di Francesco Molica.
Unione europea rima bene con paradosso. Ne sa qualcosa il Parlamento di Strasburgo. Negli ultimi trent’anni, di trattato in trattato, s’è visto assegnare senza posa inedite competenze. La Carta di Lisbona ne esalta la centralità asserendo che il “funzionamento dell’Unione è fondato sulla rappresentanza democratica”. Eppure le ultime elezioni europee hanno inanellato un record di astensioni dietro l’altro. Il quoziente di partecipazione al voto è continuato a diminuire inesorabilmente: “down and down and down some more” come cantavano i Clash. Nonostante operi ormai su un piede di semiparità con il Consiglio Ue, l’Europarlamento non gode insomma di un riconoscimento popolare adeguato. Stando a un recente Eurobarometro, ispira nei cittadini maggiore fiducia al paragone di Commissione e Consiglio stesso, ma in troppi ancora ne deplorano l’inefficienza (38%), ne ignorano l’importanza o puntano il dito contro la sua presunta indifferenza al cospetto delle loro esigenze (60%). La patologia è, come si sa, ben più estesa, interessando l’Unione nel suo insieme. La chiamano “deficit democratico”, ovverossia la latitanza sull’agora europeo di alcuni di quegli ingredienti, e formali e informali, caratteristici degli ordinamenti democratici nazionali.
Non va confusa con una panacea miracolosa, ché per guarire le storture albergate dal sistema politico e istituzionale comunitario non basterebbe neanche un esercito di pranoterapeuti professionisti. Ma la proposta di riforma elettorale del Parlamento europeo a firma del deputato britannico Andrew Duff, indica la corretta traiettoria d’azione per risolvere l’ammanco di legittimità dell’Unione europea. Sennonché, planato a inizio luglio sulla plenaria di Strasburgo dopo una gestazione lunghissima, il testo Duff è stato subito rispedito alla commissione parlamentare competente per un’ulteriore disamina. Complice un grappolo di passaggi ritenuti troppo controversi per incamerare un imprimatur sufficientemente maggioritario da parte dell’emiciclo.
E visto che il paradosso è figura retorica molto cara anche agli europarlamentari, proprio il fiore all’occhiello del rapporto, la sua proposta più pregnante al lume dei succitati problemi non ne convince un folto contingente. Quella cioè che dispone, a partire dal voto europeo del 2014, l’assegnazione di 25 seggi extra attraverso liste transnazionali presentate su un’unica, ampia circoscrizione europea (oggigiorno ogni paese membro regola a proprio modo l’elezione dei rappresentanti europei su base nazionale). Liste che, per potere essere ammesse in corsa, dovrebbero inglobare candidati provenienti da almeno nove stati diversi, nonché tenere fede a criteri minimi di rispetto delle pari opportunità.
Le ricadute positive in chiave democratica liberate da una siffatta innovazione sono svariate. A cominciare dalla promozione di quella ineffabile “sfera pubblica europea”, invocata come un mantra da documenti ufficiali, pubblicazioni accademiche, risoluzioni legislative, quanto tragicamente incompiuta. Se si trasferisse una parte della tenzone elettorale sul piano comunitario, si forzerebbero gli attori in gioco (le liste transnazionali, dunque) a impostare la campagna su tematiche precipuamente europee. Laddove, con l’attuale sistema, le elezioni per Strasburgo hanno negli anni assunto i contorni di uno scrutinio nazionale di secondo rango. Con candidati che competono spesso e volentieri su promesse elettorali che poco o nulla hanno a che spartire con il loro futuro impegno in seno all’assemblea. Tanto che una delle lagnanze che più echeggiano nei corridoi delle istituzioni di Bruxelles è che molti deputati sbarcano in emiciclo senza avere la più pallida idea di come funzioni l’arzigogolato decision-making comunitario. Un tempo si favoleggiava perfino di quell’esimio rappresentante patrio che, a più di un anno dall’insediamento a Strasburgo, chiese un giorno a un suo collega: “ma perché continuiamo a proporre emendamenti ai testi della Commissione e non presentiamo noi stessi le leggi?”. Evidentemente, nessuno si era preso il disturbo di informarlo che l’iniziativa legislativa spetta in via esclusiva proprio alla Commissione.
Per converso, grazie all’introduzione di liste transnazionali, gli elettori sarebbero alfine chiamati a scegliere tra concrete visioni politiche concorrenti sulle prospettive future dell’Ue, non quelle di un solo paese, peggio di una sola regione o del loro cortile di casa. Questo, di rimando, indurrebbe la stampa a recuperare interesse e attenzione nei confronti di Bruxelles accrescendo, si spera, “la consapevolezza dell’Europa” tra i comuni cittadini. E, in ultimo, stimolerebbe il dibattito pubblico attorno all’attività legislativa comunitaria, facendo sentire una genuina pressione popolare sui suoi indirizzi futuri.
Ci sono anche delle implicazioni di riguardo per quel che afferisce l’architettura istituzionale dell’Ue. Una pratica a lungo deplorata dai cenacoli europeisti concerne la designazione del presidente della Commissione, che resta in mano ai governi nazionali riuniti in seno al Consiglio. I quali, solo una volta pervenuti ad accordarsi su un nome, sovente un candidato di compromesso (Barroso docet!), lo sottopongono al via libera del Parlamento. Prendere o lasciare.
Il vento sta cambiando: il Trattato di Lisbona, ad esempio, prescrive che il futuro timoniere della Commissione sia selezionato tenendo conto dei risultati delle elezioni europee. Tale indicazione verrebbe riempita di senso se ognuna delle famiglie politiche comunitarie (Socialisti, Popolari, Liberali etc.) esprimesse con chiarezza un suo candidato presidente mettendolo alla testa della propria lista transnazionale.
Infine, si arriverebbe a conferire un decisivo input di legittimità ai partiti transnazionali, rimasti a lungo dietro le quinte, in un primo tempo perché sprovvisti di formale riconoscimento giuridico, poi per causa di bilanci risibili, nonché messi in ombra dai corrispondenti (ma non sempre equivalenti) gruppi politici che si formano in seno al parlamento e dalle singole formazioni nazionali che li monopolizzano. Scendendo direttamente nell’agone politico, ovvero offrendo i loro simboli in calce alle liste transnazionali, i partiti europei potrebbero tirarsi definitivamente fuori dall’anonimato, farsi conoscere agli ignari elettori e cominciare a pesare in modo più determinante sull’attualità politica comunitaria.
Perché allora a molti deputati europei sta stretta una proposta che, con tutta evidenza, rafforzerebbe il profilo pubblico dell’istituzione nella quale siedono? Pare che in molti temano di vedersi la scena rubata dai candidati delle liste transnazionali, che andrebbero a formare una sorta di “Ivy League” di super-parlamentari. Lasciando tutti “gli altri” al palo, a lottare per quindici minuti di fama in quell’Ade di semianonimato in cui languono da che mondo e mondo. Non per caso per la compilazione delle liste già si parla di nomi altisonanti, per esempio un Blair, un Verhofstadt e via proseguendo. Sbagliato abbaiare contro questa idea. La politica contemporanea è sempre di più un affare di personalità (e personalismi) che di idee, un risvolto intuito un centinaio di anni fa da Max Weber. A maggior ragione in Parlamento, dove la forza delle narrazioni ideologiche del Novecento s’è sempre fatta sentire di meno, c’è un disperato bisogno di figure conosciute e carismatiche per conquistare la fiducia e l’interesse dei cittadini.
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Liste transnazionali: la proposta Duff per le prossime elezioni europeeiMille.org – Direttore Raoul Minetti








Sicuramente la proposta Duff sarebbe un bel passo avanti. Ma, così per sognare, non sarebbe più logico che i partiti e i corrispondenti seggi all’Europarlamento fossero tutti transnazionali – cioè europei davvero?
@Corrado: nel mio commento al precedente post sul tema (vedi link in calce all’articolo) esprimevo una certa perplessità per la proposta Duff ritenendo un po’ pochini 25 deputati eletti su liste transnazionali. Allo stesso tempo ipotizzavo che forse la proposta era così leggera proprio perchè il terreno era delicato. Ne ho avuto la conferma qualche mese fa.
Nel corso di una conferenza al Parlamento Europeo (PE), il leader ecologista europeo Daniel Cohn-Bendit spiegò che la proposta Duff non aveva raccolto l’appoggio dei due grandi blocchi paralmentari (PPE e PSE) e che financo nel gruppo dei Verdi eran divisi. Perchè spiegava Cohn-Bendit i membri verdi del Nord-Europa esitavano parecchio, temendo che una simile proposta (appena 25 seggi!) gli sarebbe costata cara in termini di consensi elettorali.
L’euro-esitazione afflige anche i Verdi! Ossia quelli che insieme all’ALDE(Liberali) di Verohfstadt dovrebero essere l’avanguardia europeista del Parlamento Europeo.
In Europa siamo così confusi che non oramai non si riesce neanche più a mettersi d’accordo sul minino comun denominatore. Oramai è chiaro la crisi finanziaria, poi diventata economica, è soprattutto politica.
25 deputati sono pochini, d’accordissimo con voi. Ma se guardiamo la cosa con occhi da “funzionalisti”, si tratta pur sempre di un’importante innovazione che, con il tempo, avrebbe potuto essere rafforzata.
Invece temo che la commissione AFCO, alla quale il testo è tornata indietro, la annacquerà o casserà definitivamente.