Cosa resterà dell’ottobre democratico?

di Marco Campione.

"Red October" by Joriel "Joz" Jimenez

Ottobre 2011 poteva essere ricordato come il mese nel quale i perpetui furono mandati in pensione. Il mese nel quale i trenta-quarantenni del Pd si sono decisi a uccidere i loro padri, o rottamarli se preferite. L’imperfetto è d’obbligo perché i cinquanta-sessantenni del Pd sembrano più duri a “morire” del settantenne Presidente del Consiglio. L’imperfetto è d’obbligo anche perché i primi due appuntamenti si sono svolti con pochi guizzi e il terzo è in realtà quello vissuto dal corpaccione democratico come altro da sé. E senza il consenso del corpaccione i perpetui non li schioda nessuno. O meglio, li potrebbe schiodare l’indizione di primarie per la leadership, ma sia le giovanili della Turchia, ben piazzate nella segreteria attuale, sia le giovanili della Bindi (l’ingenerosa definizione è di Christian Rocca) non le chiedono e probabilmente non le vogliono.

Dei primi due eventi posso essermi perso qualcosa perché non ero presente, ma ho seguito parte di quegli appuntamenti dal web: ho rivisto molti degli interventi dell’Aquila e seguito lo streaming di Bologna per alcune ore. Cercando un’immagine per ciascuno di quegli eventi, le ho trovate in due momenti del mio immaginario personale: il Social Forum di Parigi del 2003 e una scena de “La meglio gioventù”.

 Bologna e il Social minestrone

Al Social Forum andai carico di aspettative. E la prima sera sono finito in un tendone nascosto in una banlieue parigina. Arrivo e mi danno un foglio con l’elenco degli interventi. Era la sessione serale che cominciava alle 17 ed erano previsti 25 interventi di 20 minuti ciascuno. Ho sentito i primi 5 e poi sono scappato chiedendomi che senso avesse un tale minestrone.

Forse complice il fatto che tutto si svolgesse sotto un tendone come a Parigi, le immagini da Bologna mi hanno dato la stessa sensazione di straniamento.

Sia chiaro, Bologna era molto meglio: parlavano tutti italiano e solo per sette minuti.

Stimo moltissimo il parere di alcuni amici che c’erano e dunque continuerò ad informarmi per capire meglio, ma non ho sentito da Bologna nessun pronunciamento sui nodi veri che dovrebbero caratterizzare il posizionamento interno ad un grande partito riformista contemporaneo. C’è riuscito perfino il PSF a fare primarie in cui si sono confrontate linee politiche legittimamente alternative. Tutti da noi dicono che non vogliono porre questioni esclusivamente generazionali, ma allora la risposta non può essere un incubatore di idee indistinte. Pippo Civati, nelle sue sostanzialmente condivisibili conclusioni, ha provato ad isolarne di coerenti tra loro e ce n’erano in effetti. Ma le altre?

Per l’affetto che mi lega a molti de “Il nostro tempo”, non voglio liquidare frettolosamente quei due giorni e sospendo il giudizio in attesa che qualcuno mi spieghi come possa parlare dallo stesso palco chi, ad esempio, chiede di ripensare natura e funzione del Contratto Nazionale della scuola per adeguarla alle esigenze della contemporaneità e chi costruisce la propria proposta politica attento a non scontentare mai chi – il sindacato – su quel contratto fonda la propria ragion d’essere. Chi invita il Pd a snidare il corporativismo che è anche dentro di noi e chi si ostina a pensare alla scuola solo dal punto di vista degli insegnanti (una corporazione di “eroi moderni”, ma pur sempre una corporazione), pressoché ignorando quello degli studenti e le loro famiglie.

Questa idea di voler tenere insieme tutto e il suo contrario è anche nel ricercato “dialogo con i movimenti”. Non è dicendo “indignatevi, ma anche impegnatevi” (moderna locuzione per partito di lotta e di governo?) come ha fatto Debora Serracchiani chiudendo la due-giorni bolognese che risolveremo le contraddizioni in seno al popolo della sinistra. Non è colpa loro se non si impegnano: non sono pigri, ma hanno fatto legittimamente una precisa scelta di campo (quella dell’indignazione) che prescinde dalla politica e vuole alzare il livello dello scontro.

 L’Aquila e la turca gioventù

Seconda immagine: una scena del film di Marco Tullio Giordana. Ne “La meglio gioventù” c’è una scena splendida nella quale Nicola (Lo Cascio) rientra in casa nel mezzo di una fumosa riunione di gruppettari proprio mentre uno di loro fa una riflessione – anch’essa alquanto fumosa, va detto – sul “bisogno di comunismo” degli operai in lotta alla Fiat. Nicola entra nella stanza accanto e porta la figlia a fare una passeggiata per non farle sentire “queste cazzate” e notando come “i posti chiusi fanno male al cervello della gente”.

Fatte le debite proporzioni, la prima linea dei dirigenti democratici riunitisi a L’Aquila (in particolare quelli che i giornali chiamano “giovani turchi”, ovvero – non dimentichiamolo – coloro che determinano il posizionamento del Pd in politica economica) mi ricorda quel personaggio. E certe loro riunioni me le immagino così: con i nostri chiusi in fumose stanze a fare discorsi (mi auguro meno fumosi) sul “bisogno di sinistra” che caratterizzerebbe la società italiana di oggi. Non ho dubbi che ci credano (anche i protagonisti della scena che ho evocato credevano al “bisogno di comunismo”); ho però forti dubbi che le cose stiano davvero così.

Come allora gli operai protagonisti delle lotte alla Fiat non bloccavano la produzione per il loro bisogno di comunismo, così oggi chi guarda al centrosinistra come possibile alternativa non lo fa nel nome di un presunto e vago “bisogno di sinistra”, ma in quello di una forte e concreta voglia di liberarsi di Silvio Berlusconi. Ne percepisce l’incapacità, l’inconsistenza e in alcuni casi anche la pericolosità e se guarda a noi non è perché cerca qualcuno che dica “qualcosa di sinistra”, tanto per citare un altro autore di cinema famoso e tanto caro a tutti noi. Guarda a noi (e per onestà va riconosciuto che – almeno a giudicare dai sondaggi – lo fa in misura assai minore che alle politiche del 2008) perché noi siamo – fino ad oggi – l’unica offerta politica che non prevede Berlusconi.

Sia chiaro, non sto proponendo alcun paragone tra i gruppettari di allora e la Fassina-Jugend. Mi limito a notare che l’errore di valutazione è nella sostanza lo stesso: interpretare in modo sbagliato i segnali che ci arrivano dalla società. E anche la causa di quell’errore lo è: stare in circoli chiusi, rifiutare il confronto con chi la pensa in modo diverso. In una parola, l’autoreferenzialità.

Dopo gli anni settanta, arrivarono gli ottanta e una parte importante del consenso che la sinistra in quegli anni aveva accumulato invece che instradarsi verso le riforme che servivano al paese (su tutti il bisogno di modernizzazione, altro che comunismo!), guardarono con simpatia a Craxi e ai “laici”, consegnando così il paese al pentapartito, che semplicemente diede al popolo l’illusione di rispondere a quel bisogno.

Oggi il rischio è lo stesso: consegnare il paese a chi è capace di interpretare meglio i bisogni più profondi del popolo. E se il bisogno degli italiani oggi è sostanzialmente quello di voltare pagina e dimenticare Berlusconi, basterà offrire loro un centrodestra deberlusconizzato e il gioco sarà fatto. Sempre che non si voglia ripetere l’esperienza del 2006: vincere con un’alleanza con dentro tutto e il contrario di tutto; un’alleanza per sua stessa natura incapace di governare.

 Cosa veramente dovrebbe dividerci

Ho il timore, ma spero di essere smentito, che una cosa accomuni “Il nostro tempo” e “Rifare l’Italia”: l’idea che i venti anni a cavallo tra il secolo scorso e questo siano una parentesi da chiudere nel più breve tempo possibile. Cosa me lo fa pensare? Le ovazioni per Rosi Bindi a Bologna o l’Unità che fa nel 2011 lo stesso titolo del 1984.

Questi venti anni non sono stati una parentesi, ma hanno rappresentato una evoluzione del pensiero della sinistra che archiviare come un “cedimento al pensiero unico neo-liberista” o un incidente di percorso è quanto meno frutto di un’analisi affrettata e superficiale.

Legittimo che non tutti la pensino come me sul punto, ma far finta di non vedere che è su questa “frattura” interpretativa che dovrebbero passare le discussioni e le divisioni interne e non su altre è quanto meno ipocrita.

Ottobre non è ancora finito e vedremo quale immagine ispirerà il “Big Bang” fiorentino. A prescindere dalla maggiore o minore condivisione dei contenuti che usciranno dalla Leopolda, mi auguro che l’istante che sintetizzerà quell’evento possa rappresentare un’immagine dello stesso album di quelli che l’hanno preceduto e non una sua appendice come alcuni sembrano augurarsi.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

15 Commenti

  1. Ottima sintesi. Da fuori si ha proprio questa impressione.
    Il rito dei “cinque minuti” di Bologna che non porta alcuna sintesi, non scontenta nessuna ma non porta da nessuna parte vs le “stanze chiuse” di L’Aquila. Da notare come nei “media che contino” sono state molto poco considerate (tranne l’intervento dei “giovani turchi” nella trasmissione dell’Annunziata).

  2. Credo che in molti abbiamo avuto le stesse impressioni di Marco.
    Sono abbastanza convinto che fra sette giorni, delle due iniziative “giovani” non ce ne sarà quasi più traccia.
    Renzi ha un impatto mediatico che a me pare un crimine non provare ad incanalare all’interno di una proposta che possa essere sposata dal partito.

  3. ops “non scontenta nessuna” –> “non scontenta nessuno”
    “media che contino” –> “media che contano”

  4. Marco, io la tua lettura posso anche condividerla, però mi sembra inficiata da un dato che per chi segue i tuoi post appare chiaro.
    Tu valuti i due incontri di Bologna e L’Aquila, in base all’attesa implicita (“teleologica” avrebbe detto la mia prof di filosofia) del terzo evento.
    Perché il tuo discorso, così impostato, non può che sfociare nella proposta di Renzi, intesa come sintesi di quella trasformazione di cui tu dici “l’altro” centro-sinistra di l’Aquila e Bologna non vuole prendere consapevolezza.

    Onestamente, e lo dico con l’augurio di essere smentito dalla seconda Leopolda, a me sembra che Renzi non sia così “altro” dalle contraddizioni che si possono leggere a l’Aquila e Bologna. Ne è parte integrante. La sua stessa “fulminea ascesa” è figlia dell’empasse.
    E permettimi un ultimo appunto teorico: criticare l’evoluzione del centro-sinistra in questi 15 anni, ritenere che orfani dell’ideologia ci si sia rifugiati in un pensiero unico liberista “alla come ce pare”, non vuol dire necessariamente proporre un salto all’indietro, o rimuovere in termini psicoanalitici ciò che è stato.
    Significa ammettere che forse qualche cantonata l’abbiamo presa. E che, forse, con troppa fretta, abbiamo imboccato facili scorciatoie della serie “il mercato ha comunque ragione”, mentre le cose erano più complesse di così.

  5. Distinguiamo Marco. In merito alla illazione che questo pezzo possa essere viziato da visioni altre, purtroppo ai lettori toccherà fidarsi della mia onestà intellettuale.

    Sulla seconda parte, quella che mi interessa di più. Io non contesto chi dice che ci siano stati degli errori, ma riconosco coerenza e correttezza nella nostra evoluzione. E rivendico cittadinanza alla tesi di chi sostiene che non si sia trattato di una omologazione al pensiero unico, ma – appunto – una evoluzione. Altri pensano che non sia così. Cosa legittima. Tanto legittima che io penso che sia su questa analisi che dovremmo fondare le nostre future divisioni…

    Converrai comunque che a prescindere dal giudizio che ciascuno di noi ha sul “pensiero unico”, alcuni (quelli che si esaltano per un titolo de l’Unità che ne cita uno di ventisette anni prima) vogliono invece chiudere questo ventennio in una parentesi. E capirei ci imponessero una riflessione critica su questi anni (magari mi convincereste che io ho torto), ma così facendo non vogliono farci crescere, ma solo rimuovere un tema spinoso dal dibattito pubblico. E questo non è bene

