Chi uccide l’auto elettrica

di Filippo Zuliani.

"La DeLorean di Wired Electric Race" by Giacomo Barbaro

Tutte le case automobilistiche mondiali sono impegnate in percorsi ecologici, molti dei quali includono lo sviluppo dell’auto elettrica. L’assente probabilmente più noto in materia è FIAT, come più volte chiarito da Marchionne, ma anche altri.

A parole, tutti concordano che l’auto elettrica è una di quelle cose che farebbe bene all’ambiente. Nei fatti, pochissimi ne comprano una. Nonostante gli incentivi, infatti, dall’inizio dell’anno infatti le vendite di Nissan Leaf e Chevrolet Volt – campioni della categoria – negli Stati Uniti si sono fermate a solamente circa 10mila unità. Per darvi un paragone, negli USA si vendono circa 10 milioni di veicoli all’anno mentre solo in Italia si vendono quasi 200mila FIAT Punto all’anno (1).

Non è la prima volta che l’auto elettrica è sembrata pronta al debutto. All’inizio degli anni 90, General Motors, grazie ai sussidi dell’amministrazione Clinton, introdusse sul mercato americano l’elettrica EV1. Ma nonostante le numerose richieste di noleggio e i feeback positivi degli utenti, i 5000 pre-ordini si tramutarono in solo 50 acquirenti, motivo che indusse GM a sospendere la produzione del veicolo, generando furiose polemiche con ambientalisti e complottisti.

Le previsioni elaborate dai centri di ricerca sul numero di veicoli elettrici in circolazione nel futuro prossimo sono una di quelle cose dove regna il disaccordo più totale. Per il 2020, infatti, gli studi prevedono una diffusione dell’auto elettrica (o ibrida) che va dallo zerovirgola fino al 25 per cento del totale. Per il 2050 ancora peggio: le percentuali di vendite stimate variano dal 20 all’80 per cento. Questo accade perché le stime vengono generalmente fatte ragionando sul fronte della domanda. Si stima cioè la disponibilità dei consumatori a pagare di più per prodotti ecologici e si tramuta questa disponibilità in numero di veicoli venduti. Coi risultati di cui sopra.

Il problema è che il prezzo, anche se conta, non è tutto. Ragionando sul fronte dell’energia le cose diventano molto più chiare. Insomma, vendite al 10 o 20 per cento del totale del mercato significa considerare l’auto elettrica un prodotto di massa, maturo al pari di GPL e metano, e come tale deve essere attrezzato per autonomia, infrastrutture e consumi. La domanda da porsi dunque è: quali sono le condizioni tecnologiche per una motorizzazione di massa basata sull’auto elettrica?

Il problema dell’auto elettrica

La Nissan Leaf è stata eletta Car of the Year 2011 qualche mese fa 2011 ed è oggi probabilmente l’auto elettrica più diffusa. Simile per dimensioni e peso alla Volkswagen Golf, la prenderemo a modello da qui in avanti. Andiamo direttamente al nocciolo del problema dell’auto elettrica: la batteria, o, meglio, il suo costo e l’autonomia che garantisce. La batteria della Leaf è di quelle moderne agli ioni di litio: capacità 24 kWh, ha un costo stimato di 18mila dollari (2) e consente di percorrere circa 120 o 130 chilometri, decisamente pochi. Per cui, data la mancanza di una infrastruttura di ricarica, o si pianificano attentamente gli spostamenti o si corre il concreto rischio di rimanere per strada. In pratica, un’autonomia così limitata è un limite molto pesante alla flessibilità d’utilizzo e mal si adatta alla moderna società dei trasporti. A peggiorare le cose, i test mostrano che con un “pieno elettrico”, cioè con la batteria carica, l’autonomia varia da 75 a 220 chilometri in diverse modalità di utilizzo (3). Questa incertezza ha originato il fenomeno della “range anxiety”, la paura di rimanere a piedi, magari nel momento meno opportuno, per inaspettato esaurimento della batteria.

I motivi sono facilmente spiegabili. In un’auto che viaggia a velocità costante – ignoriamo per ora accelerazioni e frenate – l’energia viene usata per compensare le perdite dovute a essenzialmente quattro motivi:
- Resistenza dell’aria;
- Resistenza di rotolamento delle ruote (quella che vi evita di finire dritti in curva quando sterzate);
- Perdite nella trasmissione (inverter, motore, cambio, cuscinetti);
- Perdite ausiliarie (luci, display, ventole di raffreddamento, eccetera).

I primi due termini sono quelli più importanti. Ad alte velocità, infatti, l’energia viene essenzialmente usata per vincere la resistenza dell’aria, che aumenta come il quadrato della velocità. Raddoppiando la velocità, si spende quattro volte più energia per vincere la resistenza dell’aria. A basse velocità, invece, l’energia viene essenzialmente consumata dall’attrito delle ruote, proporzionalmente al peso dell’auto. Il calcolo preciso di questi termini è molto complesso e richiede la conoscenza di molti parametri generalmente noti solo ai costruttori. Per chiarire le dinamiche in gioco, però, anche un calcolo semplificato è sufficiente allo scopo.

La tabella sotto mostra l’energia usata della Nissan Leaf per percorrere 100 km a velocità costante e la relativa autonomia. Guardatela bene (è cliccabile) poi facciamo alcune considerazioni.

Energia

A basse velocità (50 km/h) la resistenza dell’aria conta poco. Come scritto sopra. Il consumo dell’auto è basso e l’autonomia è di circa 175 km. A velocità medie (80 km/h) la resistenza dell’aria comincia a farsi sentire: l’energia usata aumenta del 50 per cento e l’autonomia cala di conseguenza a 130 km. Questo valore è molto vicino all’autonomia media segnalata dagli utenti – tra i 120 e i 140 km – a conferma della funzionalità del modello. Ad alta velocità (120 km/h) l’autonomia crolla a 90 km, come confermato da utenti americani. La ragione, come scritto sopra, è la resistenza dell’aria, che aumenta come il quadrato della velocità e fa impennare i consumi.

Allora basta andare piano? In fondo, dove si arriva in due ore si arriva anche in quattro. Non così in fretta. Primo perchè in autostrada a 50 km/h non potete proprio andare. Inoltre, tenere anche una più moderata velocità di 80 km/h vuol dire farsi sorpassare di continuo dai camion. Chiunque sia mai stato in autostrada sa bene quanto questa situazione sia pericolosa. In pratica, in autostrada siete obbligati a tenere una velocità sostenuta, aumentando i consumi e limitando l’autonomia dell’auto elettrica. Va aggiunto che in molti paesi europei l’autostrada è una scelta obbligata negli spostamenti extraurbani. Per quanto riguarda la guida cittadina le cose non vanno meglio. E’ vero che la velocità è generalmente ridotta, ma è anche vero che frenate e accelerazioni costano energia – e molto, nonostante il parziale recupero col sistema Start-Stop – e sono molto più frequenti che non in autostrada (semafori, pedoni, ingorghi, eccetera). Insomma, anche in città ben difficilmente l’autonomia supera i soliti 120 o 130 km.

La grande differenza della batteria rispetto alla benzina sta nella densità di energia accumulabile e quindi nell’autonomia garantita al veicolo. Numeri alla mano, le moderne batterie agli ioni di litio hanno una capacità di circa 140 Wh/kg, mentre la densità di energia della benzina è di 12000 Wh/kg, 80 volte maggiore. Questo è da sempre l’enorme vantaggio della benzina sull’elettricità, e il motivo per cui la mobilità si è sviluppata attorno alla prima: perchè la benzina contiene molta più energia e, conseguentemente ma non solo, è più pratica da trasportare.

Intendiamoci, è possibile che domani le cose cambino. Togliendo tutti i camion dalle autostrade e abbassando i limiti di velocità le cose potrebbero volgere a favore dell’auto elettrica. O la scoperta di una nuova batteria con capacità due o tre volte maggiore degli ioni di litio (e costo possibilmente al di sotto della stratosfera). Purtroppo oggi nessuna di queste è in vista nel breve periodo. Il che sottolinea, ce ne fosse bisogno, l’importanza di continuare con la ricerca.

Peso e materiali

Maggiore il peso dell’auto maggiori i consumi e, dunque, minore l’autonomia. Probabilmente lo sapete tutti. Questo avviene perchè il peso dell’auto grava sugli pneumatici che, quando si deformano, dissipano energia sotto forma di calore. La Nissan Leaf pesa circa 1500 chili, di cui quasi 200 di batterie. Raddoppiando la batterie si raddoppiano anche le perdite, oltre a raddoppiarne il prezzo per l’utente (e son altri 18mila dollari). La maggior parte del peso deriva dall’acciaio di cui è costituita la carrozzeria. Chi pensa che sia lusso e ostentazione si sbaglia. Il peso della carrozzeria deriva principalmente dagli standard di sicurezza, per evitare di passare a miglior vita al primo incidente.

Per ridurre il peso dell’auto è possibile usare materiali avanzati quali – in ordine crescente di costo e decrescente di peso – acciai ad alta resistenza, leghe di alluminio e plastica riforzata con fibra di carbonio (CFRP). L’acciaio ad alta resistenza è già usato nelle auto di segmento medio alto, l’alluminio è usato per le parti strutturali degli aerei e le CFRP nelle auto di Formula Uno.

La Tesla Roadster è probabilmente l’auto elettrica più avanzata esistente. Aerodinamica sportiva, dimensioni ridotte (è una due posti), costruita in alluminio e CFRP, monta una batteria da 53 kWh, più del doppio della Leaf. Nonostante la batteria pesi 400 kg, grazie all’impiego dei materiali avanzati la Roadster pesa solamente 1200 kg ed ha un’autonomia di oltre 400 Km. Tutto perfetto, se non fosse il prezzo: 100mila dollari. Oltre alla batteria, purtroppo anche i materiali avanzati costano un sacco.

La sfida del peso dunque si gioca non solo sul fronte delle batterie, ma anche sui materiali avanzati. La strategia intrapresa da alcune case automotibilistiche (tra cui BMW e Audi) mira a introdurre i materiali avanzati nel mercato di massa, riducendone il costo tramite nuovi sistemi produttivi. Purtroppo la possibilità che un’auto costruita con alluminio e CFRP riesca a costare come un’auto convenzionale è ancora remota. Perfino BMW, che ha cominciato a produrre da sola la fibra di carbonio per la sua serie-i elettrica, prevede una produzione massima di 50mila unità all’anno. Il che corrisponde ad abbassare i prezzi della CFRP a “solo” due volte quelli dell’alluminio, che a sua volta costa tre volte più dell’acciaio. Detto altrimenti, ben difficilmente queste auto verranno poste in vendita a meno di 30mila euro. E’ dunque probabile che, per almeno un decennio, i costruttori d’auto continuino ad usare acciaio per la carrozzeria delle auto, possibilmente ad alta resistenza, più pesante di alluminio e fibra di carbonio ma più economico. Confrontando le 50mila unità previste per la serie-i con il milione e mezzo di vetture che BMW vende ogni anno si ottiene una buona stima della diffusione dell’auto elettrica e dei materiali avanzati secondo la casa tedesca: numeri alla mano, poco più del 3%.Tutto questo salvo effetti del picco del petrolio, ovviamente.

Ricarica

L’auto elettrica si ricarica di notte, quando i consumi sono bassi e l’elettricità costa meno. Quante volte avete sentito questa frase? Molte, è uno dei mantra dei sostenitori dell’elettrico. Vediamo i numeri.

