iMille.org – Direttore Raoul Minetti
– 30/08/2011Pubblicato in: Diritti & Società
di Chiara Lalli.
Un articolo sulla riduzione embrionaria, pubblicato qualche giorno fa sul New York Times, ha scatenato molti commenti e reazioni a volte scomposte e dolenti (The Two-Minus-One Pregnancy, August 10, 2011, The New York Times): una donna viene a sapere di essere incinta di due gemelli e decide di interrompere lo sviluppo di uno dei due embrioni.
Il ricorso alle tecniche di riproduzione artificiale disegna scenari morali che fino a qualche tempo fa avremmo solo potuto leggere in un libro di fantascienza oppure osservare in un film distopico. Comodamente stravaccati sul nostro divano o masticando popcorn in un cinema, rassicurati dal fatto che non riguardasse noi e nemmeno qualche nostro amico – insomma nessuno in carne ed ossa. Le tecnologie sono spesso anticipate dalla fantascienza e dalla immaginazione di menti avveniristiche. Alcune di queste poi diventano reali. Come ogni strumento, dal fuoco al trasferimento nucleare, nessuna è intrinsecamente morale o immorale. Ognuna solleva dilemmi morali e comporta conseguenze complesse e a volte disturbanti. Il profilo morale emerge dalla considerazione di come le si usano e di quali siano le conseguenze del loro uso. Non è una soluzione ignorarle o pensare che, di fronte a una nuova possibilità moralmente controversa, sia sufficiente incrociare le braccia e non farvi ricorso. L’omissione è connotata moralmente quanto l’azione; la differenza è perlopiù psicologica, ma non morale. Spesso il non fare si colora anche di viltà e ipocrisia.
Ma torniamo all’aborto selettivo e alla sfida che pone a quanti sono a favore della libera scelta e della liceità morale e giuridica della interruzione di gravidanza (pro choice). La sfida è per loro perché – ovviamente – chi condanna l’interruzione di gravidanza, condanna anche la riduzione embrionaria (che altro non è che una forma di interruzione di gravidanza). Ma chi non condanna l’interruzione di gravidanza, perché dovrebbe condannare questo particolare tipo di interruzione di gravidanza? Le ragioni per sostenere la possibilità di abortire possono essere varie, ma le più solide sono: la considerazione dell’embrione umano come un individuo non ancora detentore dei diritti fondamentali e, soprattutto, l’autodeterminazione della donna – considerando la particolare situazione di totale dipendenza dell’embrione durante la gestazione (la motivazione dell’aborto non sembra essere rilevante, anche perché non cambierebbe né lo statuto dell’embrione né il fatto che la sua esistenza è intrinsecamente vincolata alla donna). Queste ragioni vengono intaccate nel caso di un aborto selettivo? Se posso decidere, senza interferenze e senza moralismi, di interrompere una gravidanza nel caso di un solo embrione, perché non potrei farlo nel caso di uno dei due embrioni?
È evidente che la condanna di un aborto selettivo è difficile da sostenere per chi non condanna l’aborto in generale. Eppure è innegabile che l’aborto selettivo possa essere disturbante. Esistono argomenti razionali per considerare diversamente i due scenari? (1) Una donna vuole un figlio invece di due (aborto selettivo). (2) Una donna non vuole nessun figlio invece di uno (aborto). Nel primo caso c’è un born child. E in entrambi lo sviluppo di un embrione viene interrotto. Se è coerente condannare entrambe le donne – o considerare legittime entrambe le condotte – non lo è ammettere il secondo tipo di aborto e strepitare contro il primo.
Psicologicamente si può facilmente comprendere la ripugnanza emotiva che una riduzione embrionaria può suscitare: il nascituro porterà con sé il fantasma del fratello non nato; il nascituro ti incolperà quando verrà a sapere che avrebbe potuto avere un fratello che tu hai eliminato; il nascituro magari ti odierà perché è solo un caso che ad arrabbiarsi c’è lui e non il fratello. Nessuna di queste ipotesi costituisce però una motivazione razionale per condannare l’aborto selettivo.
La motivazione, d’altra parte, offerta dalla donna in The Two-Minus-One Pregnancy appare del tutto inammissibile come giustificazione razionale dell’aborto selettivo (“If I had conceived these twins naturally, I wouldn’t have reduced this pregnancy, because you feel like if there’s a natural order, then you don’t want to disturb it. But we created this child in such an artificial manner — in a test tube, choosing an egg donor, having the embryo placed in me — and somehow, making a decision about how many to carry seemed to be just another choice. The pregnancy was all so consumerish to begin with, and this became yet another thing we could control”): siccome la gravidanza non è naturale, allora ogni decisione è lecita? È del tutto irrazionale l’idea di non voler disturbare l’ordine naturale che sarebbe alla base del fallace ragionamento.
