di Emanuela Marchiafava.
Sono tornata da “Città della cultura 2011” la conferenza nazionale degli assessori alla cultura e al turismo (tenutasi il 22 e 23 settembre a Roma) con una domanda in testa: ci siamo mai concentrati sulla necessità di calcolare in Italia i costi dell’ignoranza, anziché quelli della cultura?
Gli enti locali sono ormai incapaci di provvedere in autonomia alla salvaguardia e alla conservazione del patrimonio storico, artistico e paesaggistico perché sono strozzati dal patto di stabilità e dai tagli ai trasferimenti. Dal bilancio totale di tutti i ministeri, infatti, il finanziamento a quello dei Beni e le Attività Culturali è sceso dallo 0,34% del 2005 alla soglia minima dello 0,2% nel 2011, pari a 1,5 miliardi di euro. Queste politiche di bilancio impoveriscono le città e i territori e asfissiano l’economia locale; l’attrattività turistica dei nostri centri urbani è determinata dal ricchissimo tessuto culturale diffuso, un tassello fondamentale per lo sviluppo di quella economia davvero reale che è l’economia culturale e turistica, una leva strategica e irrinunciabile per la crescita e la competitività, a cui è ormai tempo di riconoscere un posto centrale nella programmazione politica, dal momento che la produzione culturale non è mai neutra rispetto ai valori o ai disvalori di una società.
Perché la cultura, anche dentro questa crisi, è una risorsa della nostra economia che occupa 1,5 milioni di persone e vale 68 miliardi di euro, il 4,9% del PIL (dati Fondazione Symbola e Unioncamere). Nel triennio 2007–2010 il settore cultura è cresciuto del 3%, cioè 10 volte l’economia nazionale nel suo complesso (+ 0,3%) tant’è che la spesa culturale delle famiglie italiane nel 2010 è cresciuta del 4,9% (65,5 miliardi di euro) e che per il turismo delle città d’arte si assiste a una ripresa degli arrivi dei turisti esteri che quest’estate hanno visitato in percentuale inedita le nostre città d’arte (ma solo quelle che presentavano un’offerta variegata e ricca di eventi, mostre e concerti). I turisti culturali spendono in media 109 euro al giorno, contro i 68 dei turisti balneari; ma anche questi ultimi non si “accontentano” più solo dello svago e del riposo, visto che ormai inseriscono in media due escursioni culturali in una settimana di vacanza.
Gli enti locali, senza più risorse pubbliche sufficienti, sono ormai consapevoli dell’assoluta necessità di reperire risorse altrove, ricorrendo ai finanziamenti europei, partecipando ai bandi delle fondazioni bancarie, ma soprattutto aggregando sul territorio i fattori di sviluppo privati e pubblici in grado di tenere insieme le ragioni del risanamento con la crescita e di recuperare in orizzontale ciò che dal vertice statale e governativo non arriva più. Trovare nuovi percorsi di collaborazione, però, non è uno scherzo: la pubblica amministrazione ha sempre considerato i soggetti privati come “benefattori” da cui ricevere “oboli” senza voler condividere con loro gli obiettivi, come fossero dei bancomat. L’efficienza è un dovere morale per la pubblica amministrazione che a volte spende non solo poco, ma anche male; spesso non c’è il minimo ragionamento sulla congruità delle proposte presentate al privato per il finanziamento, non si danno obiettivi di target pubblico, né criteri di budget e di economicità, ma si guarda solo agli aspetti culturali alti, senza nessuna riflessione adeguata sulla programmazione e gli obiettivi di lungo periodo. Questa scarsissima capacità di interagire con i soggetti privati mostra i segni del tempo: nell’ultimo anno i contributi dal settore privato sono calati del 30%.
In questi anni, la crisi ha cambiato i modelli produttivi e modificato il ruolo dell’impresa, che al contempo però è diventata sempre più protagonista nella diffusione di messaggi e valori di civiltà e ha acquisito maggiori responsabilità nei confronti dei lavoratori e delle comunità.
Questi due fattori, il ruolo dell’impresa e il rapporto pubblico-privato, stanno provocando una crisi rifondativa della relazione pubblico-privato intercorsa in Italia negli ultimi venti anni.
Innanzi tutto, il contributo del privato al settore culturale non può più essere relegato alla logica della pura sponsorizzazione ma bisogna ragionare in termini di vera e propria partnership, con cui si condividono non solo le risorse ma anche i progetti per l’offerta culturale e turistica tesi alla realizzazione di interessi ed esigenze reciproche.
