di Lorenzo Gasparrini.
Non sono un economista, o un politologo. Ho studiato e studio estetica: mi occupo di studiare il fatto che il sensibile sia un mezzo di conoscenza, e che il linguaggio possa determinare o influenzare il modo in cui disponiamo il nostro rapporto con tutti ciò che i nostri sensi ci dicono.
La parola che riecheggia di più in questo settembre 2011 italiano è “manovra”. L’etimologia è evidente, è il nome di operazione svolta con la mano; poi la parola è passata a indicare un insieme di movimenti ordinati diretti a un fine. Una bella parola che tiene insieme il linguaggio e il tatto. Applicare quest’ultima definizione alle attuali vicissitudini del governo – sia nella stesura della “sua” manovra che nel suo iter parlamentare – è più che un azzardo. Se il fine può essere anche chiaro, l’”insieme dei movimenti” finora è stato tutto meno che ordinato.
In questa estate la parola manovra ha circolato sui media, nelle teste e sulle bocche degli italiani immersi in un clima molto particolare, che ben sintetizza Michele Serra in una sua recente “Amaca” . E’ un’aria di disastro, questa settembrina, cominciata da un bel po’: forse da quando il nostro presidente del consiglio è arrivato ad ammettere che la crisi c’è; com’è nel suo stile, lo ha fatto dopo aver superato ridendo il confine della correttezza, quello della dignità, quello dell’evidenza logica, infine quello del ridicolo. Oppure da quando un’agenzia di rating ha “osato” togliere il massimo dei voti alla solvibilità dei titoli USA. La notizia, tra le tante reazioni, ha generato da noi un corposo inserto del Corriere della Sera dell’otto agosto scorso , nel quale il tono funereo con il quale si guaiva della fine dell’Occidente avrebbe acceso un moto d’invidia pure in Oswald Spengler. Serra cercava di spiegare la differenza tra una paura materializzabile, immaginabile, concretamente pensabile in termini di privazione e mancanza materiale, e un generale stato di ansia dovuto all’impossibilità di quantificare, direndere umanamente misurabile quella paura, quella perdita, quella crisi il cui nome riecheggia continuamente ma non si riesce a reificare. Un chiaro problema d’estetica: con quale parola identificare quello che sento ma che non si concretizza in niente. La letteratura lo risolverebbe, ma mi sa che contro certi problemi l’arte non serve. Mi duole dirlo, ma è così.
Il carosello di toni funebri, in questo settembre, si manifesta anche nei telegiornali. Si riempiono di notizie economiche e finanziarie, dando più spazio ai corrispondenti dalle borse, invitando l’ordinario d’università o il giornalista d’economia, mostrando grafici e dati veloci e simbolicamente spietati – verde contro rosso, su contro giù, più contro meno… – nell’illusione di essere utili o nella malafede di non poter essere compresi. Un esempio molto semplice è il caso delle borse valori.
Già nella fascia del primo mattino i telegiornali di tutte le emittenti nazionali (Sky Tg24 compreso) forniscono gli indici di almeno quattro borse continentali (Milano, Parigi, Londra, Francoforte) e tre ancora aperte o appena chiuse causa fuso orario (New York, Hong Kong, Tokyo). Sono indici comparabili? Sulla base di cosa? C’è solo da fare la somma algebrica dei più o dei meno, dato che stanno tutti nello stesso cartello? Perché dovrebbe interessarmi che “a Hong Kong da una settimana l’indice Hang Seng segna il rosso”? Che conseguenze ha che “Francoforte è in lieve controtendenza”? Domande alle quali nessuno risponderà. Mi rimarranno addosso i triangolini rossi, i picchi e le valli dei grafici, i cartelli plaudenti a un “+0,21%” o inquietanti per un “-0,09%”. Detto con le parole polemiche di un estetologo quale sono: cosa questi segni hanno da dirmi di più dei simboli dell’oroscopo? Sicuramente molto di più, ma nessuno me lo dice. Quindi ai miei occhi e alle mie orecchie arrivano solo i segni e i suoni emozionali di serenità o di tragedia, senza che essi possano mai trasformarsi in una rappresentazione quotidiana, in un impegno prossimo, in un’azione da intraprendere o in un appello da condividere. Tutto rimane in un limbo classificabile come inquietudine, eco, vaga atmosfera.
Il problema è che sulla base di queste impressioni molti posso essere spinti a predere decisioni. Non credo che sia eccessivo pretendere un’informazione che la smetta di cercare di alimentare un immaginario di psicosi inutili, paroloni ipocriti e toni emozionali per invece legare il significato degli avvenimenti economici alla più prosaica realtà dei cittadini. Io vedo e sento, dai giornali dalle televisioni, troppo spesso racconti oscuri e simbologie arcane di mondi lontanissimi nel tempo e nello spazio, nei quali forze titaniche e disumane pilotano i nostri destini contendendosi oscuri segni del potere. Grazie, ma non mi serve, ho gli scaffali pieni di letteratura fantasy e di mitologia greca.
Ripenso alle parole di Serra. Il mio granaio qual è? Fino alla fine dell’anno ho speso già tutto quello che guadagnerò. Il mutuo lentamente sale, la piscina per i due figli e l’assicurazione dell’auto e le spese natalizie hanno già ipotecato le tredicesime – mia e di mia moglie. Il resto in cibo e bollette e la stangata di due scuole che cominciano, e per fortuna che andiamo a lavorare io in bicicletta e lei in motorino così le notizie sul prezzo al barile non ci toccano affatto. Previsioni? Presto fatte: il prossimo anno comincerò un lavoro in nero – le mitiche “ripetizioni”, il continente sommerso dei laureati italiani in materie umanistiche – e poi partirà il giro delle banche ad informarmi su come rinegoziare il mutuo (per la terza volta in cinque anni), cercando di tenerlo sotto controllo. Di tutto questo, che è quello che Serra chiama “contare quanto frumento rimane in granaio, quante patate e quanto vino in cantina, quanti soldi nel portafogli, quanto gasolio in caldaia”, ho l’impressione che nessuno ne parli. Né giornali, né televisioni, né web. Della mia manovra sembra non interessarsi nessuno. A disposizione per me c’è solo terrore per delle cifre in rosso uscite in Giappone o fiero ottimismo per una riunione di incomprensibili sigle in qualche località termale mittleleuropea.
Intanto in Italia, senza farsi troppi problemi, il governo che con la testa produce la “Robin Hood Tax”, con la mano manovra in maniera sempre più simile al disneyano sceriffo di Nottingham . Che faccio, aspetto che torni Re Riccardo? Mi serve un aiuto a rispondere a qualche domanda. Da quanto l’informazione sulla politica e sull’economia è in default? Da quanto non è in grado di restituire l’enorme debito di fiducia, comprensione, chiarezza, onestà che ha contratto con lettori e spettatori? Dove si parla del mio granaio, delle mie patate, del mio vino? Dov’è che questi sono ancora tali, e non colori, frecce, indici? Ed è giusto che io mi aspetti un’informazione di questo tipo? E’ giusto che io pretenda non un clima di inafferrabile paura ma un reale limite da non oltrepassare? E che lo pretenda dalla politica, prima che dall’informazione?iMille.org – Direttore Raoul Minetti








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Bellissimo post. Un applauso commosso.