In Italia circolano circa 35 milioni di auto. Se il 25 per cento fossero elettriche – la stima migliore per il 2020 – si consumerabbero circa 30 TWh di energia elettrica l’anno, che è meno di un decimo della produzione nazionale, per cui nessun problema. Guardando però alla potenza assorbita le cose cambiano. La Nissan Leaf monta una batteria da 24 kWh. Ricaricarla di notte significa assorbire una potenza di 3 kW per 8 ore dalla rete elettrica. Nove milioni di auto in ricarica – il 25 per cento del totale di cui sopra – assorbirebbero una potenza di 27 GW dalla rete. La potenza installata in Italia è di 106 GW, e il carico di notte è di solamente 25 GW (4), per cui ancora nessun problema. L’operazione di ricarica casalinga non è complessa, ma necessita di un box auto personale, cosa tutt’altro che scontata in città. Se non avete un box, vi serve una colonnina di ricarica o un sistema di ricarica rapida, con cui ricaricare la batteria in pochi minuti (come si fa oggi con la benzina). E qui arrivano i problemi.

L’Europa sta investendo molto nei sistemi di ricarica rapida. Gli standard moderni mirano a raggiungere prestazioni di ricarica dell’intera batteria in 15 minuti. Conseguentemente, la potenza assorbita dalla rete aumenta a 100 kW per auto. Se la metà di quel 25 per cento di auto elettriche effettua una ricarica veloce contemporaneamente – per esempio la mattina, prima di recarsi al lavoro – la potenza totale assorbita dalla rete elettrica durante quei 15 minuti di ricarica arriva a 450 GW. Il quadruplo dell’intera potenza nazionale installata, e black-out assicurato. Detto altrimenti, a meno di non installare appropriati sistemi di accumulo dell’energia, in grado di conservare l’energia necessaria ed erogarla al momento opportuno, un’infrastuttura di ricarica veloce per milioni di auto elettriche è destinata a scontrarsi con la realtà fisica della rete elettrica.

Ora le colonnine. Quante ne servono? Se ogni colonnina può ospitare quattro veicoli, per ricaricare la metà di quel 25 per cento di auto elettriche – l’altra metà, ottimisticamente, possiede un box auto privato – sono necessarie oltre 1 milione di colonnine. Per contro, in Italia ci sono 22mila distributori di benzina e sono più che sufficienti allo scopo. Questo fa ben capire quanto siano diverse le necessità dell’auto elettrica da quelle dell’auto convenzionale e quanto lontani dalla realtà siano gli annunci trionfanti per l’installazione di qualche decina di colonnine di ricarica per intere città o, peggio, intere provincie o regioni.

Tirando le somme

Quali sono le condizioni tecnologiche per una motorizzazione di massa basata sull’auto elettrica? Eravamo partiti da qui, e siamo arrivati a questo:

Il problema dell’auto elettrica è la batteria. Allo stato attuale della tecnologia, la batteria costa e pesa un sacco e consente un’autonomia ridotta. Investimenti sono dunque auspicabili nella ricerca di nuove batterie di più elevata capacità o di materiali avanzati dal costo contenuto. O tutti e due. Inoltre la presenza di una robusta infrastruttura di ricarica – centinaia di migliaia di colonnine, non decine – e sistemi d’accumulo dell’energia è condizione necessaria alla diffusione dei veicoli elettrici nel mercato di massa.

Che succede in caso di impennata incontrollata dei prezzi del petrolio per l’esaurimento delle risorse? Data la limitata autonomia, l’utilizzo dell’auto elettrica è principalmente ristretto all’agglomerato urbano. Se il petrolio dovesse esaurirsi prima del previsto, i governanti del mondo intero non avrebbero altra scelta che chiudere progressivamente ma fermamente le città ai mezzi a benzina/diesel, limitando l’uso dei carburanti fossili alle lunghe percorrenze extra-urbane.

Perché non farlo ora? Per due motivi semplici: primo perché l’industria dell’auto è una delle piú grandi del mondo e con le sue tasse si pagano tante cose (sanità, pensioni, assistenza, spese militari, eccetera). Secondo, perchè oggi un’alternativa elettrica di pari efficienza e capillarità delle infrastrutture alla mobilità a benzina semplicemente non è ancora pronta.

