ricordano le  migliaia di persone che si stanno alternando a Liberty Plaza, proprio nei pressi della mitica Wall Street, dove indignatos wasp stanno allestendo una Piazza Tahir occidentale.  Il crogiolo sociale della protesta americana è davvero interessante, come spiega oggi su Repubblica Michel Moore, l’eccentrico documentarista americano che coglie con tempismo i fermenti sociali del paese. Insieme ad un nocciolo di indignatos tradizionali (giovani e precari) si stanno addensando  ceti produttivi che toccano in pieno la mitica middle class americana: piloti d’aereo, tranvieri, funzionari della pubblica amministrazione, insegnanti, medici. E’ questa la base sociale che denuncia la propria proletarizzazione, chiedendo ragione al milieu finanziario: tutti a Wall Street, sede del nemico.

Qualcuno la chiama la vendetta dell’89, l’anno della caduta del muro di Berlino. Quello spettro scacciato e deriso dal palcoscenico politico  europeo, più che il comunismo  diciamo una politica basata sull’ambizione di un’equità sociale strutturale, torna a scardinare la tranquillità dei vincitori, rendendo irrequieta la società occidentale e non adeguato il suo sistema politico-istituzionale. Non senza ambiguità, i ribelli di oggi, spiega Ivan Krastev, uno dei più acuti e brillanti politologi contemporanei, “non si oppongono allo status quo, ma vogliono preservarlo; è un 68 al contrario. Mentre allora gli studenti  gridavano di non voler vivere nel mondo dei loro genitori, oggi invece scendono in piazza per difendere il loro diritto a salvare quel mondo”. E’ questo il risultato di una modernizzazione che ha sgretolato le vecchie certezze fordiste – basate su fabbrica di massa, lavoro di massa, consumi di massa, protezioni di massa – ma che non riesce a dare un volto inclusivo alle forze individualiste che sono oggi disponibili ad ognuno di noi.

In questo gorgo, dove le vecchie narrazioni sono dissolte (giustizia, partecipazione, egualitarismo, diritti, valori…) si è innestato un singolare processo , dice sempre  Krastev, di “emancipazione delle elites” che si sono affrancate dai vincoli ideologici, nazionali e comunitari. In sostanza, dissolvendosi il sistema politico classista, nessuno deve dare più conto a nessuno, e questa libertà eversiva viene usata da chi più ha, come appunto le elites politico-amministrative-finanziarie.

La rete è stata anche strumento di questo percorso. Il suo impatto sui vecchi assetti  socio-economici ha liberato gli “spiriti animali”,  privilegiando i motori dell’individualismo e della competizione, e sopratutto dell’immediatezza, della velocità, che hanno sconvolto ogni logica normativa: tutto in real time, significa tutto senza regole. Ovviamente questo non perchè la rete sia strutturalmente anarchico- liberista, ma perchè non vi è stata un’intelligenza collettiva che ha spinto e negoziato la rete in una direzione diversa, come pure accadde alla fabbrica nel secolo scorso.

Obama si presentò come il punto più alto di una nuova mediazione sociale, dove rete e innovazione potevano essere piegati ad un progetto di inclusione e partecipazione sociale: la spinta al nuovo doveva essere il motore di uno sviluppo che avrebbe reso meno centrale la speculazione finanziaria. Questo fu il valore aggiunto della sua candidatura. Per questo Obama sbancò i vecchi equilibri, schiantando la tradizionale visione illuminista di Hillary Clinton. Ma tutto ciò si è perso lungo la strada, forse anche per una difficoltà oggettiva, un’immaturità culturale ad affrontare temi giganteschi quali quelli evocati.

Come scrivemmo appunto nel libro “Sono le news, bellezza!”, il We CAN non divenne WE GOV. La mobilitazione dei nuovi produttori del sapere non riuscì a sostituirsi alle lobbies dei ceti speculativi, per quanto illuminati, di Wall Street. Obama giunto a Washington tentò di fronteggiare l’emergenza con un’operazione di tipica marca socialdemocratica, congiungendo aree di lavoro tradzionale – i metameccanici dell’Illinois – con le aree di capitalismo finanziario moderno. Da qui il progetto della riforma previdenziale, che premiava i lavoratori manifatturieri, con la delega totale a gestire la strategia economica a Larry Summer e al ministro del Tesoro Gheistner. Da questa gabbia Obama non è più uscito, e i 28 milioni di componenti del popolo della rete che lo fece trionfare rimasero orfani, e reagirono secondo la cultura della rete: ritirando ogni affidamento emotivo, negando la risorsa più preziosa in rete, l’attenzione.

Obama ora constata che è rimasto solo, anzi che è stato omologato al vecchio establishment che difende le vecchie elites, emancipate da ogni controllo. E questo propio mentre sale, in tutto il mondo, la marea dell’ambizione di ogni individuo a competere con le proprie elites: vogliamo controllare oggi perchè pensiamo di non saperne meno di chi governa, questa è la novità, che proprio Obama aveva intuito.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti