Ci scappa il morto

di Lorenzo Gasparrini.

"Oslo Resiste (I refuse to be your enemy)" di Cristiano Corsini

Sapete tutti, immagino, che cos’è il “déjà vu”. E’ la sensazione di avere già vissuto un avvenimento o una situazione, e viene chiamato anche «falso riconoscimento». Quando, nei giorni scorsi, abbiamo letto ovunque (e sentito ovunque) pronunciate da Di Pietro le parole “ci scappa il morto”, sono stato preso da quella sensazione di déjà vu; purtroppo però di falso non c’era proprio niente, stavolta. Le parole che Di Pietro ha pronunciato in occasione della votazione sulla richiesta di arresto di Marco Milanese, ventilando un clima di rivolta nel caso in cui l’esito della votazione non fosse in linea col sentimento popolare (almeno com’è avvertito da Di Pietro), sono state «prima che ci scappi il morto, mandiamo a casa questo governo». Lo dico da subito: da che parte politica, e da quale soggetto, venga un linguaggio del genere, non mi interessa. Vorrei parlare della brutta sensazione, quasi un odore, che ancora sento a giorni di distanza, e del fatto che quelle parole le ho già sentite in tante, tante occasioni, e una in particolare. Ecco una piccola antologia, cronologicamente disordinata come sono i ricordi, che si annodano l’un l’altro per chissà quali associazioni fantasiose.

Quelle parole le ho sentite quando Sacconi, nell’ottobre del 2009, ci metteva a parte della sua sensibilità verso un certo «pulviscolo ideologico e antagonista» che poteva ricreare in qualcuno, a suo dire debole di mente, l’illusione che il terrorismo fosse una via praticabile, ed agire come negli anni di piombo in occasione di manifestazioni sindacali. Tuona Sacconi: «Basta veleni o ci scappa il morto. La politica rinunci alla violenza verbale». Ma da che pulpito, ministro. Lei che ha appena evocato metaforicamente un cadavere – e che due anni dopo ridacchierà in pubblico di suore stuprate – invita a desistere dal linguaggio violento. Complimenti.

Beh, comunque, ministro, i sindacalisti quell’espressione la conoscono bene. Questa estate i segretari della Uil e Uil Flp catanese non hanno trovato maniera migliore per far capire la grave situazione del sistema sanitario cittadino: «la mancanza di personale specialistico ed ausiliario rischia, per usare termini crudi, di farci scappare il morto». Che carini, in ambito sanitario hanno avuto la pruderie di avvertire che sono termini crudi. Grazie.

Quelle stesse parole le ha usate anche Giampaolo Pansa, quando poco più di un anno fa avvertiva i «signori dei partiti»: «siete seduti su una polveriera». Rubina Affronte aveva tirato un fumogeno a Bonanni, mancandolo; e, tra una formula sessista per l’attentatrice e un severo rimbrotto a Fassino e Di Pietro (il quale evidentemente se n’è ricordato, pare) se la prendeva con una sinistra che più o meno apertamente plaudiva alle violente esplosioni d’ira e di malcontento popolare. Poteva fermarsi lì, il nostro, ma ormai tanto valeva lanciarsi in profezie: «Il Cavaliere si sarà perduto dietro le escort raccolte a Palazzo Grazioli. Eppure mi sembra meno colpevole di un Di Pietro che spera di vincere a furia di linciaggi [...] Con il risultato che, prima o poi, ci scapperà il morto». Et voilà, è passato un anno abbondante ma il cadavere di Pansa è ancora attuale. Però.

‘Sto morto, infatti, sembra in ottima salute: corre corre, e non manca chi lo desidera proprio, come di recente ci ha detto a chiare lettere il ministro Maroni, che ha così sintetizzato la volontà dei cittadini organizzati nel movimento no-Tav: «C’era un gruppo di delinquenti che ha cercato la vittima». Eh, caro Bobo, ma il morto scappa, si sa. Mica è facile prenderlo. Lui, come ci ricorda l’etimologia, si toglie la cappa proprio per correre più in fretta.

Ed eccolo, nel novembre scorso, trasversalmente agli episodi e alle figure istituzionali, venire evocato in occasione degli scontri tra studenti e polizia: un cronista ci riassume che «il presidente del Senato Renato Schifani, commentando gli scontri tra studenti e agenti, ha chiesto di abbassare i toni della polemica: attenzione, è in sostanza il suo messaggio, con questo clima prima o poi ci scappa il morto». Ecco che il nostro de cuius è stato anche ufficialmente preso a figura retorica.

Poi l’accumulo di ricordi s’interrompe di colpo, perché me ne sovviene uno “finale”. Forse è quello che giustifica, nella mia mente, tanto accanimento verso questo ed altri luoghi comuni del linguaggio. Diceva, più di dieci anni fa, Adriano Sofri: «Il morto ci può scappare, e può essere un manifestante, un poliziotto, o uno che passava di là. Uno di cui si saprà il nome, e quel nome peserà». Il giorno dopo il morto c’è scappato, e il suo nome ancora pesa.

Pare che a pochissimi sia venuto in mente che è il caso di sciacquarsi la bocca ben bene prima di parlare in pubblico, di fare dichiarazioni oscuramente minacciose, di profetizzare lutti tanto per demonizzare qualcun altro. Ancora nessuno vuole capire che la violenza deve finire prima di tutto in sé stessi, nei propri gesti, nel proprio linguaggio. Dovrebbe essere più che ovvio soprattutto in chi viene eletto per decidere al posto di altri; soprattutto in chi viene letto e ascoltato da migliaia di persone. Questo funebre modo di dire è il solito luogo comune nel quale si rifugiano i politicanti che profetizzano la peggiore possibilità – essendo incapaci delle migliori responsabilità – e i criticoni col dito sempre puntato ma con le mani sempre ben ferme – non sia mai facessero qualcosa di utile.

Non solo a me non piace essere complice di una politica che non condivido; non mi piace neanche essere complice di un linguaggio che non condivido, di abitudini che non condivido, di indifferenze che non condivido. A me non piace chi ammonisce che “ci scappa il morto”, perché io non voglio essere il nemico di nessuno, non voglio essere d’aiuto a chi vuole farmi apparire suo nemico e non voglio vedere morto ammazzato nessuno. Di morti ce ne sono scappati abbastanza, grazie. A me piace dire e sentire cose per far rimanere i vivi.

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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