  6. Giorgio z

    Condivido con te l’idea che più che cedimento sia stata un’evoluzione, ma proprio per questo è naturale che dopo 20 anni ci si evolva ulteriormente. A me il “bisogno di sinistra” sembra evidente in tutto il mondo e anzi in via di rafforzamento proprio in quei luoghi maggiormente colpiti dalla “evoluzione degli ultimi 20 anni”: argentina, islanda, usa. Ma presto anche francia e perchè no germania. Per l’italia invece sono un po’ preoccupato perchè tutti questi big bang mi sembrano più false partenze in vista del Grande Big Bang che ci sarà dopo il collasso di Berlusconi e Bossi…

  7. Mimmo

    Molti ragionamenti sono condivisibili, visti da un esterno, ma infondo manca la premessa generale che le rivoluzioni vere, false o virtuali partono tutte dal vizio di realtà mai vivi sezionate e mai approfondite. La genesi del PD e’ viziata dall’assenza di una indispensabile discontinuità e dall’arroganza politica ed intellettuale che le due storie fossero assolutamente e virtuose e soprattutto migliori delle altre di quelle sinistre europee troppo facili al compromesso con il mercato. Le verità sono differenti ed in mezzo al guado ci stanno sia Berlusconi che la sinistra , mentre la continuità e’ Casini che offre proprio le garanzie di un compromesso non sociale, tra la vecchia politica e le esigenze di ossequiare “regole” standard di gestione di una crisi, la cui standardizzazione e’ tutta da dimostrare. Ciò che manca e’ la discontinuità di cui la più parte delle forze politiche n’e sono geneticamente prive e di questo la gente ne e’ stanca ed indignata. Come farla ricredere e’ il vero problema e su questo terreno chi si indigna e chi rottama sembra avere qualche freccia in più nella faretra, ma non e’ assolutamente detto che la mano sia ferma per centrare il bersaglio.

  8. Giorgio, giusto evolversi ulteriormente, ma:
    1. questo non vuol dire tornare indietro (al 1984)
    2. non lo puoi certo fare rimuovendo vent’anni di elaborazione politica

  9. Giorgio z

    Sì certo, il 1984 è successo 27 anni fa, ma non è che il 1989 sia molto più recente. L’aspetto grottesco allora come oggi è che proprio chi nelle piazze e nei congressi si sbraccia in professioni di fede, in realtà non vede l’ora di cedere alle tentazioni e anzi già lavora assiduamente per concretizzarle. Fuor di metafora: proprio coloro che nel pd si pongono a sinistra, sono quelli che hanno attuato politiche “di destra”. D’altra parte questa è la grande tradizione della doppiezza tipica della sinistra italiana da togliatti in poi. Ecco, io vorrei uscirne una buona volta. Vorrei cominciare a parlare dei 46 milioni di statunitensi che vivono sotto la soglia di povertà, del picco del petrolio, degli europei che si stanno estinguendo e degli africani che ora sono un miliardo e fra un secolo 2 miliardi. Del titolo dell’unità, sinceramente…

  10. marco

    concordo pienamente con Campione, seppure da posizioni opposte : anche io penso che il discrimine non sia generazionale o di metodo, ma sociale e “di classe”.

    la parentesi, come dimostrato dal voto sull’acqua di 3 mesi fa ( sarebbe stato anche solo immaginabile, diciamo nel 1999 ?) si sta chiudendo, finalmente : una quota sempre maggiore di cittadini non crede più all’ equazione più mercato = più libertà = più benessere, e non ci crede più perchè nella sua vita ha sperimentato il contrario, con buona pace dei liberisti di tutto il mondo.

    proprio la contestazione e l’indebolimento dei leader alla D’Alema, ( come avevi già notato anche tu in precedenza) renderà impossibile ripetere le politiche liberiste -si pensi alla legge Treu -imposte dall’alto dell’autorevolezza di un partito e di una dirigenza, ad un elettorato che ne veniva colpito -anche se , se fosse stato chiaro da subito quanto ne veniva colpito, non sarebbe bastata l’autorevolezza di Berlinguer a farle passare.