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

****

Note in Tabella:
[1] Resistenza dell’aria – area traversa della Leaf 2 m2, densità dell’aria 1.29 kg/m3, coefficiente di drag 0.4.
[2] stimato proporzionalmente alla Tesla Roadster, considerando peso del veicolo e caratteristiche degli pneumatici.
[3] stimato proporzionalmente alla Tesla Roadster, considerando le specifiche del motore.

Note a piè pagina:
(1) Dati UNRAE – www.unrae.it
(2) Al costo di 750 $/kWh.
(3) EPA LA4 test cycle – AutoblogGreen (2010).
(4) Dati GSE.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

13 Commenti

  1. Rudi

    Un’opzione a mio avviso vincente, sotto vari profili compreso quello ambientale, potrebbe essere un veicolo ibrido elettrico con anche un motore alimentato a metano. Non vedo aspetti negativi e mi chiedo perchè nessuna casa ne abbia programmato lo sviluppo (neppure chi già commercializza ibride elettriche-benzina).

  2. Francesco Cerisoli

    Bellissimo post Filippo! What about standardizzare le batterie e, invece che ricaricarle, sostituirle al distributore con una gia’carica? Questo magari in parallelo con chi si puo’comunque permettere la ricarica notturna nel box a casa, ma anche come soluzione per la scarsa autonomia. Certo ci vorrebbero almeno 3 batterie per ogni auto circolante, su per giu’…

  3. Due osservazioni.

    1) Una cosa che non capisco (o che mi sembra spagliata). Dici “Ora le colonnine. Quante ne servono? Se ogni colonnina può ospitare quattro veicoli, per ricaricare la metà di quel 25 per cento di auto elettriche – l’altra metà, ottimisticamente, possiede un box auto privato – sono necessarie oltre 1 milione di colonnine.”. A me sembra che servono 1 milione di colonnine al posto di 22.000 distributori solo se si assume che quelle auto debbano per forza essere caricate contemporaneamente. Secondo questo principio servirebbero 4 milioni di distributori di benzina per le auto a benzina circolanti. Non hai tenuto conto del fatto che nella giornata una colonnina può servire più auto, esattamente come ogni pompa di benzina serve più auto. Ovviamente è vero che il pieno di benzina richiede al massimo 3 minuti mentre quello di elettricità nella migliore delle ipotesi 15, e che un’auto elettrica va caricata più spesso (diciamo pure ogni giorno, per semplificare). Ma, tutto considerato, questa circostanza favorevole non farebbe aumentare il numero di colonnine in modo così drammatico. Ho fatto dei calcoli approssimativi, e secondo me per i tuoi nove milioni di veicoli elettrici basterebbero 130.000 colonnine.

    2) Anche a me sembra promettente e prudente una fase di transizione con auto ibride a trazione elettrica con motore a scoppio per la ricarica della batteria (tipo la Opel Ampera). Tuttavia sarei curioso di capire se quelli della Renault sono del tutto pazzi se è vero, come ho letto proprio sul tuo blog, che sposteranno tutta la produzione di auto convenzionali fuori dalla Francia, per concentrare le fabbriche francesi sul solo elettrico (e già pubblicizzano la loro auto solo elettrica acquistabile nel 2012). Perché gli argomenti a sfavore dell’auto elettrica che tu citi mi sembrano assai solidi e quindi mi chiedo se dietro una simile scelta non ci sia in realtà una decisione di delocalizzazione strisciante (piuttosto bizzarra per un’azienda pubblica, se non mi sbaglio…). Boh?

