Dio salvi la classe media

di Stefano Minguzzi.

"Middle Class RIP" by DonkeyHotey

“Lei non ha capito niente perché lei è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione”.
(da La Ricotta di P.P. Pasolini)
Il cosiddetto uomo medio che fa parte del ceto medio e perciò vota al centro è obiettivamente un mostro. Talmente brutto da non poter esistere davvero. Stiamo parlando di un Altro su cui riversare tutte le nostre frustrazioni sociali o stiamo parlando di persone? Sicuramente c”è molta differenza tra la middle class nordamericana e la classe media italiana. Da un lato viene in mente il perbenismo anni ’50 dell’american dream e dell’espansione infinita dell’economia capitalista, dall’altro la maggioranza silenziosa degli anni di piombo che diventerà poi la maggioranza caciarona e dissoluta degli anni ’80. Da un lato la forza propulsiva di una “classe” che produce e consuma ricchezza, autoavverrando il proprio sogno di benessere infinito, dall’altro una “classe” intimorita e rancorosa che sostiene qualsiasi svolta reazionaria e conservatrice per ristabilire l’ordine.

Nel 2011 una classe media si fa fatica a individuarla in Italia: la riduzione dei redditi degli ultimi 20 anni, soprattutto nel terziario, ha compresso nella stessa fascia di reddito insegnanti, liberi professionisti, lavoratori autonomi, operai specializzati che, sociologicamente parlando, non ha senso inserire in un’unica classe. Non e’ più la borghesia che controlla gli strumenti produttivi del XIX secolo. Nel ’900 per classe media si e’ inteso piu’ che altro una fascia di popolazione che ha certi livelli di consumo, ma allora l’essere parte di una “classe media” diventa più una categoria dello spirito. Così come lo “stare al centro”: non autonoma visione del mondo, quanto al contrario uno stare nel mezzo, equidistante dalle varie scelte per poter decidere all’ultimo dove andare.

Stiamo dunque parlando di quella borghesia italiana inesistente di cui tanto male hanno scritto o parlato più o meno tutti gli intellettuali italiani da Antonioni a Montanelli, dallo stesso Pasolini a Gaber. Una classe media che si caratterizza per l’assenza di valori propri, da rivendicare volta per volta, ma invece medi in quanto minimo comun denominatore dellla (stra)maggioranza: valori talmente comuni da non scontentare nessuno.
E’ dunque un gran problema la crisi di questa classe media? In quanto classe non molto, in quanto pezzo della società molto rappresentativo invece lo e’.

Il ceto medio italiano, come si diceva, è costituito da commercianti, lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (sia nel pubblico che nel privato), lavoratori autonomi, il grosso dei pensionati. E’ un segmento di popolazione che condivide una fascia di reddito media appunto rispetto ai picchi e ai baratri della restante parte degli italiani. Ed è il vero motore dell’economia: sono quelle persone che messe insieme hanno i numeri per sostenere certi livelli di spesa pubblica, certi livelli di consumi e quindi anche certi livelli di stipendi. Ha potere economico, ma non e’ classe creativa. Se questo gruppo di persone va in crisi, va in crisi tutto. E allora il ceto medio inizia ad essere interessante per la sorte del paese.
Se da un lato non è un gruppo di persone con un’ideologia di classe è anche vero che ha avuto in passato un’ideologia comune. In Italia l’uscire dalla poverta’, diventare “rispettabile”, “mettersi a posto”, “sistemarsi” sono tutte espressioni intrise si’ di perbenismo, ma anche di in una convinzione atavica nel progresso. Una Fede con la maiuscola che ha portato contadini poverissimi a inventarsi l’economia del nord-est, che ha consentito di terziarizzare gran parte del nostro mezzogiorno e dell’Italia centrale. Lo schema è semplice ed è comune a tutte le regioni: ci si spezza la schiena nei campi o nelle fabbriche per far studiare i propri figli così che questi salgano nella scala sociale, guadagnino di più e aiutino a loro volta “la famiglia”: fratelli, sorelle, genitori, nonni, cugini e ovviamente i propri figli. Paradossalmente la dimostrazione più grande di questo ottimismo sconfinato sono i piloni di cemento armato che spuntano sui tetti delle case abusive: oggi costruisco il primo piano, domani costruirò il secondo. L’ascesa è infinita. Un’enorme catena di sant’antonio che converte sacrifici in ricchezza. Un circolo che si è spezzato con la generazione dei figli del baby boom.

