Due milioni di giovani “Né Né” italiani

di Francesco Molica.

foto: lucam

Da qualche tempo il Belpaese ha scoperto un novello acronimo di derivazione anglosassone: NEET. Coniato dalla burocrazia britannica a metà degli anni Novanta sta per “Not in Education, Employment or Traning”, etichetta che issa al rango di categoria sociologica un fenomeno in drammatica espansione su tutto il Vecchio Continente. Quello dei giovani che non lavorano, non studiano, non seguono alcun percorso formativo e, in maggioranza, hanno di fatto rinunciato a farlo. Coloro cioè che, per citare un’indovinata formula, nutrono ormai “pochissime aspirazioni e ancor meno motivazione”, prigionieri di una sorta di spazio bianco sulla topografia sociale. L’Italia, purtroppo, ne è ormai primatista europea, avendo superato in curva due storici laboratori di emarginazione giovanile: Spagna e Regno Unito.

Quanti sono dunque i nostri NEET, nullafacenti loro malgrado? Poco più di 2,1 milioni s’inquieta l’Istat (il 22,1% nella fascia d’età 15-29, contro il 18,9% del 2007), che al problema s’è sentito in dovere di dedicare un intero capitolo del suo rapporto annuale 2011, tracciando un identikit assai minuzioso di questa smisurata platea di “improduttivi”. Di estrazione (e istruzione) medio-bassa, abitano con i genitori, dormono molto, non leggono libri, non vanno al cinema, non comprano quotidiani, frequentano di rado la rete. Sembra di sentire echeggiare il refrain nichilista del celebre inno rock dei CCCP “Io sto bene”.

Disaggregando il dato maggiore, emergono poi altre e allarmanti sfaccettature: se la “parte del leone” spetta a donne (24,5%) e meridionali (30,9%), si registra ad esempio una progressione del 20% in solo un anno tra i giovani del Nord-Est. Il segno che, come spiega una recentissima ricerca del Ministero del Lavoro, “esiste una sottesa tendenza che trasversalmente accomuna realtà appartenenti a ripartizioni diverse”. Ripartizioni non solo geografiche, ma anche sociali. Non per niente il bacillo dei “Né Né” sta percolando anche in fasce sulla carta più immuni, anzitutto tra i laureati.

Ma è alla prova dei paragoni internazionali che il dramma trasfonde in catastrofe, una vera e propria “bomba sociale” ha scritto l’Espresso. Non solo voliamo parecchio al di sopra della media europea, che comunque ruota oramai attorno al 14-15%, ma al confronto con i nostri vicini comunitari, dove il fenomeno è riconducibile in misura maggiore alla disoccupazione, da noi al contrario è tragicamente legato al cancro dell’inattività. Lo dimostra il fatto che la condizione di NEET in Italia è più “persistente” che altrove, oltre la metà degli Under-30 interessati lo è da più di tre anni.

Discernere le ragioni che si annidano dietro questa postmoderna forma di esclusione richiede un’analisi approfondita che rimandiamo in altra sede. Le colpe sono sia strutturali che congiunturali, domestiche ma anche legate alla contingenza internazionale.

Due ricercatori tedeschi, Andreas Walther e Axel Pohl, hanno indentificato alcune caratteristiche tipiche dei paesi ad alto tasso di NEET, nelle quali sembra di vedere riflessa anche la versione italica del problema: “difficoltà o impossibilità di accesso ai sussidi di disoccupazione”, “assenza di fiducia nelle istituzioni” e “nei servizi preposti all’inserimento professionale”, “la presenza di un’economia informale”. Quanto agli effetti, tra i NEET britannici, ad esempio, è stato riscontrato un elevato tasso di patologie depressive. Il punto è che, al netto di un interesse crescente alimentato soprattutto da una certa esposizione mediatica, non esiste ancora una letteratura esauriente sull’argomento.  All’estero gli studiosi divergono sui confini esatti da disegnare attorno al fenomeno, figuriamoci su cause e conseguenze.

Quello che appare certo è che per un verso i NEET sono l’ennesimo inevitabile prodotto di quella “fine del lavoro di massa” profetizzata almeno un decennio fa da molta sociologia (si pensi a Ulrich Beck o Jeremy Rifkin). Una verità che tuttavia non scagiona i soliti sospetti, le nostre istituzioni, il cui disinteresse per le giovani generazioni appare farsi sempre più programmatico. Almeno a casa nostra, il monito lanciato dalla Commissione europea, che non ha esitato a definire i NEET “una potenziale minaccia” per l’economia, rimane per il momento “ vox clamantis in deserto”.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. In questi giorni di rivolte giovanili londinesi, nelle quali immagino la partecipazione dei NEET sia maggioritaria, c’è da chiedersi se anche in Italia il coperchio che tiene la pentola tappata prima o poi non scoppierà.
    Ma poi, riflettendo, immagino che i NEET nostrani vivano, di fatto, situazioni molto diverse da quelle vissute dai NEET dei sobborghi londinesi. Là, problemi etnici e famiglie inesistenti. Qui, reti familiari avvolgenti che continuano – non so per quanto – a garantire il “minimo vitale”.

  2. Marco

    Certo e poi la pioggia, le citta’ sporche ecc fanno il resto. Essere giovani poveri e disoccupati ad Arezzo non e’ lo stesso che esserlo a Manchester

  3. joyfulpuck

    Sarebbe bello sapere quanti di quei giovani riescono a trovare lavoro dopo i 30 anni nei vari paesi.

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