Startup europee e il problema dei brevetti software USA

di Daniele Mazzini.

 

foto: Ken Neoh

 

Per moltissimi anni, dall’inizio dell’era informatica, la proprietà intellettuale del software per computer ha potuto essere protetta solo dalle leggi sul copyright. Questo voleva dire che uno sviluppatore che aveva un’idea e che voleva trasformarla in realtà poteva farlo senza timori: fintanto che non copiava il codice di qualcun altro, non c’era nessun pericolo di essere citato in tribunale.

Tutto questo cambia in modo radicale con la creazione dei brevetti sul software. Con un brevetto software diventa vietato per chiunque reinventare qualcosa che qualcun altro ha già inventato e brevettato, anche se se lo si fa partendo da zero e senza sapere nulla del brevetto. In altre parole, uno sviluppatore potrebbe essere costretto a pagare una licenza per usare una sua idea, sviluppata indipendentemente, se qualcun altro ha già avuto la stessa idea e l’ha brevettata – sempre che il titolare del brevetto sia disponibile a concedere una licenza d’uso, altrimenti non si può proprio usare l’idea e basta.

Per riassumere una storia piuttosto lunga e complicata, a partire dal 1996, quando la brevettabilità del software è stata regolamentata in modo ufficiale da parte dell’ufficio brevetti statunitense, il ruscello di brevetti software rilasciati negli USA è diventato un diluvio – oltre 16.000 solo l’anno scorso, per un numero cumulato superiore alle 100.000. E la maggior parte delle “invenzioni” che questi brevetti coprono sono tutt’altro che rivoluzionarie, e non richiedono anni di faticosa ricerca (come si capisce anche dal numero); al contrario, in massima parte sono piuttosto semplici se non addirittura ovvie per gli esperti del campo. Qualcosa che un programmatore medio potrebbe riprodurre dovendo affrontare lo stesso problema.

Quindi, chi ha un’idea e vuole implementarla scrivendo un programma al giorno d’oggi è molto probabile che nel farlo violi almeno uno dei 100.000 brevetti in essere negli USA, senza averne idea. Sono già alcuni anni che è così, ma ultimamente sempre più aziende stanno puntando a trarre profitto dal proprio portafoglio di brevetti non sviluppando prodotti basati su di essi, ma facendo causa ad altre aziende e addirittura a singoli sviluppatori anche se non c’è nessuna concorrenza con dei loro prodotti – ci sono addirittura aziende, come Lodsys, il cui business model si basa sull’acquisto di brevetti poco conosciuti per poi far partire le cause contro tutti quelli che li utilizzano senza saperlo.

Questa è una cattiva notizia per gli sviluppatori di software, una cattiva notizia per chi vuole creare startup, e una cattiva notizia per i consumatori. L’unica buona notizia – a parte che per gli avvocati – è che la situazione non è così brutta ovunque. Per esempio, qui in europa, almeno per ora, i brevetti software sono molto più rari e difficili da ottenere. Sono normalmente concessi solo se collegati a dei processi industriali (e quindi a qualche hardware) e la brevettabilità del software “in sè” è esplicitamente proibita, nonostante un tentativo da parte della Commissione Europea di aprire le porte a quei brevetti, tentativo fortunatamente bloccato dal Parlamento Europeo.

Questo vuol dire che una startup europea non si deve preoccupare dei brevetti software nel suo mercato domestico, ma nel momento in cui volesse vendere anche nel mercato a stelle e strisce correrebbe lo stesso rischio delle aziende americane; e, per diventare un giocatore globale nel campo del software, il successo in europa non basta: bisogna anche essere validati negli USA. Questo è successo a diverse startup europee: ad esempio Rovio e Spotify (che non a caso è stata citata in giudizio per violazione di brevetto il giorno che ha lanciato il suo servizio negli USA) solo per citare due delle più recenti o Skype e Mysql per citarne due storiche. Ma il numero di startup europee arrivate alla fama mondiale nel campo del software è sicuramente molto inferiore a quello delle americane.

Ci sono molte teorie per spiegare il minore successo delle startup europee, ma che io sappia nessuna include la mancanza di talento in europa come spiegazione; il problema sta da qualche altra parte. Secondo me, uno dei principali svantaggi che le startup europee devono affrontare rispetto a quelle americane – e specialmente quelle della Silicon Valley – è legato alla visibilità e alla credibilità.

Il successo chiama successo. L’attenzione del mondo della tecnologia è fissata sugli USA, e in particolare su Silicon Valley. Il semplice fatto che una startup sia basata lì porta ad una visibilità ed una credibilità superiore a qualunque altro luogo, rende più facile ottenere finanziamenti, più facile farsi conoscere. Non è un caso se così tante startup nate all’estero si spostano nella Silicon Valley per raggiungere il successo. Ma, ora che gli effetti negativi dei brevetti software iniziano a pesare negli Stati Uniti, tutto ciò potrebbe cambiare, creando un’opportunità storica per le startup e gli sviluppatori software europei.

L’Europa è già oggi il mercato più ricco al mondo per il software in generale, ma la frammentazione linguistica, un atteggiamento meno innovativo dei consumatori e la stessa storia dell’informatica lo rendono meno visibile di quello americano. Se però l’innovazione negli USA dovesse rallentare per colpa dei brevetti software, potrebbe essere l’europa il mercato di riferimento per il software innovativo, specialmente per le nuove applicazioni web e per cellulare che negli Stati Uniti sta diventando sempre più rischioso pubblicare a causa del pericolo delle cause per violazione di brevetti. Un mercato americano praticamente chiuso per gli innovatori che non hanno tasche molto capienti e/o migliaia di brevetti software difensivi per rispondere alla minaccia di cause di violazione vorrebbe dire un mercato globale più povero per tutti. Però in questo mercato più povero le startup europee sarebbero in una posizione relativa molto migliore rispetto ad oggi.

E se l’europa inizierà ad essere il luogo dove succedono le cose più interessanti ed innovative, le startup basate in europa potrebbero diventare quelle che godranno del vantaggio in fatto di visibilità e di credibilità. Rimarrebbe sempre il problema della frammentazione e quello dell’atteggiamento dei consumatori, però se viene raggiunto il punto di svolta quei problemi potrebbero essere superati da altri effetti di scala. Anche alcuni innovatori americani, preoccupati dai rischi a casa, potrebbero iniziare a spostarsi qui in maggior numero, invertendo la rotta tradizionale degli europei che si spostano negli Stati Uniti, e questo afflusso di talenti potrebbe accelerare ancora di più il cambiamento.

Se non fosse l’europa, ci potrebbe raccogliere il testimone della corsa per l’innovazione nel campo del software se gli Stati Uniti fossero costretti a passarlo? La Cina e l’India potrebbero essere, per la dimensione, due candidati, ma per ora l’europa mi sembrano posizionata molto meglio, non fosse altro perchè i migliori talenti nel campo del software i quei due paesi giganti vengono tutti assorbiti da altre industrie che sono in pieno boom.

Alla fine della fiera, personalmente auguro agli USA di risolvere il casino sempre più grande che si sono creati con i brevetti software, non solo per una questione di solidarietà disinteressata ma anche perchè a livello globale quella sarebbe la cosa migliore. Ma se loro rimangono su questa strada – e sembra MOLTO difficile che possano cambiare rotta in modo sostanziale, considerando la quantità di denaro che è già stata investita nel campo dei brevetti software – allora noi europei dovremmo fare uno sforzo per essere il più possibile pronti a ricevere il testimone.

Questo sforzo dovrebbe includere azioni di lobbying per ridurre ancora di più la possibilità di registrare brevetti software, creare collegamenti più forti tra gli innovatori europei e altre misure sistematiche simili. Però, a mio avviso, si dovrebbe partire prima di tutto dallo sviluppo della consapevolezza della possibilità di che si sta aprendo di fronte agli sviluppatori e imprenditori europei del settore, e la consapevolezza che questa possibilità può essere colta solo a livello europeo e non da un singolo paese.

Pensando poi in particolare all’Italia, anche da noi la presenza di talento è sicuramente importante, basta vedere in quanti progetti open source di alto livello ci sono sviluppatori italiani in ruoli chiave; è la trasformazione del talento in impresa il punto veramente debole. Nel nostro caso, ragionare su scala europea e non solo nazionale è ancora più urgente, sia perchè i consumatori da noi non sono quasi mai tra i più pronti a rispondere alle innovazioni, sia perchè a livello organizzativo e di capitali siamo molto più indietro di alcuni nostri cugini europei.

Il testimone del mercato di riferimento per l’innovazione software potrebbe essere servito su un piatto d’argento in un paio d’anni, ma gli innovatori europei dovrebbero già aver iniziato a scaldare i motori per poterne approfittare, con gli italiani tra i primi. Non è ancora troppo tardi: diamoci una mossa!

 

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iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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