di Manuela Sammarco.
La prima del capolavoro pirandelliano ‘Sei personaggi in cerca d’autore’ è stata messa in scena al Teatro Valle di Roma nel 1921. Al di fuori delle cronache romane, forse non tutti sanno che lo stesso Valle, una delle strutture teatrali più antiche e prestigiose della Capitale, dal 14 giugno è occupato. Come le università o le fabbriche in autunno. Il giorno dopo l’esito del referendum su “acqualegittimoimpedimentonucleare”, i suoi lavoratori e altri operatori del mondo dello spettacolo ne hanno preso possesso al grido di ‘Come l’acqua, come l’aria’ (sottointeso: la cultura). L’occupazione dura da quasi 100 giorni, durante i quali l’assemblea permanente ha elaborato una vivace offerta drammatica, fruibile anche in streaming, potendo contare sull’apporto di testimonial di livello che, sul modello di Bonovox ,non si sono lasciati scappare questa ghiotta occasione di visibilità. Intendiamoci: la nobiltà della causa è fuori discussione. Ma per meglio metterla a fuoco bisogna ripercorrere i fatti che hanno portato alla situazione attuale.
Fino a maggio 2010 esisteva in Italia l’ETI (Ente Teatrale Italiano) il quale, tra le altre cose, gestiva due teatri di rilevanza nazionale: il Teatro Valle di Roma e il Teatro della Pergola di Firenze. Con il DL n.78 del 31 maggio 2010, frutto di una poco accorta politica di tagli, l’ETI, dopo una lunga storia dalle alterne vicende iniziata nel 1942, viene soppresso, mentre le sue competenze e parte del suo personale sono trasferite al MiBAC. Per un anno il Valle riesce a fornire un bel cartellone. Da luglio 2011 la gestione della struttura passa ufficialmente al Comune di Roma, il quale non ha mai abbondato di dettagli sul destino del teatro: si sa solo che esso verrà affidato a un privato tramite bando pubblico. Nel mondo dello spettacolo poi si vocifera sugli interessati: ad esempio l’attore-conduttore-onorevole Barbareschi o direttori di altri importanti teatri romani.
Lo sdegno per queste notizie e l’euforia per l’esito dei referendum spingono i lavoratori dello spettacolo all’azione. Sono ben organizzati e sono la dimostrazione di quanto movimenti simili negli ultimi anni siano maturati nel senso della propositività. Contro di loro, a turno, un illuminato centrodestra, con Galan e Giro, invoca lo sgombero, che però ancora non è arrivato, e accusa l’assemblea del Valle di essere ‘un centro sociale a 5 stelle’ ma non risponde alle richieste sui dettagli del bando per la gestione del teatro. Nel frattempo, Rodotà e altri giuristi elaborano una bozza per una possibile Fondazione Valle, che potrebbe essere la soluzione per la vicenda proposta dagli operatori teatrali al Comune di Roma. Bozza ancora da leggere, emendare, approvare da parte degli occupanti. Torniamo così per un attimo a Firenze. Il 9 settembre scorso è nata la Fondazione del Teatro della Pergola costituita dal Comune e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e presieduta dal Sindaco Renzi; ciò consentirà di riprendere regolarmente la stagione teatrale 2011-12.
Che cosa dice il confronto tra le due vicende? Almeno due cose. La prima: a dispetto del diffuso sentimento anticasta, la politica può essere ancora una risposta. Intendiamoci: la buona politica. O bella, o giusta: scegliete voi l’aggettivo meno strumentalizzato. Meglio ancora: la politica che semplicemente fa il suo dovere. Non mi riferisco quindi alla politica culturale dell’ultimo MiBAC, che – in perfetto stile tremontiano – è caratterizzata solo da tagli lineari, cioè uguali per tutti, quindi spesso inutili se non dannosi. Intendiamoci: ci sono tagli necessari, anche nella cultura. A patto però che prevedano delle alternative valide e non, come nel caso dell’ETI, una distribuzione di competenze che lascia perplessi. E non fa il suo dovere nemmeno Alemanno, che non ha saputo gestire l’affaire, ignorando ad esempio la possibilità del dialogo con gli occupanti e gli altri Enti (a cominciare da Provincia e Regione), come suggerito anche da una mobilitazione del Pd e di tutta l’opposizione capitolina dello scorso 12 luglio. Cosa più grave ancora, il Sindaco non è stato in grado di avanzare una proposta che tenesse sufficientemente in considerazione il rapporto tra il Valle e il tessuto intellettuale e produttivo della città, piegandosi esclusivamente alle esigenze della politica nazionale o delle sue vecchie appartenenze (ogni riferimento a Barbareschi è puramente casuale). Ecco, di questa politica, concordo, non sappiamo che farcene. Ma dobbiamo sconfiggerla con le regole della democrazia.
