a cura di Filippo De Agostini.
Qualche giorno fa France Soir, storico quotidiano francese, ha annunciato di volere abbandonare la carta stampata per dedicarsi al solo web. Un cambio storico che sembra segnare la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, tanto più che negli stessi giorni, sempre in Francia, Le Monde annunciava una futura collaborazione con il sito di informazione online Huffigton Post. Ne abbiamo voluto parlare con Stefano Minguzzi, che segue per noi evoluzioni e tendenze del mondo dei media.
Premessa: La redazione di France Soir raggiunse negli anni’60, quota 400 giornalisti e nel 1970, in occasione della morte di De Gaulle, batté il suo record di vendite (2,2 milioni di copie). Dopo essere stato ripreso nel 2010 dal milionario russo Alexandre Pougatchev, si era posto come obiettivo le 200.000 copie al giorno, ma non si è riusciti a superare le 70.000 copie al giorno.
La notizia di France Soir di abbandonare la carta stampata per dedicarsi solo al web ti sorprende?
Purtroppo non molto: l’editoria periodica, sia quotidiana che mensile, è entrata in crisi profonda nel corso degli anni ‘90 e, con rare eccezioni, non ne è mai uscita.
Che lettura ne dai? È forse un effetto dello tsunami della crisi economica o dell’onda lunga della rivoluzione digitale?
Più la seconda che la prima: il calo delle vendite riguarda tutte le testate in tutti paesi ed è databile ben prima del 2008. Indubbiamente da quando il web è diventato di massa molti lettori leggono le news online, d’altronde non mi sento di accusare la crisi economica in quanto il costo soprattutto dei quotidiani è irrisorio e poi sono in crisi persino le testate freepress.
Il problema più generale, e più difficilmente aggredibile, però non è tanto le possibilità che internet dà ai lettori, quanto le implicazioni organizzative che ha avuto la rete sulla professione del giornalista. Oggi come oggi è difficile capire i confini della professione giornalistica laddove questa non è accompagnata da competenze tecniche. Insomma la buona informazione non è data da un tesserino da pubblicista o da professionista. Tolta questa pietra angolare viene meno tutto il sistema professionale costruito su di essa. Gli editori sono perciò sempre meno disponibili a sostenere i costi di redazioni ampie e di strutture ormai sovradimensionate e costringono i giornalisti ad avere ruoli che prima non avevano: impaginatori, correttori di bozze, etc. In questo quadro la crisi dell’editoria diventa una crisi di sistema.
È la prima volta che succede qualcosa del genere?
Nel mondo no, molte testate USA stanno chiudendo e l’estremo gesto di disperazione spesso è andare solo online. Si tratta però di testate locali o cittadine che in America hanno un certo peso come più o meno le nostre testate cittadine di Roma, Milano e Napoli. Il caso di France Soir sarebbe il primo caso in Europa per quel che riguarda una testata storica nazionale.
È il primo segno di una rivoluzione che colpirà tutta la carta stampata?
Più che una rivoluzione un crollo in corso da 20 anni. France Soir non sceglie il web al posto della carta perché cambia modello, ma per salvare il proprio modello che fa perdite su perdite. Così non si va molto lontano: il web è un’opportunità se si scommette sul linguaggio della rete e sul suo modello organizzativo. Se invece si prendono costi e strutture tradizionali e si toglie solo il costo della carta e della stampa si guadagna qualche mese, ma il trend rimane invariato. E stiamo parlando di una testata con 70 mila copie nel momento più nero, in Italia ci sono molte testate sotto quella soglia.
In Italia chi sarà a tuo avviso la prima a rinunciare alla carta ed a puntare al solo web?
Se il modello a cui facciamo riferimento è quello di France Soir direi tutti i quotidiani di partito con Manifesto e Unità in testa: con meno di 50mila copie vendute possono campare giusto grazie al numero esorbitante di copie stampate e finanziate dallo Stato. Un sistema che sostiene testate anche microscopiche (Europa, Il Foglio, Il Riformista, etc) con l’idea di garantire il pluralismo. Se non sarà necessario tagliare pure il finanziamento pubblico all’editoria, forse sarebbe il caso di estenderlo anche alle testate online: il pluralismo non può essere limitato alla sola carta stampata.
Per sbarcare online è più facile partire da zero invece di dover convertire una struttura tradizionale in qualcosa di radicalmente diverso. Le uniche eccezioni, per ora, restano i grandi quotidiani nazionali come Repubblica, Corriere o Sole24ore che hanno dietro solide realtà industriali e sono ormai media company che spaziano dall’editoria tout court alla radio, dalla webtv alla gestione pubblicitaria.
Esiste già una stampa solo web? Che impatto ha rispetto a quella scritta?
Il panorama italiano è molto vivo e anche in questo caso il disinteresse per la rete da parte del legislatore, così come ai tempi per la radio comunitaria o la tv commerciale, ha favorito la nascita di testate solo online come iMille, Post, Lettera43 e, pare, a breve pure il peso massimo Huffington Post. Al momento non esiste un business model forte, sono spesso esperimenti che nascono dal basso o comunque da piccoli gruppi di professionisti che si autogestiscono e che superano così le strozzature del mercato editoriale classico. Al momento stiamo vedendo la fase di lancio di questi progetti, è da vedere quanti di essi diventeranno prodotti maturi. Molti di queste testate, ad esempio, non producono utili e ovviano a questo inconveniente puntando al volontariato semigratuito da parte dei propri collaboratori. Da questo punto di vista è un modello parassitario rispetto a chi paga la retribuzione piena. Il tema dell’autofinanziamento è sicuramente il cuore della questione e non è detto che quanto fatto da Arianna Huffington in USA sia replicabile in Europa e soprattutto in Italia: la pubblicità online funziona bene con grandi numeri che la rete multilinguistica europea non ha.
Ricordo ad esempio i tentativi falliti di creare un’edizione italiana della CNN o quella del canale ambientalista di Al Gore Current TV appena tagliato da SKY.
La cosa che andrebbe evitata è che si riduca il tutto ad una lotta tra soggetti in crisi: da un lato le testate cartacee dall’altro quelle online con in mezzo i finanziamenti pubblici. Al contrario un progetto di crescita per il paese dovrebbe avere al primo posto la diffusione della banda larga, l’accesso universale a 10 Mbit e l’abbattimento del cultural-divide che porta 1 italiano su 2 a non leggere nemmeno 1 libro all’anno o a non possedere un collegamento internet. Da parte dei privati invece l’integrazione tra media diversi è quasi un comandamento dettato dalla rete e questa opzione funzionerà solo se troverà adeguate tutele per le professionalità che alla fine creano il prodotto.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





