Il rapporto tra Sinistra e legalità

di Emidio Picariello.

foto: quicksilv3r

 

Il giorno dell’approvazione manovra economica, all’esterno della Camera alcuni appartenenti ai Cobas, al grido di “la crisi va pagata da  chi l’ha provocata”, lanciavano oggetti contro le forze dell’ordine. Questa scena mi ha fatto riflettere sul rapporto che la sinistra – quella più estrema soprattutto – ha nei confronti della legalità in generale e segnatamente con le forze dell’ordine. In un discorso più ampio, vorrei riflettere con voi sul rapporto che la sinistra  ha sia con le leggi sia con le proprie norme interne, con quelle regole di correttezza che compongono gli statuti e le norme di comportamento interno.

Così sono andato a rileggermi gli ultimi dati disponibili relativi all’immigrazione – c’entra, c’entra, sono argomenti collegati – che non sono freschissimi a dire il vero, hanno ormai qualche anno, ma che possono innescare riflessioni ancora valide. Con ordine, quindi, diamo un’occhiata ai dati, prima, facciamo una riflessione su questi, poi colleghiamo le due riflessioni.

 

A pagina 360 del rapporto del 2007 del Ministero dell’Interno sul contrasto alla criminalità in Italia si nota una tabella che mostra che la maggior parte dei crimini commessi da immigrati in Italia, è commessa da immigrati irregolari. Ovvero non vi è una correlazione fra l’immigrazione e la propensione a delinquere, ma vi è fra lo status di irregolare e la criminalità. Lo stesso rapporto ammette: Nel complesso gli stranieri regolari denunciati sono stati nel 2006 quasi il 6% del totale dei denunciati in Italia. E gli stranieri regolari sono meno del 5% della popolazione residente. Quella sproporzione dunque non c’è se si parla di immigrati regolari. Del resto la quota di stranieri regolari denunciati sul totale degli stranieri regolari in Italia si ferma al 2% circa.

Insomma, essere accoglienti vuol dire ridurre la percentuale di criminalità. Più riusciamo a introiettare e assorbire le popolazioni migranti e più diminuisce la loro propensione a delinquere. Questo dovrebbe innescare una riflessione e dovrebbe aiutare i partiti di sinistra a costruire, progettare e pubblicizzare una politica di integrazione. Sono dati che dovrebbero essere imbracciati e diffusi: appunto, la sinistra è a favore della legalità, anche quando si parla di immigrazione e per essa lavora. Ci si deve scrollare di dosso la sfortunata immagine, il luogo comune, di quelli che accettano con l’immigrazione anche l’illegalità commessa da quegli immigrati che realmente delinquono.

 

Un’altra cosa sulla quale riflettere – che ha strettamente a che fare con l’immigrazione – è  lo stato degli immigrati per esempio nel comprensorio del tessile e del pellame del Pratese. Non c’è nulla di più sinistro – inteso come di sinistra, ovvio – equo e ragionevole che chiedere a quegli immigrati di rispettare le regole. Soprattutto di rispettare le regole che riguardano i diritti dei lavoratori. Il diritto a un orario di lavoro equo e al corrispondente salario non è un diritto disponibile. E non c’è niente “di destra” nel chiedere che queste regole vengano rispettate, anzi, una loro applicazione consentirebbe a tante persone emigranti di riemergere da una vita di solo lavoro, per non dire di schiavitù.

 

Ci sono degli atteggiamenti illegali che infastidiscono le persone di sinistra – e a ragione, per carità – e altri invece che lasciano le stesse persona del tutto indifferenti, anzi, vengono guardati addirittura con simpatia. Mi sorprende – ad esempio -come giornali di sinistra – e blog di sinistra – usino con leggerezza lo strumento illegale della pubblicazione di conversazioni riservate e come con leggerezza questa illegalità non infastidisca minimamente gli elettori di sinistra che anzi se ne nutrono con morboso piacere. Ciascuna persona che si sente di sinistra e non rabbrividisce quando un manifestante NO-TAV mostra il suo disappunto in modo illegale e violento, dovrebbe pensare che un militante di destra trova al contempo quasi normale che il povero Tremonti si sia arrangiato, e abbia pagato l’affitto in nero, per esempio. Ma non è a questo che servono le regole? A decidere cosa si può fare e cosa no? E le violazioni delle regole sono tutte uguali? No, non sono tutte uguali – non è la stessa cosa se ruba un povero per mangiare o un ricco per avidità – ma le regole servono a questo: a non renderci arbitrari nei nostri giudizi.