Arrivo così alla seconda cosa che ci dice questa vicenda: non solo c’è bisogno di politica, ma c’è bisogno anche di metodo democratico. Sul “chi siamo” del sito del Teatro Valle occupato si legge: “[occupiamo] perché i referenti politici di destra e di sinistra hanno perso ogni tipo di legittimità come interlocutori”. Ma l’esempio della Pergola dice che delle differenze ci sono. Oltre si legge: “Perché come artisti, operatori della cultura, maestranze, lavoratori e lavoratrici dello spettacolo e della cultura auto-organizzati non ci sentiamo più rappresentati da nessuno. Vogliamo essere protagonisti del nostro presente e costruire il futuro che desideriamo”. Su questo punto ritorno alle regole democratiche: la nostra è una democrazia rappresentativa. Per raggiungere qualsiasi obiettivo – a maggior ragione se nobile come la gestione di un’organizzazione culturale – bisogna considerare che un progetto per essere realizzato necessita di eletti negli enti interessati che lo difendano e non può prescindere dal rispetto per le istituzioni, indipendentemente da quale parte politica siano esse guidate. L’occupazione del Valle è civilissima, l’iniziativa degli occupanti condivisibile per la spinta iniziale, ovvero la preoccupazione per un pezzo importante della vita intellettuale, romana e non, e deve essere ascoltata dai dirigenti politici. Ma per gli strumenti che adotta non è la strategia migliore per la soluzione della vicenda. Invece la vicenda della Pergola ci dimostra che le battaglie condotte con metodi democratici sono più efficaci, rapide e aperte a nuove idee per risolvere il vero problema di fondo: i finanziamenti del teatro.
Come sono collegati i metodi democratici e i finanziamenti? Spesso gli strumenti e i metodi condizionano gli obiettivi di una ricerca o di un percorso. È accaduto con l’occupazione del Valle quando, per paura dell’intromissione di un privato sgradito, i portatori di interesse nel mondo dello spettacolo hanno scelto di rivendicare la natura esclusivamente pubblica del teatro e della cultura, bandendo ogni ipotesi di privatizzazione anche parziale. Come l’aria, forse, ma il teatro mi sembra più simile all’acqua, per parafrasare uno dei motti dell’assemblea. Infatti, così come l’acqua – bene pubblico – per arrivare al fruitore ha bisogno di tubature che richiedono costi di manutenzione, parimenti, anzi in misura ben maggiore, il teatro ha bisogno di finanziamenti. E non solo per l’ordinaria amministrazione e per le spese vive delle strutture (per esempio il Valle ha interni preziosi) o per le competenze, assai numerose, messe in gioco dall’allestimento di uno spettacolo. Il teatro ha bisogno di investimenti se vuole, come gli occupanti chiedono, progredire nella ricerca drammaturgica, al giorno d’oggi sempre più esigente.
Insomma, il modo di produrre spettacoli teatrali è cambiato e può cambiare ancora per offrire una qualità sempre più alta, programmata dall’istituzione e non affidata alla genialità di generosi attori o registi. E se vuole essere competitivo e ben inserito nell’industria culturale, creando così un indotto occupazionale più sostanzioso di quello presente. In un regime finanziario contingentato (non solo per le manovre dell’attuale Governo), come farà un ente locale a far fronte a costi simili senza finanziamenti privati? Non dovrebbe sembrare una bestemmia un’apertura parziale, controllata, al privato. Insomma, ci sarà una via di mezzo tra un bando pilotato e l’intangibilità del Valle. Magari il modello fiorentino può dire qualcosa, visto che anche gli stessi occupanti cominciano a convincersi della bontà della formula della Fondazione.
Infine sull’obiezione: “che ne sarà dell’autonomia artistica in caso di ingerenza del privato?” L’arte, per fortuna, è sempre stata una forma di espressione radicalmente libera, che non ha stentato a manifestarsi raggiungendo punte altissime anche in momenti molto bui. ‘Sei personaggi in cerca d’autore’, 1921, alla vigilia della marcia su Roma, ne è un esempio. Più che dell’arte, allora, io mi preoccuperei degli artisti, per i quali servono nuove politiche culturali e più intelligente protagonismo della politica.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti







