di Anna Ryden.
Ho appena letto un articolo di Linkiesta, intitolato “Petrolio, il Sud America è il nuovo Medio Oriente” che si basa su un articolo piuttosto “tecnonaivista” del The New York Times, mirato a rassicurare il pubblico americano sul futuro energetico. L’articolo propone una visione molto rosea sulla produzione di idrocarburi in tutte le Americhe, che grazie allo sviluppo di tecnologie nuove e situazioni politiche più stabili riuscirebbero a diventare degli esportatori netti. Soprattutto gli Stati Uniti dovrebbero per l’ennesima volta “ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale”.
L’articolo de Linkiesta/NYT inizia con il Brasile, che sta facendo impressione a tutto il mondo con le sue città off-shore e i sottomarini nucleari pronti a proteggere investimenti per centinaia di miliardi di dollari. Investimenti che senza dubbio vengono operati per fare del Brasile non solo un produttore importante, come è già, ma anche un esportatore importante, così dando al Brasile finalmente quel ruolo meritato, secondo i brasiliani, nella politica globale.
Purtroppo per loro possiamo prevedere, guardando numeri e fatti, che il Brasile non diventerà mai un grande esportatore di petrolio, come invece avevo cercato di prevedere in un post di più di un anno fa. Avevo estrapolato la produzione e alcuni dati sulle riserve e pensato che tutto sommato dal 2015 per dieci anni il Brasile sarebbe stato un esportatore netto di petrolio. Scrivevo: “Forse per un po’ di anni il paese riuscirà a esportare il petrolio, quando Tupi e Libra e qualche altro gigante non ancora scoperto regaleranno un eccesso. Diciamo che la curva della produzione potrebbe superare il consumo nel 2015. Poi altri 10 anni di surplus di petrolio, e poi basta.”
Mi ero sbagliata doppiamente. Primo, perché il Brasile probabilmente non ha mai pensato di esportare petrolio, ma solo prodotti petroliferi. Infatti l’intensa attività nel settore delle costruzioni di raffinerie e infrastrutture per il trasporto di petrolio e la liquidificazione di gas, per non parlare dei porti, ci fa capire che il paese aveva pensato che sia i lavori nella costruzione, poi quelli nella raffinazione, nella manutenzione, nella ricerca, nell’esportazione di prodotti specializzati avrebbero dovuto rimanere al Brasile. In questo modo i soldi guadagnati con il petrolio avrebbero creato molti altri lavori, tutti pagati presumibilmente con quel margine economico che viene dalla raffinazione.
Secondo, perché dal grafico (dati EIA) si vede che la produzione di greggio è ancora molto sotto il consumo totale di prodotti petroliferi. Aggiungendo tutti i liquidi, cioè etanolo, biodiesel ed altro, la produzione è di pochissimo più alta del consumo.
Ho appena passato due anni in Brasile. Ho visto con i miei occhi l’esplosione dei consumi di massa, la crescita della nuova classe media e quello che succede a una città come Rio senza pianificazione urbanistica. Loro stessi sono consapevoli che la produzione di petrolio ed etanolo basterà a malapena al paese stesso. Negli ultimi anni le raccolte hanno sofferto crescenti incidenze di siccità. Il mondo chiede più zucchero che etanolo, il mercato è dopotutto, libero, e così il Brasile è costretto a spendere per l’importazione di etanolo.
Continuando con il Brasile, l’articolo dice che la produzione brasiliana potrebbe presto raggiungere quella iraniana. Hanno ragione, ma continuano ad ignorare il consumo. L’Iran produce più del doppio di quanto consuma, anche togliendo gli “altri” liquidi. Mentre il Brasile, come detto, fa fatica a produrre abbastanza per la sua gigantesca classe media stile occidentale che lo costringe ad importare sia etanolo che benzina.
Passiamo alla Colombia. Lì la situazione sembra migliore. La Colombia non ha mai posseduto molte riserve, dopo un picco nel 1996 non ci sono stati altri investimenti e la produzione stabile ha diminuito le riserve da 3,5 miliardi di barili ai 1,3 miliardi del 2010. Ma l’apertura a investimenti stranieri nel 2010 è riuscita ad aumentare le riserve a 1,9 miliardi, ed è probabile che ulteriori investimenti riusciranno a trasformare altre risorse in riserve sfruttabili.
