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Ogni freccia denota dove ogni entità vorrebbe spostare il fardello del costo per il salvataggio della zona Euro |
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| 1.Il toreador con un cappello floscio, e il pilota di F1 con il suo casco, rappresentano la Spagna, l’Italia e il resto della Periferia Euro.2.I tre uomini con caschi, scudi e armi medievali rappresentano i partiti Cdu, Csu e Fdpin della Germania.
3.Il marinaietto blu e nero è la Finlandia. Ovvio. 4.La donna con una carota di grandi dimensioni e la sua amica in tuta con una pala rappresentano i Social Democratici e i Verdi. 5.Odino rappresenta la Bundesbank. 6. Il salvadanaio è il Fondo monetario internazionale. |
7.Il banchiere con i capelli grigi è la BCE.8.Il tizio in pettorina rossa è la Polonia.
9.Gli artisti sono la Francia. 10.Lo chef arrabbiato, la netturbina con una scopa, il pilota di linea, e il resto del gruppo eterogeneo in basso a sinistra, rappresentano i contribuenti dell’UE nei paesi centrali. 11.Le truppe d’assalto sono la Commissione europea e i ministri delle Finanze dell’Euro Gruppo, presieduto da José Manuel Barroso e Jean-Claude Juncker. 12. Il banchiere monocolo e il suo assistente sono obbligazionisti UE e gli azionisti. |
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Source: J.P. Morgan 2011 |
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Alessandro, Michele e Filippo si confrontano sul tema europeo del momento.
Alessandro: La CGIL nella sua contromanovra sostiene l’emissione di Eurobond “per sviluppare una politica europea di investimenti per l’innovazione del sistema industriale, ambientale e sociale, oltre che infrastrutturale, dei singoli Stati Membri”. Suona certamente molto bene, ma a ben vedere, una forma molto simile a quella richiesta già esiste: è la BEI, la Banca Europea per gli Investimenti. Dal momento che la BEI è finanziariamente indipendente dai singoli Stati, essa raccoglie il capitale attraverso l’emissione di titoli puramente europei, e lo utilizza per finanziare progetti di svilluppo infrastrutturali in Europa.
Michele: Nel 2010 la BEI ha concesso prestiti per investimenti nell’UE per poco più di 60 miliardi. Si trattava come sempre di singoli progetti a impatto locale/regionale (ad es. di sostegno alle PMI). L’organismo ha natura intergovernativa: chi lo dirige in ultima istanza sono i 27 ministri degli stati membri. Non è quello che si intende quando si parla di Eurobond. Quando si parla di una finanza federale europea al servizio di un piano di sviluppo che rilanci l’economia dell’UE ci si riferice (o ci si dovrebbe riferire) a un fondo di investimenti ottenuto emettendo titoli europei garantiti da un bilancio UE almeno raddoppiato e alimentato da risorse proprie, che consentirebbe di disporre in tempi brevi di una somma che potrebbe e dovrebbe aggirarsi intorno ai 1.000 miliardi da investire direttamente e prevalentemente in infrastrutture pubbliche materiali e immateriali su scala regionale, nazionale e continentale, e secondo una strategia complessiva che dovrebbe, secondo me, essere monitorata direttamente dalla Commissione, trasformata in un vero governo federale responsabile davanti al Parlamento Europeo.
Filippo: La BEI può svolgere un ruolo importante per il rilancio. Dall’esperienza pratica che ho acquisito nelle amministrazioni regionali dove ho lavorato, i prestiti alla BEI vengono utilizzati basicamente per finanziare a tassi bassi, grandi opere pubbliche. Cose che vanno dalla variante della tangenziale al (grande) centro di ricerca. Opere che (tanto per fare un esempio) l’Andalusia e l’Estremadura finanziavano con i Fondi strutturali ma che le regioni ricche (Euskadi, Navarra, Catalogna) dovevano invece finanziare diversamente.
Michele: Non intendo dire che la BEI sia inutile, naturalmente, né che i suoi progetti siano irrilevanti. Voglio dire che se l’obiettivo è di mettere in campo una politica roosveltiana, un New Deal europeo (e io sono convinto che niente di meno potrà bastare, e sono convinto che presto diverrà evidente, e sono convinto che presto o tardi ci si metterà tutti al lavoro su questo) allora la BEI così com’è oggi è come sparare all’elefante con la fionda…
Filippo: io sono d’accordo che è necessario un piano massiccio di investimenti che punti molto (moltissimo)
sulla ricerca e sull’innovazione. E sono cosciente dei limiti della BEI. Allo stesso tempo quando parliamo di New Deal bisogna riconoscere che la situazione è radicalmente diversa rispetto agli anni ‘30 del secolo scorso. Come ha detto qualcuno : “Nemmeno Keynes proporrebbe oggi di aumentare i disavanzi. Ai suoi tempi il debito pubblico era tra il 20 ed il 40 per cento del PIL e, comunque, Keynes prevedeva che l’aumento del disavanzo dovesse essere corretto non appena la ripresa si fosse manifestata, in maniera da mantenere il debito pubblico entro limiti gestibili”. Insomma come conciliare disciplina finanziaria e crescita?