Oggi per chi e’ nato dopo i “fantastici anni ’60″ studiare non basta, credere di poter superare in benessere i propri genitori è per lo più velleitario, le crisi ambientali ed economiche hanno dimostrato che la corsa verso ovest è finita: i limiti del progresso sono già stati raggiunti. Il ceto medio perde la benzina con la quale ha fatto girare l’economia italiana e si ripiega su se stesso: cerca di difendere le proprie posizioni di rendita e le conquiste dei sacrifici ereditati dal passato.

Un ceto medio conservativo è un motore ingolfato, è una bicicletta con la catena saltata che cerca di continuare ad andare avanti il più possibile prima di cadere. E un gruppo di persone così inizia a ragionare diversamente sul futuro e su chi ha vicino, persino su quella che una volta era la rete solidale più importante: la famiglia allargata. Gli italiani brava gente, sempre cordiali e sempre ospitali, sono cambiati. L’invidia sociale, la vendetta, il rancore diventano sentimenti sacrosanti: c’è sempre qualcun altro da incolpare e da additare al linciaggio (mediatico o morale che sia).

La crisi del ceto medio non e’ pero’ la crisi di una classe sociologica, ne’ di un segmento di popolazione statisticamente individuabile tramite alcuni indicatori: e’ la crisi di un modello culturale, e’ la crisi dell’idea di società che si fonda su una classe media stabilizzante perche’ maggioritaria (vedi anche la Coscienza di un liberal di Krugman). A questa crisi non ha senso, a mio avviso, contrapporre soluzioni di carattere economico o politico se prima non si fa un rivoluzione culturale. Qual e’ la narrazione sociale che puo’ riavviare un circolo virtuoso che spinga le persone a credere in un futuro migliore del passato?

La risposta c’e’ e non e’ nemmeno lontana. Bisogna sfruttare le occasioni che il nostro tempo ci da’: possibilita’ di uscire da confini nazionali per studiare e lavorare, di condividere e redistribuire conoscenze, ricchezze ed esperienze, non per prevalare come individuo di successo, ma per consentire che l’intero corpo sociale avanzi insieme. Un modello aperto di progresso. E se questo e’ il ragionamento poi la politica puo’ abbattere quelle barriere che limitano nei fatti le possibilita’ di studiare all’estero siano esse culturali (conoscenza delle lingue) che ecnomiche, puo’ sostenere modelli di fruizione dei servizi pubblici che siano coinvolgenti e partecipati invece che erogati a mo’ di elemosina per gli indigenti.

La crisi del ceto medio di questi anni è frutto della crisi di un modello culturale che ha funzionato dal dopoguerra fino ad oggi, perché l’Italia era una paese diverso inserito in un mondo diverso. E’ però pericoloso gingillarsi con le nostalgie della belle epoque: si rischia di trasformarci tutti nel mostro pasoliniano. L’unica strada che abbiamo davanti è quella di inventarsi un nuovo modello culturale fondato sulla redistribuzione e sulla condivisione invece che sulla crescita e sull’accumulazione. Uno schema che consenta magari di salvare l’enorme rete di affetti fuori e dentro la famiglia e, di rimbalzo, consenta di muoversi agevolmente in un mondo immerso nelle tre crisi ecologica, energetica ed economica. E siccome l’uomo medio è il risultato di una media: o lo siamo tutti assieme e non lo siamo da soli.

iMille.org – Direttore Raoul MinettiiMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. Interessante che Michael Moore (che non amo particolarmente) individui nell’attacco alla middle class USA (che data al Reagan del 1981) la genesi di quanto stiamo vedendo oggi per le strade di New York con la tentata occupazione di Wall Street.

    http://www.carta.org/2011/08/il-giorno-in-cui-e-morta-la-middle-class/

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