Per quanto riguarda il consumo, il paese si sta ancora comportando da terzo mondo. Negli ultimi dieci anni il consumo è aumentato solo del 7%. Si può prevedere, ora che il paese si avvicina ad un modello occidentale, che gli investimenti stranieri e la stabilità politica faranno esplodere i consumi di prodotti petroliferi. L’articolo citato paragona poi la Colombia con la Libia pre-bellica, dicendo che entro pochi anni la Colombia raggiungerà i livelli di produzione del paese africano. Visto che si trova ancora poco sopra il livello di produzione del 1998, cioè intorno ai 900mila barili al giorno, dovrà aggiungerci il 100% ca di produzione, cioè raddoppiarla. Questo in un paese dove mancano le università, le scuole tecniche, le infrastrutture, il know-how che i vecchi paesi produttori hanno impiegato decenni a costruire.
Giocando con i numeri possiamo indovinare quanto basterà il petrolio colombiano. Supponiamo che ottimisticamente raddoppino le riserve a 3,8 miliardi di barili e che producano stabilmente 1 milione di barili al giorno (oggi ca 900 mila), cioè 365 milioni all’anno. 3,8 miliardi / 365 milioni = 10 anni di produzione. Non esattamente un futuro energetico a lungo termine.
L’articolo parla certamente anche del Venezuela e del Canada, entrambi provvisti di enormi quantità di petrolio non convenzionale. Nel contesto petrolifero, il “non convenzionale” significa petrolio molto pesante e molto difficile da estrarre o produrre. Si tratta degli scisti bituminosi – sfruttabili solo dal 2004 ca quando il prezzo del petrolio ha cominciato a salire – e delle sabbie bituminose – sabbia mista con argilla che può essere raffinata in un petrolio sintetico. Entrambi hanno costi di produzione altissimi, in rete si dice intorno agli 80$ al barile. Ed entrambi hanno costi ambientali molto alti, per le quantità di acqua ed energia necessarie alla produzione.
Il Canada ora sta producendo intorno ai 3,5 milioni di barili al giorno, il Venezuela ca 2,3 milioni. Il Canada è una democrazia trasparente, aperta da sempre a investimenti stranieri, con ottime università e infrastrutte, ma fa fatica a raggiungere i 4 milioni di barili al giorno. Non c’è da meravigliarsi invece che la dittatura disastrosa di Chavez negli ultimi anni sia riuscita a diminuire la produzione di petrolio in Venezuela, mentre il consumo aumentava. I vecchi giacimenti di petrolio convenzionale sono in declino inarrestabile, e ci vorranno più di 3 miliardi di dollari d’investimento all’anno solo per produrre la stessa quantità ancora per qualche anno. Il bacino Orinoco, casa di 500 miliardi di barili di petrolio molto pesante, riesce ora a produrre solo ca 200mila barili al giorno. Per la fine del decennio la produzione dovrebbe raggiungere i 2 milioni, che però non compenseranno la perdita di produzione di petrolio convenzionale.
In nessun modo possono diventare game changer a livello mondiale, questi nuovi sviluppi . Possono soltanto tenere in piedi ancora per qualche decennio la crescita economica dei paesi citati, ma senza grandi effetti positivi sul vecchio continente, almeno tali da togliere davvero tensione dal Brent.
Ci sono chiaramente anche dei risvolti positivi. Il primo è che i nuovi mercati sudamericani apriranno ad altri possibili investimenti nel settore petrolifero. Per chi voleva rimanere in ambito democratico e stabile prima c’era solo il Canada, gli Stati Uniti ed il Mare del Nord. Africa e Medioriente non sono mai stati alternativi per chi non ama i rischi. Il secondo risvolto positivo è che ci sono almeno due paesi sudamericani, il Brasile e la Colombia, che avranno bisogno di un esercito di ingegneri stranieri. Una stima per il Brasile è di 8 milioni di personale tecnico nei prossimi 10 anni, persone che non si trovano in Brasile. La Colombia non è messa meglio. I giovani europei con formazioni tecnico-scientifiche potrebbero rifare il viaggio fatto già dai pro-zii cento anni fa per trovare lavoro senza problemi.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti










