Giavazzi su Tremonti e Berlusconi

di Raoul Minetti.

foto Rabendiavaregia

In un editoriale sul Corriere della Sera di oggi, Francesco Giavazzi, uno dei più brillanti economisti italiani nonchè editorialista del primo quotidiano italiano, ha di fatto dichiarato la propria sfiducia verso l’intera compagine ministeriale economica del governo Berlusconi. Tremonti (e in seconda istanza gli altri ministri con competenze economiche, da Sacconi a Brunetta), ci dice Giavazzi, si sono incredibilmente dimenticati del fattore più importante del benessere di un paese: la crescita.
Come non dare ragione a Giavazzi? La parabola di Tremonti e’ un esempio lampante della differenza che passa tra essere il contabile e essere il manager di un’azienda. Tremonti ha in effetti tenuto per un pò la barra dritta sui conti pubblici, ma ha perso un’occasione straordinaria con l’ultima manovra di bilancio, caratterizzata da inspiegabili rinvii, da liberalizzazioni solo promesse (e poi affossate sotto la pressione delle corporazioni), da aumenti delle tasse, persino da una patrimoniale regressiva e fortemente distorsiva (nella forma di un aumento dell’ imposta di bollo sui depositi titoli). Soprattutto, Tremonti, ci dice l’editoriale del Corsera, non riesce a togliersi il vestito grigio del contabile per vestire quello di un manager che sappia intraprendere “un’opera in cui l’intuizione è più importante delle scelte tecniche”, cioè rimettere l’Italia sul sentiero della crescita. Giavazzi si spinge anche oltre, adombrando l’idea di una specie di commissariamento del Ministero del Tesoro da parte della Banca d’Italia, “l’unica istituzione che da anni ripete che solo la crescita ci salverà”.
Alla luce di tutte queste parole sagge e condivisibili, lascia perplessi che Giavazzi concluda il suo editoriale indicando in Berlusconi il possibile artefice della rinascita dell’Italia. “Egli è stato un imprenditore che nella sua vita ha saputo cogliere grandi successi” ed “e in grado, se lo vuole, di prendere in mano il timone della politica economica”. Gli editorialisti del Corsera, da Romano a Panebianco allo stesso Giavazzi, persone tutte stimabili e di elevata competenza, sembrano affezionati ancora al sogno di Berlusconi “artefice della rivoluzione liberale”. E in effetti di editoriali che iniziano con “Un’ultima occasione…” penso se ne contino vari sul Corsera negli ultimi mesi (anni?). Sono passati quasi 20 anni dall’entrata di Berlusconi in politica. Cosa altro deve succedere perchè i liberali italiani si risveglino da questo sogno?

iMille.org – Direttore Raoul Minetti

1 Commento

  1. David Balfour

    Non è difficile comprendere la costante propensione degli editoriali del Corriere della Sera a chiudere ogni critica al governo, mai abbastanza severa, nella forma retorica dell’amichevole esortazione: basta ricordare la composizione della struttura proprietaria; non è un caso che Della Valle suggerisca garbatamente che sia ora di dare qualche scrollone al patto di sindacato… Con la salda vigilanza del direttore, la massima libertà che i nostri soloni si possono prendere è azzardare un lieve buffetto; salverei Alberoni che lietamente si concede di restare fedele a se stesso, con bella serenità.

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