Beati i popoli che non hanno bisogno delle quote rosa

di Manuela Sammarco.

Helle Thorning-Schmidt

Foto: sf.dk

Di questi tempi la Danimarca sembra più lontana che mai. Il centrosinistra torna a vincere nettamente dopo 10 anni con una coalizione guidata da Helle Thorning-Schmidt, 44 anni, segretaria del partito socialdemocratico nazionale e dunque candidata premier con buona pace di tutti. È la prima donna presidente del consiglio della storia danese. Il suo governo ha un’età media di 43 anni. Il componente più anziano ha 57 anni, quello più giovane 26. In Italia sarebbe più naturale un governo in cui il componente più giovane abbia 57 anni e quello più vecchio un ufficio stampa di 26. E invece in Danimarca il 26enne Thor Möger Pedersen detiene il ministero per il Fisco, mica quello delle Politiche giovanili o dell’Istruzione. La Sanità tocca a una donna, è vero, ma parliamo di una ragazza di 28 anni. Si chiama Astrid Krag ed è  in Parlamento dal 2007 (come non pensare a certe proposte sull’abbassamento dell’età per l’elettorato passivo alla Camera?).

Un governo young, quello di Thorning-Schmidt, soprattutto pink. Ma le quote rosa non c’entrano, dato che da quelle parti non sono le responsabili del protagonismo femminile in politica. Semplicemente non servono. Le danesi votano dal 1915 e il loro coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica è cresciuto gradualmente in modo fisiologico, cioè nessun intervento correttivo per il riequilibrio di genere è stato approntato dallo Stato. La disciplina dei partiti a riguardo è stata inclusiva in un crescendo che culmina con Helle. Dunque, una questione di mentalità più che di azione positiva da parte di una legislazione ad hoc.

Nello stivale? Le italiane hanno cominciato a votare 30 anni dopo le danesi, accumulando un ritardo nella loro affermazione in politica mai colmato da alcun provvedimento pubblico o privato e oggi evidente nelle percentuali che riguardano il Parlamento: solo 134 donne su 630 alla Camera, 59 su 322 al Senato. Secondo women in Parliament, il nostro paese occupa il 51esimo posto nella graduatoria dei paesi in base alla presenza femminile nelle Camere. Pari merito con la Cina e dietro gli Emirati Arabi. Di poco sotto la media mondiale (19%), molto sotto la media dei paesi nordici. Non abbiamo mai avuto un primo ministro donna, ma questo può capitare: si guardino gli Usa. Non abbiamo una legge elettorale che attacchi questa patologia tutta italiana per il parlamento nazionale, ma ce l’abbiamo per quello europeo, perché subiamo il pressing comunitario in materia. Il nostro caso, sia per quanto stabilito dalla Costituzione in materia di vita interna di partiti, sia per motivi culturali, avrebbe potuto seguire la via danese, cioè quella in cui il riequilibrio di genere è affidato ai soggetti privati (partiti), non a quelli pubblici (Stato). Ma la verità è che i partiti o hanno deliberatamente scelto di non farlo anche quando avrebbero potuto, per esempio da quando è in vigore dall’attuale legge elettorale a liste bloccate. Esiste, onore al vero, qualche eccezione: il Pd, per esempio, che prevede l’alternanza di genere nelle liste per le elezioni primarie e altre norme interne per la composizione delle assemblee locali, norme però a volte ignorate o applicate parzialmente (per es. allargando i numeri di un’assemblea per consentire le presenze femminili previste da statuto). Serve allora, purtroppo, un intervento pubblico, quote rosa, per intendersi, o meccanismi premiali per le liste elettorali equilibrate in base al genere. Dico purtroppo perché penso beato il paese che non ha bisogno di un simile provvedimento, che non ha bisogno di incentivi provenienti dagli altri Stati per migliorare, in cui la politica ascolta e comprende la società e i suoi cambiamenti, in cui le donne possono contare sui servizi preziosi di un welfare funzionante e su un lavoro ben retribuito e non solo su leggi in loro favore. Penso beate quelle signore o signorine che se vanno avanti in politica non saranno assillate per anni dal dubbio che ciò sia avvenuto solo a causa di norme stabilite da un legislatore preoccupato di non far brutta figura in Europa. Insomma penso beate le danesi.

Povere invece le italiane. Nel Belpaese, mio malgrado, sembrano ancora necessarie le quote rosa per normalizzare una situazione patologica. Non quote rosa per sempre, però, ma solo fino a quando servono. Le quote non sono un fine ma uno strumento. Un po’ come la televisione e le primarie: la loro bontà dipende dall’intelligenza nel loro impiego. I costituzionalisti parlano da tempo di norme provvisorie da applicare in via transitoria, ad esempio intervenendo sulla legge elettorale (una volta che ne avremo scelta una in via semidefinitiva). A seconda dei diversi sistemi di voto, si possono apportare correttivi e/o incentivi per indurre i partiti a fare quello che da soli non fanno. Ad esempio prevedendo rimborsi elettorali premiali per le liste più rosa (come avviene in Francia) o, più drasticamente, introducendo l’inammissibilità per liste non equilibrate in base al genere.

Intendiamoci: tutto questo avrebbe senso in un sistema di selezione meritocratico, perché il merito per fortuna non ha sesso.  Helle Thorning-Schmidt e la sua squadra non hanno vinto le elezioni perché sono giovani e belli ma perché la loro ricetta per sconfiggere la crisi ha convinto l’elettorato più di quella proposta dalla destra. Con argomenti simili si dovrebbe vincere in politica. E ci piace pensare che Thorning-Schmidt e Krag siano state elette perché sono brave e non perché sono donne. Ecco, forse da soli quote  e meccanismi premiali per il riequilibrio di genere non bastano: servono anche agenzie di formazione per tenere alta la qualità dell’offerta politica femminile una volta intervenuti sulla quantità. Insomma la sfida italiana non dovrebbe essere solo selezionare più donne, ma più Helle, cioè più donne valide.

Chissà quanto ancora saremo costrette a invidiare le danesi.

 

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

2 Commenti

  1. Ottavio Rizzo

    E ci risiamo: «in cui le donne possono contare sui servizi preziosi di un welfare funzionante». Non sono le donne ad averne bisogno, sono i genitori (parlando di bambini piccoli) o i cittadini (parlando in generale).

    Da quarantenne che si è sempre occupato (tanto) dei propri figli, e che ha potuto iniziare a fare politica solo quando questi sono stati abbastanza grandi da lasciar tranquilla, una volta messi a letto, la loro mamma che si alza alle sei meno qualcosa; penso che il vero problema sia che fare politica è difficile per chi ha figli piccoli, prima ancora che per le donne. Le conseguenze di genere derivano dal fatto che, in questo paese più che altrove, la cura dei figli venga troppo spesso considerata un’incombenza delle sole madri.

    Se non affrontiamo il problema dalla sua radice, le quote rosa si risolvono in assemblee in cui la metà dei componenti è donna, ma in cui la partecipazione è sempre all’80-90% maschile. Oppure nel mandare avanti solo donne senza famiglia o che possono permettersi di pagare 50€ di baby-sitter per ogni riunione.

    Rimane certo il problema di *come* affrontare la questione, anche se a volte basta poco: dal fare il più possibile via posta elettronica, all’essere flessibili sui luoghi di riunione, all’organizzare eventi politici in cui sia possibile portarsi dietro i figli.

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