  4. circostanza SFAVOREVOLE, ovviamente, non “favorevole”

  5. @Corrado,
    con le colonnine ti servono 8 ore per caricare le auto, il che vuol dire che una colonnina serve al massimo tre auto al giorno. Saremmo per cui ad un minimo di 350mila colonnine. Non che conti abbia fatto tu. Il minimo pero’ equivale ad una perfetta equipartizione delle ricariche che, ovviamente, e’ il caso migliore. Come criterio devi premunirti contro il caso peggiore, cioe’ che quei 9 milioni di auto carichino tutti nelle stesse 8 ore. Per cui, una colonnina per 4 auto, e torniamo al milione di colonnine.
    Sulla strategia di Renault non so risponderti, dovrei capire chi so i committenti dei loro ordini per l’auto elettrica (se sono sponsorizzati dai governi, e’ un giorno a rischio basso).
    Sulla Ampera, sara’ una EREV ma se va a benzina consuma tanto quanto un’auto a benzina. Il vantaggio lo ottiene solo se parti a batteria piena, ricaricata sulle solite colonnine o sistemi di carica rapida. Siamo sempre la’: infrastruttura.

    @Francesco
    le batterie costano una pacca e la loro efficienza diminuisce nel tempo (gli elettrodi si rovina un TOT a ricarica). Ergo, nella sostituzione dovresti garantire che prendi una batteria buona quanto quella che lasci. Macchinoso e, viste le cifre in gioco – migliaia e migliaia di euro – abbastanza impraticabile, secondo me.

    @Rudi
    Hai ragione. Non sono informatissimo, ma le ultime news che ho captato mi parlava parlassero di problemi surriscaldamento ed efficienza del mini-generatore elettrico alimentato a gas di bordo.

  6. @Corrado
    aggiunta: le colonnine di ricarica normale puoi mettere a potenza maggiore, e ricaricare piu’ fretta (anche se non in frettissima come i 15 minuti della ricarica veloce). Il problema e’ che ricaricando ai normali 3 kW ti piglia 8 ore e 27 GW di potenza. Anche solo dimezzando le ore di ricarica (4) la potenza necessaria aumenta a 54 GW, meta’ dell’intero potenziale italiano. Di notte e’ ancora ok, Di giorno, quando il carico di picco della rete sta a circa 60 GW, sei fregato.

  7. @Filippo
    Si, avevo immaginato che il costo delle batterie fosse il problema centrale, nondimeno sarebbe possibile un sistema tipo quello dello statiegeld (qui la capiamo solo io e te, mi sa: e’ il meccanismo della restituzione dei vuoti a rendere in uso in Olanda). All’acquisto dell’auto si paga comunque il costo di una batteria, ma restituendo una batteria scarica si fa pari prendendoneuna carica (pagando solo l’energia accumulata). Mi dirai che un conto e’ una bottiglia di birra da 33cl, un conto una batteria da 18.000 euro. Se pero’ il sistema e’ chiuso (lo stesso formato per tutte le batterie, batterie singolarmente ed unicamente marcate con chip, ricarica possibile solo in distributore autorizzato, mercato nazionale delle batterie vincolato…) il discorso sulla proprieta’ e sul degrado delle batterie si ridimensiona… no? No eh?

  8. @Francesco,
    non ho capito. Perche’ mai il discorso sul degrado dovrebbe ridimensionarsi? Comunque Nissan garantisce che le sue batterie conservano ancora l’80% della carica dopo 10 anni. Il punto e’ cosa puoi farci con quella batteria e qual e’ il suo valore commerciale a quel punto. Se si potesse adibirla ad altri usi, ovvio che su quei 18mila euro ci rientri.

