di Renzo Rubele.
Il prossimo 15 Settembre si svolgeranno le elezioni politiche in un Paese Europeo raramente all’attenzione dell’opinione pubblica, la Danimarca. E noi ci prendiamo qualche riga per andare a vedere che cosa accade dalle parti di Copenhagen, e dare un piccolo resoconto del quadro politico a pochi giorni da questo appuntamento.
L’interesse per le elezioni danesi ha diverse motivazioni. La prima è che da qualche tempo i sondaggi sulle intenzioni di voto danno stabilmente in testa il Partito Socialdemocratico – attualmente all’opposizione – e vi è la fondata possibilità che una coalizione di centro-sinistra possa ottenere una maggioranza parlamentare, sconfiggendo quindi le forze di centro-destra attualmente al Governo. Si tratterebbe di un segnale non banale per tutte le forze “progressiste” Europee, che negli ultimi anni hanno dovuto acconciarsi ad una sfilza di débâcle elettorali in quasi ogni angolo del continente.
Una seconda motivazione risiede nel fatto che nel primo semestre del 2012 la Danimarca avrà la Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, secondo la rotazione ciclica che continua a valere per questa istituzione, sempre centrale dal punto di vista delle prerogative di indirizzo politico e di adozione dei testi normativi. Un nuovo Governo potrebbe interpretare quel ruolo in maniera lievemente diversa (pur nei margini complessivamente già fissati) da come accadrebbe se fosse attribuito a quello espressione dell’attuale maggioranza; ricordiamo ad esempio la frizione fra Danimarca e Commissione Europea, di qualche mese fa, sulle misure restrittive per l’immigrazione e la mobilità ai propri confini.
Un’ulteriore motivazione riguarda il fatto che la Danimarca, in quanto Paese Scandinavo, presenta caratteristiche socio-culturali non troppo diverse da quelle della Norvegia, e sarà interessante rilevare se ci sarà – e di che tipo – un qualche impatto “post-Breivik” sulle opinioni dei cittadini dal punto di vista del comportamento elettorale. Più in generale vi sono temi politici all’ordine del giorno di queste elezioni che sono ormai abbastanza comuni a quelli in agenda in tutti i Paesi Europei, e le caratteristiche e i programmi delle forze politiche in campo possono essere di interesse generale anche, guardando bene, per il nostro Paese. Va tuttavia tenuto presente che la Danimarca è un Paese economicamente prospero e che non si dibatte negli stessi pressanti problemi di altri Paesi Europei e degli Stati Uniti: il debito è al 43,6% del PIL, il deficit al 2,7% del PIL, la disoccupazione al 4,1%, e la crescita del PIL attorno al 2%.
L’attuale Governo, presieduto da Lars Løkke Rasmussen, è sostenuto da una maggioranza di tre Partiti: il Venstre (V), che è un partito liberale classico, a cui appartiene il Primo Ministro, e che ha ottenuto la maggioranza relativa nel Paese in tutte le elezioni a partire dal 2001 (attualmente ha 46 seggi al Folketinget, su un totale di 179), il Partito Popolare Conservatore (KF), che è un partito di centro-destra tradizionale, analogo ad altre forze esistenti da tempi storici nei Paesi nord-europei (ha 9 seggi) e il Partito Popolare Danese (DF), che fornisce un appoggio esterno (con 25 seggi), e che ha una linea populista-xenofoba (secondo le classificazioni internazionali – sulla stessa categoria, per dire, della Lega Nord). Nelle due tornate elettorali precedenti (2001 e 2005) si era verificato un analogo esito, per cui la geometria di coalizione con V e KF al Governo e i Popolari Danesi in appoggio esterno ha ormai 10 anni di vita. In quelle due elezioni il Primo Ministro vincente era stato il liberale Anders Fogh Rasmussen, che però nel 2009 è stato chiamato all’incarico di Segretario Generale della NATO e ha dovuto lasciare il Governo nelle mani dell’omonimo (ma non parente) Lars Løkke.
L’opposizione è guidata dai Socialdemocratici (SD) di Helle Thorning-Schmidt che, se riuscisse a diventare Primo Ministro dopo queste elezioni, sarebbe la prima donna a ricoprire quella carica. La Thorning-Schmidt è alla guida del partito dal 2005, ed ha quindi già combattuto la sfida elettorale nel 2007, risultando, con 45 seggi, sconfitta di poco dai liberali; non è stata tuttavia ritenuta eccessivamente responsabile della prestazione, visto che il trend del partito era comunque abbastanza negativo dopo il 2001. A sinistra dei socialdemocratici vi è il Partito Popolare Socialista (SF), un partito che ha una linea per certi versi analoga a quella di “Sinistra Ecologia e Libertà” in Italia; rappresenta cioè posizioni della sinistra tradizionale, con un misto di eco-socialismo e difesa dei lavoratori. Vi è infine il Partito Radicale (RV), un partito classico dello scacchiere politico danese, il quale rappresenta, così come nella tradizione storica italiana, un orientamento di “sinistra liberale”. Questo Partito è stato spesso alleato dei Socialdemocratici quando questi erano al Governo, e si trova ora all’opposizione non condividendo la eccessiva “ortodossia liberista” del Venstre che, specialmente sotto la guida di Anders Fogh Rasmussen, si è caratterizzato come partito “anti-tasse” (anche se più nei discorsi elettoralistici che nella prassi di Governo) e della libertà d’impresa. I Radicali si oppongono anche, ovviamente, al populismo del DF, e considerano come proprio riferimento politico, in questa fase, il testo di Richard Florida “L’ascesa della nuova classe creativa”.
Helle Thorning-Schmidt sta lavorando per costruire le condizioni politiche di una possibile coalizione governativa assicurata da SD, SF e RV, che, stando ai sondaggi, potrebbe disporre della maggioranza numerica dopo le elezioni. Infatti le intenzioni di voto rilevate durante il 2011 assegnano a questi 3 partiti un totale compreso fra il 47 e il 50%, con un margine di almeno 3-4 punti sulle forze di Governo, e i socialdemocratici, in particolare, che oscillano fra il 27 e il 31% (negli ultimi giorni, peraltro, un po’ al ribasso). Comunque non è necessario dichiarare l’appartenenza ad una coalizione prima del voto, anche perché non ci sono premi di maggioranza da conquistare; si tratterà quindi di una contesa che si risolverà sul filo di lana, ed anzi anche dopo, se l’equilibrio sarà tale da non produrre una vittoria chiara. La Thorning-Schmidt ha intanto il suo daffare per organizzare una coalizione coesa, soprattutto perché si tratterebbe della prima volta che il Partito Popolare Socialista partecipa direttamente al Governo. Questo partito ha recentemente smussato le sue posizioni più ideologiche, fra le quali un “euroscetticismo di sinistra” che è tradizionale nei Paesi nordici e che adesso è stato ufficialmente messo da parte. Il problema maggiore consiste nella compatibilità di orientamenti economici con i Radicali, che sono pur sempre fondamentalmente dei liberali. E forse è questo l’elemento di maggiore incertezza che permane su questa prospettiva politica.
In ogni caso la possibile vittoria di una coalizione di centro-sinistra rende evidenti le difficoltà di un centro-destra che ha governato per 10 anni e che ha rappresentato una sorta di “Casa della Libertà” danese, formula che ha avuto una sua forza politica, incluso l’elemento costituito dall’appoggio esterno del Partito Popolare Danese. Questo partito, nato nel 1995 da una scissione del Partito del Progresso, anch’esso populista ma più radicale, soprattutto dal punto di vista economico (era stato fondato nel 1973 su una piattaforma anti-fisco), è diventato un protagonista sempre più integrato nel sistema politico danese. Infatti i Popolari danesi, sotto la guida di Pia Kjærsgaard, hanno lasciato da parte gli ingredienti dell’oltranzismo liberista, che aveva finito con l’appesantire e portare ad un declino elettorale il Partito del Progresso, e si sono concentrati sul tema dell’immigrazione, dando voce a quelli stessi timori e paure che un po’ dovunque in Europa hanno trovato voce in questi anni. Non a caso una “copia carbone” della Casa della Libertà danese ha finito con l’essere costituita anche in Olanda, dove da un anno l’anti-islamico “Partito della Libertà” di Geert Wilders appoggia dall’esterno un governo di centro-destra formato da liberali e democristiani. La crescita dei “Veri Finlandesi” in Finlandia, dei “Democratici Svedesi” in Svezia, e la tenuta su alte percentuali del “Partito del Progresso” norvegese (nel quale aveva militato il giovane Breivik) hanno in effetti palesato la rilevanza dei temi politici legati all’immigrazione in tutto il mondo scandinavo.
Nei sondaggi i Popolari danesi si contendono i voti con i liberali del Premier Rasmussen. L’incognita è data dalla prestazione dei partiti liberali di centro – V, RV e l’Alleanza Liberale (LA) nata nel 2007 da una scissione dei radicali -, e dalla cifra elettorale dell’Alleanza Rosso-Verde (una specie di “Federazione della Sinistra”) che, togliendo voti ai Popolari Socialisti, potrebbe risultare determinante: un suo eventuale coinvolgimento nella maggioranza aumenterebbe i problemi di governabilità. In definitiva, sarà interessante vedere come questa nuova prospettiva di centro-sinistra sarà considerata dagli elettori per un possibile cambio di Governo del Paese. La Danimarca potrebbe fare da pesce-pilota per altri futuri importanti appuntamenti elettorali in Europa.iMille.org – Direttore Raoul Minetti







Aproposito della “casa delle liberta’” olandese: esattamente come la sua versione nostrana, essa si caratterizza per la scarsa aderenza dei fatti alle promesse…
http://www.dutchnews.nl/news/archives/2011/09/sp_geert_wilders_breaks_promis.php
Come è noto, le elezioni hanno dato un esito favorevole alle forze “progressiste”, sebbene debba essere ricompresa nella maggioranza chiamata a sostenere il nuovo Governo anche l’”Alleanza Rosso-Verde”
http://www.parties-and-elections.de/denmark.html
Si vedrà come gestirà questa “geometria” il Primo Ministro designato Helle Thorning-Schmidt – in particolare come chiudere le trattative per la formazione del Governo.
In ogni caso una delle “Case della Libertà” al potere in un Europa ha dovuto chiudere i battenti.
Renzo, non male l’inizio del nuovo governo, no? http://gualerzi.blogautore.repubblica.it/2011/10/03/ce-del-futuro-in-danimarca/?ref=HREC2-8
Vedremo.
Fra le cose da segnalare c’è anche il fatto che la politica proto-xenofoba ha attecchito nel Paese, e ci sono elementi di continuità in materia di politica dell’immigrazione, seppur anche in altre forme.
Pero’, almeno, sono stati immediatamente revocati i controlli alla frontiere varati non molto tempo fa dal gov. Rasmussen (Lokke) per compiacere il Partito del popolo danese. Dopodiché, invertire a 360 gradi la traiettoria iper-restrittiva che i precedenti governi di centrodestra hanno impresso alla legislazione sull’immigrazione è inimmaginabile.
Un altro elemento che mi sembra non da poco è l’imminente approvazione di un pacchetto di stimolo all’economia di 1.8 miliardi di euro (la Danimarca, del resto, se lo puo’ ancora permettere) in netta controtendenza rispetto ai venti di austerity che soffiano sul continente.
Infine, mi felicito della credenziali europeiste della Thorning-Schmidt (che, tra l’altro, ha frequentato anche il College de Bruges, non per caso assieme al figlio di Kinnock che poi ha sposato)