Alessandro: Perfetto: c’è bisogno di una forte spinta agli investimenti, ma gli Stati al momento non sembrano in condizione di poterli finanziare viste le ristrettezze di bilancio. Vogliamo che la BEI non faccia solo prestiti, ma che impieghi direttamente i suoi soldi nella costruzione? Ok, perfetto, sono pienamente a favore, e anche nel mio articolo “’L’EuropahabisognodiunpianoE” lo sostenevo… Ma allora non parliamo di “fare gli Eurobond” che sono una cosa, anche se ancora allo stato embrionale, completamente diversa. In questi giorni quando si parla di “Eurobond” si parla di finanziare il debito pubblico dei singoli Stati accumulato nel passato, non di progetti di investimento per il futuro.
Michele: Qui bisogna assolutamente capirsi. Il modo corretto di impostare il tema degli Eurobond è esattamente quello keynesiano: una finanza federale europea si rende oggi indispensabile appunto perché i singoli bilanci nazionali sono in molti casi al limite della sostenibilità, mentre questo non vale per l’eurozona nel suo complesso. Il debito complessivo degli stati membri consente un margine ulteriore, purché sia finalizzato a una grande strategia di investimenti per lo sviluppo sostenibile e per l’occupazione. Bisogna però essere consapevoli del fatto che un piano simile può essere varato soltanto da un governo economico unico: niente governo, niente piano.
Per inciso, anche solo avviare con decisione questo processo chiarendo qual è la méta, precisando le scadenze, i passaggi e gli obiettivi dovrebbe essere sufficiente, già fin da ora, a placare i timori dei mercati. Un’Europa che si avviasse in grande stile verso un’unione federale – anche fra un numero più ristretto di membri, all’inizio – costituirebbe un’iniezione di fiducia nella finanza e nell’economia globali. Temo che ogni alternativa di più basso profilo si rivelerà drammaticamente inadeguata.
Alessandro A forza di parlarne e tirarli sempre fuori in salse sempre diverse, il progetto degli Eurobond rischia di fallire per colpa dei suoi stessi proponenti. Dall’impressione che ho, i Tedeschi (che certo non sono i più amichevoli e disponibili) a forza di sentirsi tirati in mezzo ogni volta, a forza di sentirsi criticare a destra e manca perchè non vogliono gli E-bond, stanno iniziando a scocciarsi e a pensare sempre più che stiamo cercando “solo degli escamotage per non fare i nostri compiti (fiscal consolidation+crescita)” (cit.). Anche il partito tedesco dei verdi, che prima erano un po’ più aperti e pronti a discuterne, si stanno tirnado indietro davanti a tutto questo…
Filippo: È vero quello che dici sugli Eurobond, se ne parla in tutte le salse. E cosi facendo si rischia di banalizzare il concetto.
Michele: Siccome le possibili varianti a tutti i livelli di un progetto simile sono pressoché infinite, conviene concentrarsi su quello che è il vero nodo da sciogliere per dare un senso al tema e al dibattito: chi auspica gli Eurobond sapendo quello che dice lo fa auspicando che l’architettura istituzionale dell’UE si converta in un sistema essenzialmente federale. Il che presuppone perciò, accanto a un’agenzia che emetta titoli europei, qualcosa come un Tesoro europeo (ad es. un Commissario, o ciò che più vi piace), un Parlamento con veri poteri legislativi, una Commissione nominata in base alla composizione politica del PE, una procedura decisionale senza unanimità, una fiscalità federale e un bilancio adeguato in cui sarebbe ovvio, allora, avere anche una parte in conto capitale. In breve, non ha senso chiedere gli Eurobond senza chiedere un’Europa federale. Questo i federalisti europei lo sanno e lo dicono da qualche decennio.
