Di fiere, mercati, borse e concorrenza

di Corrado Truffi.

Chiunque abbia avuto la felice avventura di appassionarsi ai grandi affreschi di Fernand Braudel sulla nascita del capitalismo e sulla lunga durata della civiltà materiale non può che essere affascinato dalla potenza creatrice e dalla genialità di quegli uomini che, nelle fiere della Champagne, poi a Besançon, a Piacenza, a Genova, a Bruges, hanno progressivamente inventato la finanza e il commercio moderni, dalle lettere di cambio fino a strumenti di credito sempre più raffinati.

Lo stesso felice lettore, tuttavia, ha sempre intravisto, in quelle storie, una solida relazione fra finanza e realtà, fra movimenti di merci sulle lunghe distanze e strumenti di pagamento. E anche fra modi di vita concreti e invenzioni della mente. Cosicché le fiere di Piacenza le ho sempre immaginate come luoghi dove arditi commercianti trattavano merci – ah, il fascino delle famose spezie dell’oriente – che ancora dovevano arrivare, grazie alle lettere di cambio ma dove, nello stesso momento, centinaia di carri si muovevano con merci già arrivate, e accanto ai grandi mediatori del commercio internazionale potevi trovare la donnetta che vendeva le sue uova, o il mercato del bestiame, o i piccoli artigiani che approfittavano della fiera per vendere i loro servizi.

E poi, non occorre andare troppo lontano nel tempo per vedere all’opera questo tipo di fiera e di commercio. Ad esempio ogni anno a Comunanza, la prima domenica di ottobre, la fiera degli uccelli raccoglie un inestricabile miscuglio di nuovo commercio ambulante globalizzato, fatto di venditori asiatici, pakistani o chissà di dove, che rivendono i vestiti e i prodotti cinesi, e di tradizionalissimi venditori marchigiani di uccelli, animali da cortile e frutta e verdura e leccornie alimentari locali. I banchi che accettano carte di credito, moderne lettere di cambio, non sono pochi, eppure l’atmosfera, pur travolta dalla modernità, ha ancora qualcosa di medievale.

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Quella relazione fra merci e finanza, facile da individuare per quasi tutta la lunga storia del capitalismo, oggi è sempre più occultata dalla dimensione enorme dei mercati finanziari. Ma, penso, ciò che non va in questo non è tanto quel che tutti dicono – la necessità di regolare i mercati finanziari, il recupero di sovranità della politica, degli stati o almeno dell’Europa, ecc. Tutte cose giuste, per carità. Tutti problemi che abbiamo bisogno di affrontare con urgenza stante la nostra deplorevole situazione di nazione commissariata dalla BCE.

Quel che non va è che ci sono troppi mercati – finanziari, ma anche industriali – che sono diventati troppo grandi e troppo astratti per essere davvero mercati. Mercati che per definizione non possono essere concorrenziali, che è la caratteristica essenziale perché un mercato serva a qualcosa e non sia, invece, un danno per la comunità. Alla fiera di Comunanza posso facilmente confrontare ciò che mi offrono due o più venditori. L’asimmetria informativa dei mercati moderni, e in particolare ma non solo dei mercati finanziari (si pensi a quanto è difficile per un comune mortale confrontare davvero le offerte di telefonia, o quelle del mercato libero dell’elettricità, sebbene apparentemente siamo inondati di informazioni e “trasparenza” in proposito), è tale che pochi soggetti esercitano un potere di mercato e un potere decisionale spropositato. Quel che stiamo vedendo in questi giorni, il potere delle agenzie di rating, o la potenza del tutto razionale – dal punto di vista di chi la esercita – della “speculazione” nel determinare il destino di intere nazioni, non è altro che la più alta e tragica rappresentazione di una rinnovata situazione di monopolio dell’informazione e di concentrazione del potere. Al posto del mercato che tutto livella grazie alla concorrenza, il mercato che tutto concentra grazie al monopolio – di fatto – del capitale e dell’informazione.

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Comunanza ha un nome molto evocativo. Attorno a quel comune sono ancora diffuse molte comunanze agrarie, un modo molto efficace di gestire i beni comuni. Anche le comunanze agrarie risalgono al medioevo e, come un mercato vero e davvero concorrenziale, non sono per nulla cose da buttare. E ci ricordano che il problema di oggi è, probabilmente, ritrovare un migliore equilibrio fra beni comuni e beni privati, fra collettività (comunanza) e individuo.iMille.org – Direttore Raoul Minetti