La prima criticità da eliminare è quella di dare visibilità all’impresa: spesso il pubblico considera il logo del privato come un impiccio da nascondere, negli eventi pubblici non dà la parola al partner privato quasi ci si vergognasse di averne bisogno e infatti anche i media per primi non li citano nei loro articoli. Non è difficile quindi immaginare quanto tutto ciò si traduca in una scarsa valorizzazione della partecipazione del privato che infatti, in mancanza di condizioni favorevoli, si ritrae. Le aziende che scelgono d’investire nella cultura oggi la considerano invece uno strumento strategico e continuativo, perché la cultura ha un effetto a rilascio lento, è un canale di comunicazione che trasmette e rafforza l’identità dell’impresa, un acceleratore di notorietà con cui potenziare i valori simbolici: in una battuta, all’azienda serve la cultura per darsi un’identità qualificata. Per ottenere però questo tipo di partecipazione, occorre coinvolgere i soggetti privati proponendo loro la costruzione di progettualità che sappiano valorizzare i giacimenti culturali presenti sul territorio, proporre loro d’intervenire su obiettivi comuni, ragionando sui possibili ruoli che possono ricoprire nella collaborazione; occorre instaurare un rapporto ben definito in termini di dare e avere garantendo un percorso di collaborazione di almeno due tre anni, non episodico, e una visibilità nel programma dell’ente culturale.
Nella cultura, come negli altri settori, gli investimenti che coinvolgono le partnership pubblico-privato devono essere più efficaci e stabili, attraverso meccanismi di definizione di standard di funzionamento misurabili e certificabili ed avere un disegno di lungo respiro che possa dare certezza nella programmazione, anche finanziaria, perché nulla come la mancanza di impegni certi scoraggia il privato. Tre sono allora gli argomenti necessari per convincere i privati: il pareggio di bilancio, l’utilizzo delle risorse che mettono a disposizione per le attività e non per la gestione del progetto, la possibilità di agire sulla programmazione facendo innovazione e agendo in modo interculturale. Bisogna garantire loro visibilità, continuità, strategia, condivisione e proattività, così come proporre loro l’utilizzo congiunto dei marchi e di azioni di co-marketing. E, last but not least, bisogna misurare e valutare i risultati prodotti dalla partnership perché le aziende hanno la necessità di dimostrare l’efficacia degli investimenti ai loro stakeholder: un partner privato soddisfatto rappresenta una concreta opportunità di ‘riacquisto’.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti








Tu dici: “Gli enti locali, senza più risorse pubbliche sufficienti, sono ormai consapevoli dell’assoluta necessità di reperire risorse altrove”.
Io aggiungo: non basta neanche questo. Molti Comuni virtuosi hanno la “cassa” piena, ovvero disponibilità finanziarie sufficienti per promuovere iniziative, eventi, “fare” oltre che “distribuire” cultura. Ma le norme degli ultimi due anni delle Leggi Finanziarie hanno chiuso anche questo spiraglio. L’ultima sentenza della Corte dei Conti del 21 settembre, sezioni riunite, vieta in modo definitivo agli enti locali di fare “promozione” e “pubblicità” di qualsiasi evento o manifestazione, comprese mostre e concerti: non bisogna superare il 20% della spesa del 2009, il che evidentemente impedisce ogni iniziativa. Come si può pensare di spendere solo un quinto di una spesa che già di per se è stata sempre ridotta!
Non basta, quindi, magari, trovare otto o nove sponsor che ti finanziano un magazine che pubblica tutti gli eventi della tua città e che coprono quasi il 70% dei costi, perchè la tua pubblicazione deve essere a costo zero. E poco importa se ci sono voluti quasi due anni per mettere insieme 150 associazioni che ti segnalano le loro iniziative creando quella rete che davvero crea un Sistema culturale polivalente perchè dà visibilità e dignità a tutti, dal capannone dove si sperimenta improvvisazione teatrale al grande Teatro di tradizione. Sarebbe bello allora poter garantire continuità allo sponsor che vuole sostenerti nel tuo progetto, dare un respiro strategico e di progettualità più ampia ai percorsi culturali anche innovativi, ma c’è qualcuno in grado di poter assicurare che questo impegno l’ente locale potrebbe mantenerlo? Quale grado di autonomia reale oggi riesce a governare il sistema pubblico locale per essere, esso, un partner serio ed affidabile? Nonostante tutto, non bisogna arrendersi, e cercare ogni via, ogni forzatura che ci permetta di sconfiggere la cultura dell’ignoranza.
Sono d’accordo e la situazione, sappiamo, è allarmante.
Ci serve soprattutto più collaborazione e solidarietà nel campo della cultura, dobbiamo uscire dal comportamento: si salvi chi può.
Trovo profondamente ottimistico il dato di 1,5 milioni lavoratori in cultura, rispetto ad un paese di 70 milioni di abitanti. Di quale lavoro parliamo poi? Del precariato, del cottimo, degli stagisti? Se usciamo dalla retorica trionfalistica, di coloro che se la suonano e se la cantano, ne emerge una realta’ tutt’altro che felice, connessa al lavoro nel settore culturale. Sarebbe utile sapere, comunque, sulla base di quali dati statistici verificabili e certi, abbiano ricavato questi dati sul lavoro in cultura.