 

Soffermiamoci sulla questione NO-TAV. Ci sono dei partiti politici che si sono presentati alle elezioni regionali in Piemonte avendo fra le loro priorità proprio quella di fermare la TAV. Hanno preso percentuali irrilevanti. Il punto è che la democrazia funziona così: non è un sistema perfetto, ma è il  migliore che abbiamo. Nessuno ha il diritto di usare la violenza e di aggirare la legge per far prevalere la propria opinione. Dimostrare è legittimo, dimostrare è all’interno delle regole democratiche, farlo in modo violento no. Ci si aspetta che la posizione delle persone di sinistra sia chiara in questo senso: siamo per la legalità.

 

Il rapporto della sinistra con la legalità e con le regole va rivisto. Non c’è bisogno di arrivare al caso Penati – tutto da confermare, chiaramente, si è innocenti fino a prova contraria – o peggio al caso di Pasini – questa volta c’è già una condanna – per capire che alcune regole piacciono agli uomini di sinistra più di altre e quelle che non piacciono loro sono quelle che in qualche modo ostacolano i loro progetti personali. Così, lo statuto del Partito Democratico – cito il partito più moderato, del centro sinistra – viene strapazzato ogni volta che un limite per i mandati non consentirebbe a qualcuno che è considerato “importante” di ricorpire il ruolo che dovrebbe ricoprire. E’ meno grave che manifestare in modo violento, o rubare, perché viola una norma interna, ma dimostra un fatto: non si considerano le regole efficienti al loro scopo, ovvero quello di creare il migliore degli scenari possibili.

 

L’uomo che lancia quell’oggetto, quello dell’inizio, non ha nessun dubbio di avere ragione. Tanto da essere disponibile a sostenere la sua posizione con violenza. Invece ha profondamente torto: in Italia vige la democrazia e la democrazia non funziona così: funziona che si manifesta pacificamente, si convincono gli elettori, si vincono le elezioni e si cacciano quelli che la pensano in modo diverso. Non c’è un’altra via, questa è l’unica percorribile, soprattutto a sinistra.

 

-

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

8 Commenti

  1. Emidio, sono d’accordo parzialmente, sulla parte in cui sostieni che sinistra e rispetto delle leggi devono essere unite indissolubilmente.

    E’ un rapporto complesso, perché complesso (e al di là di quanto possa scribacchiare qui o sul mio povero blog) è il rapporto tra Legge e Giustizia.
    Perché tra queste due c’è una incolmabile e inevitabile differenza. La Legge e le leggi (ovvero i codici) sono una scrittura umana fallibile e specchio dei tempi, delle epoche, sono una cristallizzazione dello status quo. La Giustizia (con la G maiuscola) dovrebbe essere un “ideale” cui tendere, LA spinta a migliorare la società italiana.

    Il discorso per cui in una democrazia “funziona che si manifesta pacificamente, si convincono gli elettori, si vincono le elezioni e si cacciano quelli che la pensano in modo diverso” è al tempo stesso corretto e sbagliato, o meglio incompleto. Funziona così per quei cambiamenti che stanno nel solco dello status quo, e comunque nel modo di pensare dominante. Uso un esempio preso dalla recente storia repubblicana per spiegare meglio cosa intendo: l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio. Chi obiettava andava in galera, era contro la legge. Dovremmo quindi condannarli? Dovremmo condannare chi si oppone ad una legge solo perché è tale? Non si dovrebbe SOPRATTUTTO A SINISTRA basarsi sulla GIUSTIZIA e non sulla legge ovvero sui codici?

    Bisogna relativizzare quindi l’affermazione per cui: “Non c’è un’altra via, questa è l’unica percorribile, soprattutto a sinistra” e questo non è solo valido per il passato, per la sinistra che voleva cambiare il sistema (per non parlare di quella che si opponeva a sistemi anche democratici formalmente ma molto poco liberali, pensiamo all’Italia della polizia di Scelba, ma anche al Maccartismo) ma soprattutto per quella del futuro.
    La difesa dello status quo, limitandosi al massimo a piccole e superficiali modifiche non è “riformismo” (che invece usa quando è necessario atti che vanno anche contro le leggi dell’oggi, perché mossi dall’anelito ad una legge migliore, più vicina alla realizzazione della Giustizia) ma semplicemente conservazione dell’oggi.
    Quindi possiamo anche pensare che la politica debba essere senza se e senza ma nell’alveo delle leggi esistenti, modificabili solo attraverso la “cacciata di chi la pensa in modo diverso”, ma questo può essere possibile solo in un sistema in cui non ci sia più alcun dinamismo sociale, in cui si sia raggiunta una pace termica. O quando, cosa impossibile per definizione, la legge coincida con l’ideale di Giustizia.

    Ciò non è mai esistito, né mai esisterà, e il fenomeno dell’immigrazione (per ritornare e finire con un tema dell’articolo) è un esempio dell’attuale dinamismo sociale, della società che muta a partire dai suoi componenti, radicalmente, e quindi con essa le necessità di Giustizia per cui le leggi attuali sono da superare, anche con azioni che vadano contro le leggi se ciò si fa per leggi migliori.