Alessandro: Sì, ma progettare un sistema federale non è una cosa facile e semplice da gestire: bisogna avere giudizio nel progettarlo. Il Trattato di Maastricht ha richiesto molti anni per essere implementato, con una fase di transizione per omogeneizzare le situazioni dei singoli Stati: eppure dopo 20 anni ci troviamo con qualcosa che non ha funzionato come doveva e rimane incompleto. Bisogna fare molta attenzione a “non fare la frittata” in questo processo, coinvolgendo gli Stati contro la propria volontà. Pensate a quanto ai “padani” non va giù il fatto che le loro tasse vadano al Sud, nonostante siano connazionali da 150 anni…
Michele : In ogni caso chi ha capito che la soluzione federale dovrà essere l’ultimo stadio del processo di integrazione europea, oppure l’UE si avvierà verso un lento ma inesorabile declino economico, sociale e politico, auspica tutto ciò ed è ben felice che il maggior numero possibile di forze politiche e sociali (il PD con Fassina e Gozi, la CGIL e chiunque altro) spinga in questa direzione. Se il dibattito pubblico fa confusione e prende qualche cantonata non è un dramma, è normale: nella misura in cui il progetto si avvicinerà alla sua realizzazione i dettagli si chiariranno nelle sedi opportune e i problemi si risolveranno man mano che si presenteranno. L’esigenza di chiarezza e precisione avanzata da Alessandro è giusta e comprensibile, e da uno studioso serio non dobbiamo aspettarci di meno, ma non possiamo aspettarci che i capi di governo dell’UE si siedano intorno a un tavolo a disegnare l’Europa federale con tutti i suoi pezzi al posto giusto. Questa sarebbe un po’ un’illusione illuministico-costruttivista. L’Europa federale si farà nel processo. Se si inizia con gli Eurobond questi si chiameranno dietro gli altri pezzi, perchè uno stato è un organismo in cui tutti gli organi devono esistere e funzionare insieme, e prima o poi tutti finiscono per capirlo. Il fatto stesso che l’UE sia partita con il carbone e l’acciaio è un assurdo logico da un punto di vista politico istituzionale, eppure oggi abbiamo l’UE, che a tavolino non si sarebbe mai fatta.
Filippo: Altra piccola nota, sempre parlando di fondi strutturali. Alcuni iniziano a far notare che i paesi in pericolo (PIIGS) sono proprio quelli che negli anni passati hanno beneficiato di finanziamenti europei a pioggia. Era quindi tutta una bolla drogata dai finanziamenti europei?
Alessandro: sinceramente non credo: la situazione economica nei paesi periferici non è il risultato di uno scoppio di una bolla per troppi investimenti strutturali. Magari! Questo è un tipo di bolla che si potrà vedere in Cina, quando si arriverà ad un livello tale di investimenti che non si potrà più sostenere la crescita tramite la spesa in conto capitale. Spagna ed Irlanda hanno avuto una bolla speculativa, ma era una bolla del settore immobiliare-residenziale. La questione è invece opposta: perché , nonostante questi investimenti, non sono riusciti ad ottenere un’economia più stabile? Una risposta può venire dagli indicatori di “governance” della Banca Mondiale: questi, infatti, mostrano che c’è una grande differenza tra i paesi “Core” della zona Euro e il “Club Med” (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna). In particolare la Grecia e l’Italia mostrano delle performance particolarmente negative, e ben differenti da Portogallo e Spagna, i cui standard sono comunque ancora nettamente sotto la media dei paesi centrali. Su quasi ogni misura i valori sia della Grecia che dell’Italia sono più di due deviazioni standard al di sotto della media dell’Eurozona. Anche analizzando dinamicamente le variabili si scopre come questi paesi non abbiano “imparato” dai primi della classe grazie all’Euro: tutti e quattro hanno infatti peggiorato la propria performance dal 2001, ampliando un divario che era già presente all’epoca del Trattato di Maastricht.
Michele: E’ normale che sia così. Un paese è “pig” non solo perchè ha poche risorse, ma perchè è un sistema inefficiente, cioè non è competente nel gestirle. Per questo occorre un piano generale gestito centralmente e una congrua cessione di sovranità. Sono i prestiti “salva-stati” che non salvano nulla, perchè il secchio è bucato.
Però attenzione: non serve neppure puntare il dito del moralista e dire: “Si arrangino”. Perchè secondo la stessa logica noi dovremmo mandare al diavolo il nostro sud, e tutti dovrebbero fare altrettanto con i loro sud – e, naturalmente, ognuno è anche sempre il sud di qualcun altro e alla fine ci manderemmo tutti al diavolo, e non è questo che intendiamo quando diciamo “politica”, e “civiltà”. Allora diamoci una mano e cooperiamo, però in maniera intelligente. Federazione significa occuparsi in modo efficiente ed efficace dei problemi al livello esatto in cui si trovano, mediante una distribuzione ragionata delle competenze e delle risorse. E’ intelligenza applicata alla politica – senza dimenticare il buon senso.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti








Aggiungo, all’ultima osservazione di Michele, che il “si arrangino” non è solo egoista ma è tendenzialmente autolesionista. Come ben sappiamo, Grecia, Italia ecc. sono anche facili e buoni mercati per i prodotti tedeschi (e per le banche tedesche).