  9. Francesco Cerisoli

    Provo a spiegarmi con un po’ di pratica. Caveat: il sistema non si instaura da se’, necessita di una startegia a livello per lo meno nazionale se non continentale, pianificazione, controllo… Gia’ qui potremmo arrenderci visto come andiamo in Europa in primis, in Italia poi… Ma siamo qui a parlaren parliamone.
    Quando vai al supermercato, qui in Olanda e compri una cassetta (krat) di birra, paghi 12 euro, di cui 2,5 statiegeld, overo la cauzione sulla cassetta (di plastica) e le bottiglie (di vetro). Poi te le scoli tutte e che fai? Torni con la cassetta e le bottiglie vuote, NON IMPORTA in quale supermercato, basta che abbia la macchinetta apposita, metti la cassetta nell’apparecchio per la restituzione e ritiri un buono da 2,5 euro. Prendi una nuova cassetta di birra, vai alla cassa e invece di dare 12 euro, ne dai 9,5 + il buono. Se vai avanti cosi’ (oltre ad avere aumentato le tue chance di cirrosi epatica) avrai speso per il “vuoto” 2,5 euro solo la prima volta, poi avrai sempre e solo pagato la birra.
    Adesso sotituiamo “birra” con “energia elettrica”, “cassetta+bottiglie” con “batteria”, “supermercato” con “distributore di energia”. Prevedo subito due obiezioni
    a) il costo della cassetta+bottiglie rispetto al prodotto completo (cassetta+bottiglie+birra) e’ 2,5/12,5, mentre la batteria ha un valore immensamente piu’grande dell’energia che contiene, ed e’ anche il pezzo piu’ costoso dell’intera macchina. E poi, insomma, son 18.000 euro, mica 2,5. Vero: ínfatti per mettere in piedi un sistema del genere serve una pianificazione e un controllo molto capillare. Le batterie devono essere tracciabili, monitorate, standard il mercato deve essere “diretto”, il sistema dei distributori, dei riparatori, dei venditori sottoposto ad un rigido controllo. Ma, mi chiedo, la benzina stessa non va forse soggetta lle stesse leggi? Posso io fabbricarmela in cantina e venderla a taniche sul marciapiede davnti casa?
    b) Cassetta e bottiglie non valgono davvero 2,5 euro, ma molto meno. Se le spacchi, e’ per te una perdita gestibile, e per il sistema praticamente nulla. I 2,5 euro sono una tassa di scopo per ridurre i rifiuti, tutto qui. La batteria invece 18.000 euro li vale davvero. Chi paga l’usura della batteria? Beh, non saprei dare una soluzione hic et nunc. Certo un bene da 18.000 euro va assicurato, mi pare logico. E l’usura si dovrebbe poter compensare con l’immissione di nuove batterie, magari non solo quelle immesse con le auto nuove ma anche, che so, finanziate con una imposta sui carburant che inquinano, o con una imposta sull’enegia elettrica…
    Certo il sistema deve essere anche, alla fine, “chiuso”. In Olanda lo statiegeld sulle bottiglie di birra viene spesso piratato da quelli che comprano la birra in paesi, dove la tassa e la restituzione non ci sono, e poi vanno a restituire le bottiglie nei supermercati olandesi. Per bottiglia, 0,10 euro, quindi un guadagno irrisorio per farne un vero business. Ma per 18.000 euro… Quindi dovremmo estendere il sistema a tutta Europa, per lo meno. E poi controllare che le batterie non vengano falsificate, rubate, insomma scraggiare il mercato nero.
    Troppo difficile?

  10. Lorenzo

    Ma che fine hanno fatto le batterie Toshiba, che erano già pronte per la produzione, con tanto di brandizzazione che promettevano di ricaricarsi dell’80% nei primi 3 minuti di ricarica??
    Sono sperite nel nulla???
    Può darsi invece che i Signori del petrolio si siano comprati il silenzio di Toshiba??

    Non dimentichiamoci di quello che abbiamo vuisto, non era un esperimento, ma ripeto erano batterie già pronte per la commercializzazione, che avrebbero risolto il più graosso dei problemi, la ricarica.
    In tre minuti sarebbe stato come fare benzina al distributore o poco più!!!

    Petrolieri dove avete messo il progetto?? Ah è andato perso…ah ah ah

  11. Rudi

    @ Filippo
    ..io molto più prosaicamente mi riferivo ad un auto con motori elettrici affiancati ad un motore tradizionale alimentato a metano. (non quindi un veicolo elettrico con incorporato un generatore a gas).
    Quindi un’ibrida “tradizionale” dove al posto della benzina si usi il metano (che nelle ultime stime è dato vincente sul medio/lungo periodo anche in termini di riserve). Inoltre si configurerebbe un veicolo complessivamente a basso impatto ambientale ed immediatamente idoneo ad essere commercializzato poiché compatibile con le infrastrutture esistenti.
    cosa ne pensi?

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