  2. Quando è stato necessario, c’era da sovvertire le regole. C’erano situazioni eccezionali che l’hanno richiesto. Nel ventennio, la legge era il fascismo ma qualcuno ha capito che la legge andava violata, per rispettare la giustizia.
    Oggi la Legge prevede strumenti per correggere la Legge e riportarla in linea con la Giustizia, qualora questo non avvenga. Usare quegli strumenti significa ammettere che non è una situazione eccezionale, ma che è una situazione normale sulla quale lavorare normalmente (e per normalmente intendo con tutti gli strumenti leciti a disposizione, compresi scioperi e manifestazioni).
    Voglio dire: quello che non funziona – e di cose che non funzionano ce ne sono tante – si raddrizza legalmente.

  3. Chi decide le situazioni eccezionali? E’ impossibile poi riportare (by definition) la legge con la Giustizia. E comunque l’obiezione di coscienza militare era nella repubblica e non sotto il fascismo.
    Prendere i sistemi “dittatoriali” come esempio è facile, oggi, perché, per esempio, l’ancient regime non è poi lontano millenni, e in quel sistema erano naturali e “giuste” (con la g minuscola) certe cose per noi impensabili.
    Probabilmente (e sperabilmente) le nostre leggi e il nostro contratto sociale sembrerà ingiusto ad un cittadino del futuro …

  4. quello che volevo dire, soprattutto, è che non bisogna mai essere “assoluti” nei propositi politici, soprattutto in quelli che vogliono essere di sinistra. Anche nel rispetto o meno delle leggi. Non si può e non si deve ridurre questo ad un sempre con la legge o sempre contro, il manicheismo è nemico della Giustizia …

  5. l’obiezione di coscienza ha smesso di essere reato mi pare negli anni sessanta. Ma guarda, il guado secondo me è la modificabilità delle leggi. Un sistema che non prevede che le leggi siano modificate si deve forzare, non c’è altra strada. Quando invece esistono gli strumenti democratici si devono usare quelli. Perché di mancato rispetto delle regole in mancato rispetto delle regole – e sempre a fin di bene, ci mancherebbe – siamo arrivati qui. Penso che sia ora di cominciare a rispettarle. Tutti, tutte. Poi cambiare quelle sbagliate, ma non come fosse la fine del mondo, ma come fosse democrazia che si evolve, che è quello che dovrebbe essere.

  6. Continuo a non essere d’accordo nell’assolutizzare il dover essere d’accordo. E questo noi lo possiamo ora fare perché siamo parte del main stream, lo status quo è calzato su di noi.

    Se fossimo immigrati invece dovremmo violarle, semplicemente esistendo perché magari irregolari, anche solo il tempo di trovare un lavoro (perché non è che dall’africa sub-sahariana si trovano i lavori online …), ed è giusto violarle, perché per noi sarebbero (e anche in assoluto secondo me) leggi ingiuste quelle che sul concetto stesso di immigrazione clandestina. Ma non possiamo farlo dall’interno perché siamo esterni al sistema, e al massimo possiamo aspettare che qualche “illuminato” sia così magnanimo da spendere un po’ di tempo e azione politica per noi.
    Ma la storia ce lo insegna, le cose bisogna prendersele e non aspettare che qualcuno ce le porti (vedi alla voce rivoluzione francese vs sovrani illuminati) e quindi noi immigrati dobbiamo andare contro le leggi e i codici per avere più Giustizia.

    p.s. l’obiezione di coscienza ha smesso di essere reato, ma è stata possibile anche perché alcune persone si sono fatti un po’ di carcere per darla a tutti …

    p.s.2 ovviamente andare contro le leggi esistenti quando porta più Giustizia, non sempre. Ma ripeto non bisogna assolutizzare mai né in un senso né nell’altro …

    p.s.3 ora vado a dormire, vediamo se qualcun altro interviene :)

  7. “Continuo a non essere d’accordo nell’assolutizzare il dover essere d’accordo” –> “Continuo a non essere d’accordo nell’assolutizzare il dover essere sempre con le leggi” o qualcosa del genere … sono chiaramente stanco :) (vedi p.s.3)

  8. Francesco Cerisoli

    Via, una terza voce
    Che mi dici, Emidio, di quelle situazioni in cui non si raggiungera’mai una maggioranza tale (nella popolazione, nell’opinione pubblica, in Parlamento…) da modificare una legge che tuttavia e’ingiusta? Come proteggere le minoranze dalla “dittatura della maggioranza”?
    Ma, per stare in topic, trovo che la cornice in cui inserisci le tue considerazioni sia sensata: e’tempo che anche a sinistra si riconosca che troppo spesso non siamo coerenti in tema di giustizia. Ed e’ un vero punto debole.

Lascia un commento

Subscribe without commenting