di Marco Campione.
Roger Abravanel sul Corriere di ieri denuncia il proliferare dei 100 e Lode all’esame di Stato nelle regioni del Sud, con alcune punte incredibili in Calabria (scuole con 18-20 lodi). Il tema non è secondario perchè -come fa notare lo stesso consulente del MIUR prestato al giornalismo- a quei risultati è vincolata l’erogazione delle (poche) borse di studio legate al merito. E questo ostinarsi ad assegnare le borse sulla base di criteri oggettivamente inefficaci – a maggior ragione in una fase di contrazione delle risorse – è sempre a discapito dei più bisognosi, quei capaci e meritevoli di cui parla la nostra Carta. E così “tanti giovani eccellenti che potrebbero essere ammessi alle migliori università si iscrivono a quella sotto casa perchè non possono permettersi i costi di trasferta”.
Attenzione però: il voto dipende per 1/4 dal curriculum del triennio, dunque non è solo nell’esame finale che questa aberrazione statistica si verifica ed è perciò sintomo di un’uso della valutazione che non segue criteri omogenei sul territorio nazionale.
Tralasciamo qui le ragioni (non tutte deprecabili) di natura storica, socio-economiva e politica che hanno indotto chi insegna (e valuta) nelle regioni meridionali a questo comportamento e proviamo ad indicare alcune possibili linee di intervento.
1. Terza prova uguale per tutti e corretta da un ente indipendente, che potrebbe ad esempio coincidere con la prova Invalsi (a patto che l’istituto sia reso autonomo dal Ministero);
2. Griglie di correzione rigide,definite dal Ministero, per la seconda prova;
3. Commissari esterni (incluso il Presidente) che insegnano da almeno 10 anni in una regione differente.
A questi correttivi, che agiscono sulla maggiore oggettività dei risultati, se ne deve affiancare un altro, che è il più importante di tutti perchè nessuna rilevazione che necessita dell’intervento umano potrà mai essere totalmente obiettiva. Si dovrà procedere ad un rigoroso (anche se campionario per ovvie ragioni) lavoro di valutazione dell’operato delle commissioni con un processo sanzionatorio per chi non si comporta correttamente.
Un impianto di questo tipo comporta un aumento dei costi, ma quello che il legislatore deve decidere è se vuole mantenere un esame di Stato per il conseguimento del Titolo al termine del percorso di studi superiore e in quel caso deve tornare ad assegnargli la credibilità perduta, investendo le risorse che è necessario investire.
L’alternativa è prendere atto che ciò non è più possibile e dunque abolire il valore legale del titolo, lasciando alle Università e al mondo del lavoro (anche pubblico) piena libertà nella selezione dei propri studenti e dipendenti.iMille.org – Direttore Raoul Minetti






Caro Marco,
concordo con te su quanto hai osservato ed in linea con il commento dello stesso Corriere dell’anno scorso sullo stesso argomento. Avrei però evitato la foto che avete selezionato perchè accostata al titolo dell’articolo potrebbe suggerire ad un lettore poco attento e che non segue nel tempo questa tematica che gli studenti del nord siano degli asini: ovvio paradosso ed ulteriore testimone della non credibilità del nostro paese che proprio in questi giorni può ben misurarsi empiricamente e quantitativamente in termini economici.
Complimenti per il blog che ha proprio un egregio layout grafico e di organizzazione dei contenuti.
