di Francesco Molica.
Le tappe maggiori dell’integrazione europea sono state doppiate dietro la spinta congiunta di due forze: da un lato la pressione esercitata dal contesto internazionale, ora favorevole, ora ostile al cantiere comunitario; dall’altro, leadership coraggiose e lungimiranti. Attualmente siamo senz’ombra di dubbio in presenza della prima circostanza, con la cupa congiuntura economica e la concomitante migrazione del baricentro geopolitico dall’Occidente che sollecitano le cancellerie del Vecchio Continente a imprimere al progetto europeo un nuovo e vigoroso slancio. Del secondo più fondamentale ingrediente, tuttavia, sperimentiamo solo un ologramma sgranato. Quei sedicenti statisti sui quali grava la responsabilità di traghettare l’UE fuori da una bufera politica ed economica mai cosi’ catastrofica negli ultimi cinquant’anni appaiono inspiegabilmente a corto di idee, schierati a difesa di uno status quo sul ciglio del baratro, timidi e vulnerabili. Dei veri e propri “governanti del nulla”, come titola un recentissimo editoriale del Corsera firmato da Ernesto Galli della Loggia. Il quale attacca: “proprio nel momento peggiore della sua storia postbellica l’Occidente, insomma, scopre di essere nelle mani di leader privi di temperamento, di coraggio e soprattutto di visione”.
Come dargli torto? L’asse Berlino-Parigi ha partorito sino ad ora topolini non a sufficienza sostanziosi da placare la fame di speculazione dei mercati, se non proposte controproducenti (è il caso della tassa sulle transazioni finanziare). A Bruxelles, intanto, si traccheggia. Il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso è stato di fatto messo fuori gioco. Non se ne sente più parlare e in tutta sincerità nessuno avverte la sua mancanza. Come ha rimarcato il giornalista britannico Peter Spiegel, tra le pieghe delle grandi manovre ordite negli ultimi giorni dal duo Sarkozy-Merkel si palesa “un definitivo scavalcamento dell’istituzione che in teoria dovrebbe essere al centro dell’integrazione europea”: la Commissione appunto. Quanto al capo del Consiglio UE Herman Van Rompuy, sembra più a suo agio nei panni di grande sherpa o notaio degli stati membri.
Altrove, c’è chi è troppo preoccupato a preparare un’uscita di scena decorosa dalla politica nazionale (Berlusconi, Zapatero), ha le mani legate dai ricatti di riottosi partiti euroscettici (Danimarca, Finlandia, Olanda), tira a campare senza un governo democraticamente eletto (Belgio), oppure è semplicemente troppo piccolo o inesperto per poter pesare sulle decisioni future dell’Unione. Al cospetto di questa tafazziana sclerosi istituzionale, c’è margine per tirare fuori dal sottoscala alcune proposte sino a poco tempo fa considerate sacrileghe o fantapolitiche. Il direttore dello European Council on Foreign Relations Mark Leonard sottolinea l’esigenza di ridisegnare radicalmente la struttura istituzionale dell’UE. Ecco un modesto contributo al dibattito che (forse) verrà:
A’ la carte
Il tabù dell’Europa a più velocità, messo una prima volta in discussione con gli “opt-out” di Maastricht, poi eroso dai successivi trattati attraverso l’introduzione e il rafforzamento dello strumento della cooperazione rafforzata, deve essere una volta per tutte superato. Il modello di consenso su cui poggiava la vecchia UE a 15, già in sé viziato da defatiganti negoziati e impasse lunghissime, ha ormai mostrato la corda. Accordare 27 voci nazionali è fatica titanica, farlo nei tempi compressi che scandiscono gli accadimenti di questa nostra contemporaneità interdipendente ed iperglobalizzata richiede doti miracolose. Il processo decisionale dell’UE non puo’ a giorni alterni cadere ostaggio di anodine querelle territoriali, di ruggini geopolitiche, dei capricci euroscettici dell’ultimo tribuno mitteleuropeo e di quelli populistici di gruppuscoli di estrema destra. Di corti costituzionali, banche centrali, parlamenti locali, elezioni di medio termine. E’ giunto il momento di abbracciare tout court il progetto di un’Europa a cerchi concentrici, tanto invocato dal presidente francese Nicolas Sarkozy e perfino da Silvio Berlusconi, concedendo senza indugi agli stati più volenterosi un inequivocabile lasciapassare per approfondire separatamente la cooperazione a livello europeo (ad esempio in ambito sociale e militare). Chi non è d’accordo puo’ restare indietro, senza patire sanzioni, al contrario libero di rimettersi al passo con i paesi “fuggitivi” in un secondo momento.
Eurobond subito, anche senza la Germania
La sopravvivenza dell’UE dipende da quella della sua conquista più importante, ossia l’Euro. E nondimeno il paradosso sul quale siede la moneta unica è definitivamente nudo: non si puo’ con una mano autorizzare un’unica politica monetaria e con l’altra benedire diciassette politiche fiscali diverse. Che agiscano in cattiva fede o meno, i mercati si stanno ormai scatenando su questa esplosiva contraddizione. La contraerea tardivamente schierata dall’Eurozona con il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria e lo shopping della BCE sui bond italiani e spagnoli non puo’ reggere a lungo. Di qui l’urgenza di mettere a condivisione almeno una parte dei debiti sovrani attraverso l’emissione di titoli europei (i famigerati eurobond). Germania, Austria, Olanda, Finlandia, Slovenia e Slovacchia puntano i piedi, spaventate dai costi domestici dell’operazione (che, secondo gli esperti del Ministero della Finanze tedesco, potrebbe pesare sulle casse d’oltrereno per quasi trenta miliardi di euro su un periodo di dieci anni)? Benissimo: escano allora dalla moneta unica e lascino agli altri paesi il sacrosanto diritto di introdurre le eurobbligazioni senza ulteriori ritardi. Martin Sandbu e Anatole Kaletsky , rispettivamente sulle colonne del Financial Times e del Times di Londra, hanno brillantemente illustrato la sostenibilità di un piano di eurobond anche orfano dei succitati stati. Si rimanda a loro per i dettagli tecnici. Un’altra condizione da soddisfare comporterebbe l’ulteriore esclusione della Grecia, la cui economia merita di essere risuscitata ricorrendo a un efficace piano di default, anziché essere tenuta artificialmente in vita dalle soffocanti liane dei due bail-out comunitari.
Una chance alla Turchia di oggi = una chance all’Europa di domani
Al giorno d’oggi, nessuno a Bruxelles oserebbe scommettere sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. I negoziati d’accesso, inaugurati senza convinzione nel 2005, sono fermi su un binario morto, congelati dallo scetticismo di Francia e Germania. Nel frattempo Ankara, un tempo europeista a furor di popolo, ha cominciato a gettare il proprio sguardo strategico verso altre spiagge, corteggiando da una posizione di forza la frammentata galassia dei paesi mussulmani, flirtando con Cina e Brasile, interloquendo da pari a pari con gli Stati Uniti. L’economia domestica galoppa a ritmi asiatici, la morsa dell’esercito sulla vita democratica del paese è stata poco a poco allentata. I rapporti di forza con il vicinato comunitario si stanno in breve capovolgendo: tra non molto sarà l’UE ad aver bisogno della Turchia, più di quanto quest’ultima ha interesse a far parte del carrozzone europeo. Tanto per citare un dato significativo, nel 2010 l’immigrazione di ritorno dei turchi residenti in Germania ha per la prima volta superato quella dei connazionali che emigrano oltrereno. Lo spauracchio della diversità di costumi e religione si commenta da solo, quello di un assetto istituzionale ancora incompatibile con i criteri di Copenaghen non è immune da colpe europee. Poiché, come osserva il gruppo di saggi presieduto dal Nobel per la pace Martti Ahtisaari, solo tendendo una volta per tutte e senza ambiguità la mano alla Turchia, l’UE acquisirà sufficiente credibilità e influenza da spingerla, indirettamente, sulla strada di quelle riforme sociali, economiche ma soprattutto costituzionali pur necessarie a completarne la transizione alla volta di standard compiutamente democratici. Ad ogni buon conto gli islamici moderati di Erdogan, saldamente al potere ad Ankara, sono filo-europesti e aperti al compromesso su questioni spinose quali Cipro o la condizione dei curdi. Ma questa predisposizione non è per sempre. La Turchia ha da offrire davvero molto all’Europa in cambio dell’adesione: un apporto determinante dal punto di vista geoenergetico, mercati ampi quanto vergini, infine tanta e giovane forza lavoro in misura inversamente proporzionale all’invecchiamento della popolazione europea. Impossibile frenare l’inesorabile declino geopolitico del nostro continente senza poter contare sul gigante neo-ottomano. Su quel paese che, come ha scritto Parag Khanna, “occupa uno spazio cosi’ vitale che di per sé basta a cancellare l’idea che i continenti siano qualcosa di distinto l’uno dall’altro”.
A questo trittico di proposte per ridare ossigeno all’integrazione europea proprio nel suo momento peggiore, potrebbero e dovrebbero aggiungersene molte altre ancora. Ad esempio su governance economica, immigrazione, mercato unico, cooperazione militare e via dicendo. Un’altra vertenza che non puo’ più essere trascurata, inoltre, è quella del deficit democratico, all’interno del quale stanno prosperando inedite e perniciose forme di nazionalismo. La posta non è mai stata cosi’ alta. L’Europa è di fronte a un bivio esiziale: “la puissance ou la morte”.iMille.org – Direttore Raoul Minetti





