di Simona Milio.
Lo Stato, o meglio il Welfare State nella società postindustriale si trova ad affrontare delle sfide che nascono da nuovi bisogni e delle contraddizioni che emergono dalla carenza di soldi pubblici.
Il nome “welfare state” (stato del benessere) indica un tipo di Stato che si fa carico del benessere dei suoi cittadini, che cioè persegue l’obiettivo di garantire a tutti degli standard minimi di vita – vale a dire dei livelli minimi di reddito, di alimentazione, di salute, di abitazione e di educazione -, nonché di tutelare, legalmente ed economicamente, i momenti critici della vita umana: l’infanzia, la maternità, la vecchiaia.
In Italia, a partire dal primo governo di centro-sinistra (1962-1963) si assiste a una forte crescita di leggi, istituzioni e politiche che configurano un vero e proprio Stato sociale.
Negli ultimi decenni si è assistito ad una crescente crisi dello Stato sociale. Questa è prima di tutto una crisi finanziaria: lo Stato non è più in grado di reperire le risorse necessarie per garantire l’alto livello di prestazioni sociali raggiunto. Ma è anche una crisi che è alimentata dal mutarsi delle condizioni economiche, sociali e culturali.
Infatti, il problema non è se preservare o smantellare radicalmente il welfare state. La sfida è piuttosto adattare la protezione sociale alle condizioni economiche e sciali attuali che sono profondamente cambiate.
La società post industriale è caratterizzata da: (i) la transizione ad un economia di servizi che richiede qualifiche più elevate; (ii) alto tasso di disoccupazione temporanea o di lungo periodo; (iii) Mercato del lavoro più flessibile; (iv) La diffusione di occupazione atipica e femminile; (v) Instabilità familiare.
A complicare il quadro si aggiunge: (i) una lentissima crescita; (ii) aumento della disoccupazione; (iii) diminuzione delle nascite; (iv) Invecchiamento della popolazione. Questi sono tutti fattori che diminuiscono le entrate del welfare state e ne fanno aumentare i costi.
Questi fattori fanno emergere dei bisogni sociali che il welfare attuale non è in grado di coprire, tra cui: a) copertura sociale delle occupazione atipiche (part-time, occasionale, stagionale, a tempo determinato, indipendente, da casa, etc…); b) uguaglianza di genere negli schemi di assicurazione sociale; c) strutture per l’assistenza ai bambini; d) supporto alle famiglie mono-genitore; e) reddito minimo per le persone con biografie di lavoro discontinuo.
Il welfare a modello continentale come l’Italia presenta le caratteristiche peggiori per affrontare queste sfide:
- Contrariamente al welfare scandinavo, in cui una parte sostanziale della spesa sociale sono finanziati dalle tasse, i sistemi di assicurazione sociale continentale si affidano quasi esclusivamente sul finanziamento per mezzo contributi legati allo stipendio. In tempi di rallentamento della crescita economica e di disoccupazione crescente questo significa che ci sono meno persone per finanziare la crescente spesa;
- La cultura familistica, paternalistica e patriarcale che lo caratterizza alimenta una bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e bassa natalità aggiungendo alla pressione finanziaria;
- Regimi di assicurazione continentale erogano benefits sulla base di pagamenti proporzionali ai contributi, il che significa che le persone con dei periodi di contribuzione insufficiente (come atipico subordinato o lavoratori part-time, disoccupati, casalinghe o ragazze madri) sono a rischio di povertà;
- E’ basato prevalentemente su trasferimenti di reddito, piuttosto che su servizi
Questi nuovi rischi sociali sono meno rilevanti nei paesi scandinavi in cui i sistemi di protezione sociale sono più universalistici e i benefits, nonché i tassi di partecipazione al mercato del lavoro, sono più egualitari.
Da questi Paesi però si possono trarre delle interessanti proposte che rispondono ai bisogni della società attuale e che superano le rigidezze del sistema italiano. Per esempio:
a) Investire in una crescente differenziazione degli strumenti di protezione del reddito degli anziani e in politiche diverse che si concentrano su diversi tipologie di redditi e di gruppi a rischio;
b) Una crescente enfasi sui fondi pensionistici privati o capitalizzati al fine di creare un sistema multilivello. Per esempio la Francia e la Germania hanno iniziato a integrare o sostituire una parte dei loro regimi di assicurazione di base con reddito minimo (finanziato da tasse) per i meno privilegiati e con nuove opportunità di capitalizzazione per il risparmio previdenziale per i più privilegiati. In questo modo i loro regimi pensionistici sono diventati più redistributivi nella parte bassa della distribuzione del reddito e sempre più bismarckiano (cioè basati sul reddito e non egualitarie) al limite superiore;
c) Maggiore uguaglianza di genere nella politica pensionistica. E’ necessario allontanarsi dal modello lavorativo incentrato sulla figura maschile al fine di ridurre la dipendenza degli esterni (soprattutto donne) sui diritti pensionistici degli interni.
d) Introduzione di strumenti che possono facilitare il raggiungimento delle classi a rischio. Un esempio al riguardo sono i benefits erogati a condizione che i disoccupato che ne usufruisce presti attività di volontariato nella comunità in cui vive.
In breve, i maggiori elementi di debolezza del welfare state italiano riguardano i costi troppo elevati, le carenza nella qualità ed efficienza dei servizi, il mutamento dei valori socialmente condivisi.
Il Welfare State italiano deve necessariamente adattarsi ai cambiamenti sociali, culturali ed economici degli ultimi decenni, deve rispecchiarli in un ammodernamento del contratto sociale, e per far ciò deve leggere e capire la nuova società.
Il nuovo contratto sociale non è solo un contratto tra stato e cittadini ma è anche e soprattutto un contratto tra cittadini di diverse classi sociali e diverse generazioni e da queste deve essere accettato e supportato.
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iMille.org – Direttore Raoul Minetti
iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Sono proprio contento di leggere un esame così chiaro e perfino didascalico dei problemi che deve affrontare lo stato sociale. Molto interessante il punto critico di fondo, secondo il quale uno stato sociale efficace deve essere fondamentalmente redistributivo (finanziato dalle tasse progressive almeno per la parte che assicura i più svantaggiati) e basato, dal lato delle erogazioni, più sui servizi e meno sui trasferimenti monetari.
Noto che il dibattito italiano sembra molto indietro su questi aspetti….