“Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione”.(da La Ricotta di P.P. Pasolini)
Nel 2011 una classe media si fa fatica a individuarla in Italia: la riduzione dei redditi degli ultimi 20 anni, soprattutto nel terziario, ha compresso nella stessa fascia di reddito insegnanti, liberi professionisti, lavoratori autonomi, operai specializzati che, sociologicamente parlando, non ha senso inserire in un’unica classe. Non e’ più la borghesia che controlla gli strumenti produttivi del XIX secolo. Nel ’900 per classe media si e’ inteso piu’ che altro una fascia di popolazione che ha certi livelli di consumo, ma allora l’essere parte di una “classe media” diventa più una categoria dello spirito. Così come lo “stare al centro”: non autonoma visione del mondo, quanto al contrario uno stare nel mezzo, equidistante dalle varie scelte per poter decidere all’ultimo dove andare.
Stiamo dunque parlando di quella borghesia italiana inesistente di cui tanto male hanno scritto o parlato più o meno tutti gli intellettuali italiani da Antonioni a Montanelli, dallo stesso Pasolini a Gaber. Una classe media che si caratterizza per l’assenza di valori propri, da rivendicare volta per volta, ma invece medi in quanto minimo comun denominatore dellla (stra)maggioranza: valori talmente comuni da non scontentare nessuno.
E’ dunque un gran problema la crisi di questa classe media? In quanto classe non molto, in quanto pezzo della società molto rappresentativo invece lo e’.
Oggi per chi e’ nato dopo i “fantastici anni ’60″ studiare non basta, credere di poter superare in benessere i propri genitori è per lo più velleitario, le crisi ambientali ed economiche hanno dimostrato che la corsa verso ovest è finita: i limiti del progresso sono già stati raggiunti. Il ceto medio perde la benzina con la quale ha fatto girare l’economia italiana e si ripiega su se stesso: cerca di difendere le proprie posizioni di rendita e le conquiste dei sacrifici ereditati dal passato.
Un ceto medio conservativo è un motore ingolfato, è una bicicletta con la catena saltata che cerca di continuare ad andare avanti il più possibile prima di cadere. E un gruppo di persone così inizia a ragionare diversamente sul futuro e su chi ha vicino, persino su quella che una volta era la rete solidale più importante: la famiglia allargata. Gli italiani brava gente, sempre cordiali e sempre ospitali, sono cambiati. L’invidia sociale, la vendetta, il rancore diventano sentimenti sacrosanti: c’è sempre qualcun altro da incolpare e da additare al linciaggio (mediatico o morale che sia).
La crisi del ceto medio non e’ pero’ la crisi di una classe sociologica, ne’ di un segmento di popolazione statisticamente individuabile tramite alcuni indicatori: e’ la crisi di un modello culturale, e’ la crisi dell’idea di società che si fonda su una classe media stabilizzante perche’ maggioritaria (vedi anche la Coscienza di un liberal di Krugman). A questa crisi non ha senso, a mio avviso, contrapporre soluzioni di carattere economico o politico se prima non si fa un rivoluzione culturale. Qual e’ la narrazione sociale che puo’ riavviare un circolo virtuoso che spinga le persone a credere in un futuro migliore del passato?
La risposta c’e’ e non e’ nemmeno lontana. Bisogna sfruttare le occasioni che il nostro tempo ci da’: possibilita’ di uscire da confini nazionali per studiare e lavorare, di condividere e redistribuire conoscenze, ricchezze ed esperienze, non per prevalare come individuo di successo, ma per consentire che l’intero corpo sociale avanzi insieme. Un modello aperto di progresso. E se questo e’ il ragionamento poi la politica puo’ abbattere quelle barriere che limitano nei fatti le possibilita’ di studiare all’estero siano esse culturali (conoscenza delle lingue) che ecnomiche, puo’ sostenere modelli di fruizione dei servizi pubblici che siano coinvolgenti e partecipati invece che erogati a mo’ di elemosina per gli indigenti.
La crisi del ceto medio di questi anni è frutto della crisi di un modello culturale che ha funzionato dal dopoguerra fino ad oggi, perché l’Italia era una paese diverso inserito in un mondo diverso. E’ però pericoloso gingillarsi con le nostalgie della belle epoque: si rischia di trasformarci tutti nel mostro pasoliniano. L’unica strada che abbiamo davanti è quella di inventarsi un nuovo modello culturale fondato sulla redistribuzione e sulla condivisione invece che sulla crescita e sull’accumulazione. Uno schema che consenta magari di salvare l’enorme rete di affetti fuori e dentro la famiglia e, di rimbalzo, consenta di muoversi agevolmente in un mondo immerso nelle tre crisi ecologica, energetica ed economica. E siccome l’uomo medio è il risultato di una media: o lo siamo tutti assieme e non lo siamo da soli.
iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti






Interessante che Michael Moore (che non amo particolarmente) individui nell’attacco alla middle class USA (che data al Reagan del 1981) la genesi di quanto stiamo vedendo oggi per le strade di New York con la tentata occupazione di Wall Street.
http://www.carta.org/2011/08/il-giorno-in-cui-e-morta-la-middle-class/