Honduras: il dramma di un paese sul precipizio

di Federico Martire.

"La vida cuesta arriba" by Jose Luis Duron

A fine giugno 2009 in Honduras andava in scena l’ultimo, in ordine cronologico, di una lunga serie di violenti atti politici che da troppo tempo caratterizzano il Centroamerica: Roberto Micheletti, con l’appoggio dell’esercito e della Corte Suprema, estrometteva dal potere, con un golpe quasi incruento, il presidente eletto Manuel Zelaya. La ragione del colpo di Stato, in seguito avallato anche dall’assemblea parlamentare del paese, stava nel processo di riforma della Costituzione del 1982 che Zelaya aveva avviato da qualche tempo e che sarebbe culminato, nelle intenzioni del deposto presidente, con un referendum popolare di approvazione. I motivi, in realtà, sono da ricercare, come quasi sempre in questi casi, nell’avversione che la piccola ma potente élite socio-economica honduregna covava nei confronti di Zelaya le cui politiche progressiste l’avevano fatto avvicinare, secondo la stampa centroamericana, a personaggi di calibro di Hugo Chavez o Fidel Castro.

Il colpo di Stato provocò ferme reazioni presso le Nazioni Unite, l’Organizzazione degli Stati Americani e l’Unione europea, ma non fermò il processo avviato da Micheletti che, per la realizzazione dei suoi obiettivi – in pratica, la restaurazione del previgente sistema politico e di potere in Honduras –, non esitò a dichiarare il coprifuoco in maniera del tutto arbitraria, togliere elettricità al paese e violare ripetutamente i diritti umani, come riportato in questo report di Human Rights Watch (le violazioni e le intimidazioni, sempre secondo l’istituto, si sono protratte anche durante l’attuale presidenza di Porfirio Lobo Sosa, eletto ad inizio 2010 in rappresentanza del Partido Nacional di centro-destra).

Tralasciando ora le più o meno gravi vicende che hanno seguito e fatto da corollario alla deposizione di Zelaya, al suo esilio e al suo ritorno in patria, facciamo un salto in avanti di circa due anni, arrivando all’estate 2011. Da quando è presidente Lobo Sosa, il paese ha iniziato a vivere una grave fase di regressione civile e sociale, vedendo buona parte delle riforme messe in atto da ‘Mel’ (il soprannome con cui gli honduregni chiamano Zelaya) soprattutto in ambito di lotta alla dilagante corruzione che colpisce il paese. E nell’estate di quest’anno è arrivato un ultimo duro colpo alle fondamenta dell’Honduras: una proposta di riforma della Ley de Educación che ha fatto indignare e tornare in piazza migliaia di catrachos (nomignolo affettivo con cui sono conosciuti gli Honduregni). Il disegno di legge, in fase di approvazione, provoca come diretta conseguenza una sostanziale privatizzazione del sistema educativo del paese, già fortemente sbilanciato in favore degli istituti privati d’élite e caratterizzato da carenze gravissime. Tanto per intenderci, l’entrata in vigore della legge provocherà l’immediata chiusura degli istituti pubblici per un periodo di quattro mesi (in pratica da qui alla fine dell’anno scolastico honduregno, che va da febbraio a dicembre) di modo tale da permettere la progressiva privatizzazione degli edifici; in aggiunta, va ricordato che in buona parte del paese maestri e professori non ricevono lo stipendio da mesi e, quando scendono in piazza a protestare contro le mancate prestazioni da parte del governo, vengono additati dal Ministero di nullafacenza, quasi fossero i colpevoli dell’agonizzante stato dell’educazione pubblica. Non a caso, molti giovani catrachos non vanno quasi mai a scuola se non che con il supporto di associazioni private quasi tutte spagnole o canadesi. Il risultato è che, dati alla mano, solo il 32% degli honduregni completa la scuola primaria, il peggior dato del Centroamerica.

La privatizzazione del sistema educativo rischia di rendere ancora più difficile l’accesso alle scuole da parte delle classi più povere del paese, la larga maggioranza degli honduregni, e colpirà anche il sistema universitario, restringendo ancora di più il cerchio intorno all’élite dominante del paese. E’ per questo che molti giovani hanno ripreso vaste manifestazioni di piazza che tanto ricordano quelle immediatamente successive al golpe, e che si è arrivati alla fondazione di un partito di estrema sinistra, il Frente Nacional de Resistencia Popular, che ha annunciato la presentazione di una candidatura alle elezioni presidenziali del 2013.

Quali saranno gli esiti politici della vicenda è ancora impossibile prevederlo, soprattutto in un paese che vive ancora sulla propria pelle la dolorosa scottatura di un golpe. Ciò che però è chiaro è il gravissimo rischio che le giovani generazioni honduregne stanno vivendo: già afflitti da una povertà dilagante, costretti a vivere in un paese senza particolari opportunità e sottoposti alla continua minaccia della violenza delle maras (i gruppi ‘mafiosi’ che seminano il panico soprattutto nella capitale Tegucigalpa e nella città costiera di San Pedro Sula), i giovani catrachos hanno ben pochi motivi per guardare con ottimismo al futuro. Durante la presidenza di Zelaya il Ministero dell’Istruzione incentivo la strutturazione di programmi didattici finalizzati a fomentare e sostenere la cultura nazionale, in un paese in cui l’identità è un mistero ancora irrisolto. Molti programmi furono pertanto indirizzati alla creazione di una coscienza civile e sociale delle giovani generazioni locali riguardo il patrimonio naturale e storico dell’Honduras che conta, fra gli altri, nomi quali Francisco Morazan, presidente e acceso promotore della Repubblica federale Centroamericana. Le carenze culturali e sociali non possono che avere conseguenze disastrose sul futuro dell’Honduras, un paese che già sta camminando, da troppo tempo, sull’orlo del precipizio.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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