Chissà se un peso ce l’hanno le motivazioni che vengono, quasi automaticamente e forse per dormire più tranquilli, attribuite a chi decide di abortire: raramente nell’elenco compare il desiderio di non avere un figlio, senza appendici di sofferenza o conflitto. La stessa legge 194 percorre la strada del “serio pericolo per la [...] salute fisica o psichica” della donna come motivazione di un aborto, e non una forma di diritto positivo di interrompere una gravidanza.
La volontà della donna, nel caso di un aborto selettivo, è depurata dalle giustificazioni che le si possono attribuire per tranquillizzare la nostra coscienza: abortisco un embrione se non voglio due figli (questo discorso vale in assenza di ragioni mediche), così come abortisco se non voglio un figlio. Non si può più fare finta che le vere ragioni debbano essere gravi abbastanza da offrire una giustificazione, non si può nemmeno pretendere che la decisione di abortire debba avere la nostra approvazione.
In conclusione: dal punto di vista razionale non sembra esistere alcuna ragione per considerare la riduzione embrionaria diversamente da una interruzione volontaria di gravidanza, e se si è favore della possibilità della donna di scegliere di abortire, allora si dovrebbe essere anche a favore dell’aborto selettivo. Probabilmente molti sono pro choice senza averci ragionato e inciampano goffamente di fronte all’aborto selettivo.
Il caso è particolarmente interessante come esercizio di argomentazione morale e come un esempio – forse tra i più espliciti – della difficoltà di passare da “è così perché io sento che è così” a “è così per le seguenti ragioni intelligibili e razionali”.






Forse è il caso di superare il bisogno che la comunità in cui viviamo debba per forza approvare o non approvare i nostri comportamenti.
Nessun bisogno di approvazione, ma l’auspicio che i dibattiti pubblici non siano oppressi da argomenti fallaci e contraddittori – soprattutto perché gli stessi argomenti sono quelli che ci ritroviamo nelle premesse, implicite o esplicite, di leggi restrittive (vedi quanto sta succedendo in USA per l’aborto e quanto succede qui).
Ma il punto è proprio la motivazione – per quanto poco fermo questo punto possa sembrare.
Nessun aborto è una bella cosa, ma noi lo accettiamo nella vita pubblica come un “male minore” rispetto all’aborto clandestino, al crescere un figlio non desiderato, oppure se sopravvengono problemi medici gravi per la madre o per il figlio, il tutto con i dovuti limiti per cercare di bilanciare – imperfettamente ovvio – il diritto all’autodeterminazione , alla salute e alla nascita.
Una posizione al 100% pro-choice – senza limiti – è difficile da difendere, e penso pochi lo facciano, anche se ha un indubbio rigore razionale. Ma è il rigore razionale l’unica nostra guida?
Nel caso esposto qualcuno potrebbe anche dimostrare razionalmente ( fra un po’ magari) che un aborto selettivo procura un danno psicologico grave al gemello sopravvissuto, nel momento in cui ne viene a conoscenza. Il che è abbastanza verosimile (ma è anche vero?). Di conseguenza trovare un argomento di stringente razionalità per limitarlo ai soli casi in cui sia un “male minore” per qualche controindicazione medica, per esempio.
Ma ci sono altri casi in cui la razionalità 100% pro-choice dura e pura è difficile da difendere. L’esempio classico è la possibilitá di interrompere la gravidanza selettivamente in base ad alcune caratteristiche genetiche “futili” analizzate con diagnosi pre parto. Due persone coi capelli rossi che vogliono un figlio roscio e scoprono che il nascituro è moro, hanno una giustificazione valida per far prevalere il loro diritto all’autodetrminazione sul diritto alla nascita di loro figlio? Non è successo? beh potrebbe succedere e sarebbe un caso difficile da risolvere razionalmente perché da un lato c’è l’ovvio disturbo per la motivazione della scelta e dall’altra parte la difficoltà – o meglio l’impossibilità di valutare una cosa così intima come la motivazione di un aborto. Un tribunale delle motivazioni è ovvio che non si può fare.
Si cammina sul filo di una lama tagliente, cosa deve guidare le nostre scelte pubbliche? Ecco la mia opinione è che se cerchiamo solo la coerenza razionale solo due posizioni sono possibili. La prima è vietare qualsiasi interruzione di gravidanza e perseguire penalmente l’aborto come un crimine. La seconda è essere 100% pro-choice senza alcun limite, sia di tempo che motivazioni.
Per ovvi motivi sono due posizioni che – pur essendo rigorose – sono ambedue difficili da difendere. Nel mezzo non c’è certezza o rigore razionale che tenga- solo un difficile bilanciamento che permetta, appunto, di limitare il danno.