WSJ: il balletto sulla manovra economica mina l’eurozona

di Tommaso Caldarelli.

foto: Thomas Hawk

L a manovra economica pensata dal governo di Silvio Berlusconi è ormai una conclamata barzelletta. Nel senso, letterale, che il mondo ci ride dietro: l’ultimo a parlare, in ordine di tempo, è il Wall Street Journal. Il quotidiano di informazione finanziaria più autorevole del mondo dice chiaramente che il nostro paese ormai avrebbe bisogno di una “vacanza dalla politica” vista la quantità di ciarpame che la nostra classe governante partorisce giornalmente. Un attacco memorabile: “In passato, le buffonate di Silvio Berlusconi hanno danneggiato l’Italia; oggi, potrebbero danneggiare l’intera euro-zona. Le ripetute revisioni da parte del Primo Ministro sul pacchetto fiscale da 45 milioni di euro necessario per tappare il buco di bilancio rischiano di evidenziare ulteriormente le perenni debolezze dell’Italia: la politica e la crescita”. In effetti, il balletto non è dei più memorabili: aumento dell’Iva sì, aumento dell’Iva no; lotta all’evasione sì e poi no, così anche la riforma delle pensioni, con l’abolizione del riscatto pensionistico che avrebbe reso l’intera manovra incostituzionale per violazione del principio del legittimo affidamento del cittadino sulla Pubblica Amministrazione – lucidamente spiegato oggi da Michele Ainis sul Corriere della Sera. E, fra le tante, la riforma costituzionale che avrebbe, d’un colpo, abolito tutte le provincie e dimezzato il numero dei parlamentari.

Concentriamoci su quest’ultimo punto. Quello che mi preme dire è che, semplicemente, una buona riforma costituzionale non si fa in questo modo. Chiunque si sia lamentato, in tempi passati, dei famosi tagli orizzontali di Giulio Tremonti ai comparti del bilancio pubblico (-50% di qua, -50% di la) dovrebbe sollevarsi anche contro riforme di questo genere. Chi ha deciso, infatti, che la metà dei parlamentari sono effettivamente più funzionali a mandare avanti questo paese rispetto al numero attuale? Nessuno. Sarebbe, così formulata, una riforma demagogica e populista. “Dimezziamo i parlamentari perché costano troppo”, ecco l’unica motivazione di una riforma del genere: ed è un discorso che appare del tutto inadeguato. Il parlamentare è un rappresentante del popolo, di una certa frazione di popolo diviso in collegi. Chi ha detto, innanzitutto, che ridurre i rappresentanti del popolo della metà sia, alla fine della fiera, meno costoso, visto che poi ogni singolo parlamentare dovrà rappresentare il doppio dei cittadini? Il punto non è arrivare in Parlamento con la sega e tirare via una certa percentuale di seggi: il punto è garantire il principio di rappresentanza democratico in maniera funzionante e funzionale, a costi sostenibili. I costi dell’attuale sistema politico non sono sostenibile? Perfetto: ci sono un miliardo di benefit da tagliare via, stipendi da abbassare, guarentigie da abolire. Oppure – beninteso – si può anche ridurre il numero dei parlamentari: ma non perché “costano troppo”, piuttosto perché questo numero non funziona per altre ragioni. La rappresentanza è il cuore della nostra democrazia, che è al cuore del nostro vivere: se il nostro cuore “consumasse troppo”, accetteremmo di farcene tagliare via metà?

Nessuna difesa ad oltranza: riprendo, riassumo e sintetizzo. Niente contro la riduzione del numero dei parlamentari; moltissimo contro il pressappochismo e la demagogia. Si facciano le riforme appropriate, non le riforme che fanno un po’ di casino sui giornali e poi, tanto, guarda caso, non si fanno mai. Perché non c’è la volontà politica di farle? Forse: probabilmente, perché non c’è la stringente necessità di passare da 630 a 315 deputati. Rilancio: data la nostra popolazione, quale è il numero ottimale, tutto considerato (anche i costi) di rappresentanti del popolo? Si risponda a questa domanda e si posi la sega.  Discorso assolutamente analogo vale per le province. Orde di riformatori all’assalto, gridando “aboliamole tutte” è un’immagine che personalmente vorrei non vedere. Lo ha spiegato lucidamente Valerio Onida in un colloquio che ho avuto la fortuna di avere con lui. Secondo l’illustre docente “nessun ordinamento autonomistico p[uò] fare a meno di un ente intermedio fra i comuni, che sono piccole autonomie con una loro storia, e le regioni, soprattutto se sono, come in Italia, regioni molto grandi”.