Ciao,
Marco
ho detto la mia sul blog; nel frattempo sono andato a vedere i risultati sui giornali calabresi e il problema non riguarda solo i 100 e lode (da 2 a 3 100 per classe)
Aggiungo una problematica a una questione che di certo non è facile di suo: le classi sperimentali. Parto da un’esperienza personale. Le cose son cambiate da 10 anni fa, probabilmente, ma nel mio liceo oltre alle sezioni tradizionali convivevano 4 sperimentazioni diverse, fra cui quella che frequentavo io, ovvero la sperimentazione Brocca a indirizzo scientifico, che prevedeva fino a 9 ore di lezione settimanali in più rispetto a un liceo tradizionale, con conseguente maggiore approfondimento nello studio delle scienze. Il titolo di studio, però, è praticamente equivalente, e per un loro (sbagliato, a mio avviso, anche se comprensibile) “senso di giustizia” i professori, dopo anni di voti strettissimi, gonfiarono alcuni voti d’esame. Di quei 100, però, escludendo me che mi son dedicato alle scienze molli (ma faccio felicemente il lavoro che mi piace), gli altri sono ricercatori all’Università di Bologna, in quella di Tolosa e nel team di Veronesi, più uno che è chirurgo in Belgio. Né poi quei voti servirono, dato che nei test di ammissione all’università avrebbero avuto valore solo in caso di pari punteggio per l’ultimo posto disponibile. E forse la strada giusta, all’università, è proprio quella del test, che valuta le conoscenze che quell’ateneo ritiene importanti per la prosecuzione degli studi. Idem per il mondo del lavoro, con la selezione nel privato che già oggi raramente si fida di un voto d’esame.
Davide, le sperimentazioni sono state abolite (sarebbe un lungo Off Topic e dunque non commento) e quel problema non esiste più.
Sulla seconda parte del tuo commento. Di fatto quello che sta avvenendo è ciò che nel post io chiamo “l’alternativa”: abolizione di fatto del valore legale. Tranne che nel pubblico impiego (e nell’assegnazione delle borse e poco altro). Io dico che il legislatore a questo punto deve scegliere: o lo abolisce anche de iure oppure restituisce credibilità all’esame.
Infatti nulla da eccepire sull’articolo, davo solo un ulteriore argomento a favore della seconda ipotesi. Ho fatto la differenza fra le sperimentazioni (oltre che per ignoranza sulla loro abolizione) perché era la più eclatante, ma per l’ammissione all’università il problema riguarda in modo uguale anche le differenze fra un liceo e l’altro. Un 100 “oggettivamente certificato” al liceo classico vale quanto un 100 dello scientifico per l’ingresso a ingegneria, o anche ad architettura o a medicina? Al momento con i test gli studenti passano l’estate a recuperare il gap sulle materie i cui programmi nel loro liceo erano più limitati, in modo che l’università possa avere la sicurezza di una base di conoscenza condivisa da cui partire. Col rafforzamento del valore del titolo di studio, l’alternativa sarebbe fra accettare all’università una grossa disparità di partenza oppure discriminare l’ingresso in base alla scuola di provenienza, investendo di un’importanza eccessiva una scelta fatta a 14 anni.
E’ ridicolo anche il solo pensare che noi, popolo italiano, istituiamo un sistema di istruzione e formazione (come del resto tutti gli altri popoli), e poi gli esami sono una buffonata e qualcuno pensa pure di renderli inutilizzabili. Come se, avendo dei medici e/o laboratori di un sistema sanitario nazionale, dipendenti o accreditati, qualcuno possa pensare che i loro certificati e i loro esami non debbano più essere validi – e chi li dovrebbe fare meglio, il ragioniere della fabbrichetta di papà? Il sindacalista ammanicato col padrone? Il “test” aziendale, concetto o parola omnicomprensiva che però non può certo sostituire il titolo di studio, avendo un altro ruolo?
Piccola domanda: qualcuno si è degnato di fornire alle Commissioni d’esame dei criteri di giudizio, una metodologia di correzione degli elaborati d’italiano, e delle altre prove, nonchè un metodo per le interrogazioni, ecc.? Non si potrebbe cominciare a discutere del problema dal versante più “ovvio”?
Renzo, condivido il pericolo che paventi di “buttare il bambino con l’acqua sporca”, ma il rischio che corriamo in Italia è quello di non riformare e nemmeno abolire: ovvero a lasciare tutto com’è.
In questo caso comunque il mio non era un espediente retorico: davvero peno che le due opzioni (riformare o abolire) si equivalgano. Purché se ne scelga una delle due.
Beh, allora condivido solo a metà, perchè l’opzione “abolire” per me non esiste – è un “cupio dissolvi”…