    quella autorevolezza oggi è molto ridotta, un po’ per un normale evolversi, e anche grazie ai sommovimenti “ggiovanili” di questi ultimi tempi : sperano i liberisti del PD che magari un Renzi potrebbe renderle accettabili, per quel “corpaccione” che diceva Campione ?
    significa conoscerlo molto, molto poco, il corpaccione.

    ci vuole elasticità mentale, nella vita : i comunisti italiani la ebbero nell’89, quando riconobbero il fallimento di un sistema, e avrebbero pottuto arrivarci prima, si dirà.

    stante la situazione italiana-e craxi-invece di diventare un partito socialdemocratico come nei fatti erano già, si misero a fare una serie pindarica di trasformazioni senza reale significato.
    però ci arrivarono, e non fu semplice.

    a fronte di un crollo altrettanto clamoroso, i liberisti si dimostrano invece molto più ideologici, incapaci di andare oltre un mantra “più mercato, più mercato, più mercato” che ormai l’uomo della strada vive con terrore, perchè dove diviene realtà arriva la miseria.
    più mercato c’è, peggio va : e peggio va, più questi chiedono mercato.

    e quindi ? che senso ha avere un partito in cui il discrimine più importante della politica è all’interno ?
    per poi dire “abbiamo vinto” ?
    ma chi ha vinto se vince il PD, io, o il mio datore di lavoro ?
    al primo che dice “ma anche” poi viene a fare un giro con me nell’indotto piaggio, o tra gli interinali, così gli spiego perchè “ma anche” non è reale, è solo ideologia.

    l’obiezione tattica, quella del “ma così si perde”, non ha senso : sono disposto a fare qualsiasi mediazione, qualsiasi alleanza per vincere, ma non a equivocare la ragione per cui faccio politica, che è di impedire che il libero mercato imponga la sua gerarchia in tutti i campi della vita dell’elettorato che rappresento.
    se per vincere lo accetto, diventa inutile che vinca, avrei fatto meglio ad andarmene al mare.
    quel PD , quello che candidava Calearo, sembra defunto, e bene così.

    ora Renzi e i suoi lo contendono : vale la pena di starci per impedirlo, e salvaguardare un patrimonio organizzativo e di radicamento, che non va messo al servizio di idee che sono non diverse, ma opposte, speculari, rispetto a quelle per cui è nato : ove la battaglia fosse persa, ma non credo, cercare altri lidi.

  11. Gianni

    Ma ceh significa “rimuovere 20 anni di elaborazioen politica”? L’ elaborazione non e’ un esercizio astratto, e’ fatta per incidere sulal cultura e sulla societa’. E in questi 20 ci sono stati l’ unico grande partito comunista d’ Europa che e’ riuscito a mantenere ampio consenso proprio grazie a quella elaborazione; una scelta europeista netta che ha portato l’ euro e l’unione a 25 durante la presidenza prodi, non l’ agitarsi di bandierine blu con le stelline; la sinistra che andava per la prima volta al governo e ne governava sette, di questi venti anni, e che risanava i conti con Amato, altro che le elucubrazioni si stato e mercato; un partito che raccoglie i riformisti socialisti e cattolici e che esiste nel parlamento e nella societa’, non e’ una astrazione accademica politologica.
    Porre il problema nei termini che lo poni tu e’ sbagliato e anche strumentale. Serve a dimostrare il fallimento di una generazione che non ha fallito affatto, dal bilancio che ne traggo io.

  12. gianni, ma rispondi a me? quello che tu dici è un motivo in più per criticare chi vuole riportare le lancette indietro di 27 anni non trovi? Io – se vuoi – sto facendo il contrario che condannare il fallimento di quella generazione: ne sto difendendo le scelte.

    Se vuoi sto dicendo che i giovani dovrebbero candidarsi a raccoglierne il testimone, piuttosto che a rimuoverne l’operato come non fosse mai accaduto… La cosa bizzarra è che sono proprio i cooptati da quella generazione che stanno prendendo alla lettera l’idea di uccidere i loro padri. Il problema è che lo vogliono fare nel nome delle idee dei loro nonni

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