Personalmente sono convinto che l’Italia possa sopravvivere anche senza province. Però, chi le vuole silurare tutte ci dovrebbe dire prima di tutto dove vanno a finire tutte le competenze che nel corso degli anni l’ordinamento ha assegnato all’ente provinciale.

1. Spettano alla provincia le funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste zone intercomunali o l’intero territorio provinciale nei seguenti settori:
a) difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamita’;
b) tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;
c) valorizzazione dei beni culturali;
d) viabilita’ e trasporti;
e) protezione della flora e della fauna parchi e riserve naturali;
f) caccia e pesca nelle acque interne;
g) organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento, disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore;
h) servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
i) compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione professionale, compresa l’edilizia scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
l) raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali.

Così il Testo Unico degli Enti locali, tanto per dire che per essere un paese che non vuole le province, le abbiamo imbottite di cose da fare, e dunque di personale, funzionari e tecnici. Domani arriva qualcuno e spegne tutto: e queste cose, che fine fanno? E il personale che le realizza, poi? Le risposte possono essere tante: per strada, assorbiti dalla regione, dallo Stato, esternalizzate ai privati; alcune vanno bene, altre no, poi discutiamo. Ma ennesima prova del pressappochismo di questo governo – che però in questa fase tocca corde molto gradite a molta opinione pubblica – è la totale assenza di una presa di posizione in questo senso. Se queste competenze sono fungibili, e quindi trasferibili altrove, va benissimo: però diteci dove, come e in che modo. Tacendo sul fatto che esiste un ente locale previsto dal Testo Unico, ovvero l’Area metropolitana, che risolverebbe moltissime delle problematiche connesse alle province e che però non è stato mai attuato. E’ naturale che nelle zone con grandi città la provincia sia un ente meno sentito: i comuni limitrofi a Roma potranno essere assorbiti nell’area metropolitana o trasferiti ad altre province, stessa cosa per Napoli, Bologna, Firenze, Milano. Ma abolire la provincia di Biella, o di Pesaro, o di Parma, di Potenza, lasciando solo la Basilicata, il Piemonte, le Marche da una parte; il comune dall’altra, potrebbe non essere una buona idea. Perché il cittadino per i piccoli servizi si rivolge sotto casa, ma con lo scorporo delle provincie saranno assegnati al comune anche servizi più grandi di quanto esso possa gestire; e per i grandi servizi deve montare in auto e arrivare a Torino, mettendosi in fila insieme a tutti gli altri. Uno Stato senza provincie rischia di essere uno stato in cui i comuni sono sovraccarichi di lavoro e le regioni diventano dei piccoli stati (e devono comprare uffici più grandi, organizzare strutture ricettive, aprire nuovi sportelli, assumere nuovi dipendenti). Ancora una volta, non c’è nulla contro l’abolizione delle province in sé; c’è moltissimo contro il cazzeggio istituzionale. Che vuol dire “aboliamo tutte le province”? Nulla. Ci spiegate, piuttosto, come far funzionare meglio lo stato, se questo numero di province va bene o vanno abolite alcune o tutte, o magari aperte di nuove – ma quanto verrebbe a costare, però; se questo assetto di competenze va bene per i nostri enti locali o se va modificato. E questo perché gli enti locali servono al cittadino, non alla politica: e il cittadino ha diritto ad uno Stato funzionante, il che magari passa per oltre mille parlamentari e per il mantenimento in vita delle province. Oppure magari no: ciò che non voglio accettare è che anni di incapacità della classe politica e mesi di anti-politica a tamburo abbiano convinto il cittadino italiano a spararsi sui piedi privandosi di enti utili al mantenimento della qualità della sua vita.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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