Simona Milio.
Migliaia di libri di testo iniziano con questa domanda: che cos’e’ l’Unione Europea (UE)? Di solito la risposta recita: “L’UE e’ un organizzazione tra 27 stati membri, dove le nazioni conservano la propria sovranità e sono indipendenti tra di loro, con governi interni di tipo democratico”.
La parola indipendenti e’ pero’ fuorviante. Perche’ le nazioni europee sono tutt’altro che indipendenti, esse sono infatti intrinsecamente e indissolubilmente interconnesse dai loro rispettivi debiti.
La migliore spiegazione di questa interconnessione e’ graficamente rappresentata dalla cosiddetta “ragnatela del debito europeo” pubblicata mesi fa dal New York Times[1]. L’articolo, pubblicato a maggio, segnalva che la Grecia ha un debito verso l’Europa di 236 miliardi di dollari, il Portogallo di 286 miliardi, l’Irlanda di 867 miliardi, la Spagna di 1.100 miliardi e l’Italia di 1.400 miliardi.
Ma il debito verso l’Europa non e’ l’aspetto piu’ preoccupante della crisi. I dati al 31 dicembre 2010 mostrano un indebitamento di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda non solo con l’Europa, ma tra loro stessi e soprattutto verso la Francia, Germania e Gran Bretagna. Ed e’ qui che l’Italia fa la parte del leone, con un debito verso la Francia di 511 miliardi di dollari, seguito da quello verso la Germania con 190 miliardi e verso la Gran Bretagna con 77 miliardi.
Questi numeri, che rappresentano l’enormita’ del debito italiano, ci aiutano a capire, perche’ l’ Economist del 14 luglio 2011 esordisce scrivendo che: “l’euro è “sull’orlo del precipizio” e l’Italia ha le sue responsabilità….Inghiottendo l’Italia, la crisi dell’euro è entrata in nuova fase pericolosa, che mette a repentaglio la stessa moneta unica”.
Quel che invece non e’ chiaro e’ come mai dal 31 dicembre 2010 sono passati ben 7 mesi prima che qualcuno si accorgesse che l’orlo del precipizio era imminente?
La spiegazione e’ che nel 2010 il deficit di bilancio italiano era solo il 4.6% del Pil, al di sotto della media eurozone del 6%, e decisamente migliore della Spagna (9%) e Grecia (11%). Ma quello che invece doveva far preoccupare era il debito accumulato pari a 119% del Pil, secondo solo alla Grecia (143%). Questo dato e’ quello che mette l’Italia a rischio più di tutti gli altri Paesi (infatti Irlanda, Portogallo e Spagna hanno un debito accumulato rispettivamente pari al 96%, 93% e 60%) perché per rifinanziare tale debito l’Italia ha bisogno che i mercati non perdano fiducia, altrimenti il costo per finanziare il debito diventa sempre più alto e questo fa crescere il deficit. E L’ Italia quetso non se lo puo’ permettere, dato che il debito pubblico ha gia’ un costo mediamente del 3,6 per cento. La centralita’ dei mercati nella crisi italiana e’ confermata anche dal direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi) Christine Lagarde che ha dichiarato che «la crisi in Italia è essenzialmente determinata dai mercati, ai quali il governo italiano e i suoi partner europei saranno molto attenti». Ma queste affermazioni ci sembrano fin troppo ottimiste.
Infatti, il grave problema dell’Italia, che non rassicura affatto i mercati, e’ la combinazione di un alto debito accompagnato da una debole crescita economica.
L’Inghilterra, e’ uno di quegli esempi che confermano che si può sopravvivere con un alta ratio di debito per Pil a patto che la combinazione di tagli di bilancio e crescita economica assicuri di ridurre il debito stesso. Ma, i datti eurostat, mostrano che la crescita italiana degli ultimi 10 anni, pari ad una media di 0.3% l’anno, e’ tra le piu’ basse della media eurozone (1.1%) e notevolemente inferiore a Spagna (1,9%), Grecia (2,4%) e Irlanda (2,6%).
Quello che spaventa di più e’ che e’ impossibile al momento immaginare che questa crescita possa migliorare, e gli ultimi tagli di governo e la manovra finanziaria proposta dal Ministro Tremonti, purtroppo non rassicurano e non sono sufficienti. Non basta tagliare la spesa nel settore pubblico di €40bn e aumentare le tasse di €30bn, e’ necessario intervenire co nriforme strutturali che rendano l’Italia competitiva. L’Italia e’, infatti, poco competitiva per poter fronteggiare la crisi. Esempio ne e’ che mentre in Germania il costo del lavoro e’ aumentato del 5% negli ultimi 10 anni, la percentuale italiana e’ pari a 31, più della Spagna (27%) e del Portogallo (23%) e alta quasi quanto la Grecia (35%)
E come se tutto ciò non bastasse, a terrorizzare i mercati finanziari contribuisce, il perenne problema della politica italiana, di un governo che non e’ forte e determinato, di un governo che non e’ trasparente e che non può rassicurare, come fa il governo britannico, che una manovra finanziaria austera non bloccherà la crescita economica. Perche’ in Italia, questa manavora finanziaria, costera’ in media 500 euro a famiglia, e le famiglie italiane non hanno piu’ fiducia in un governo dove, il detoriarsi dei rapporti tra il Ministro delle Finanze e e il Primo Ministro, e’ solo la punta dell’iceberg di un sistema malfunzionante che e’ ormai al tracollo cosi come l’economia del Paese stesso.
Nonostante ciò, gli ottimisti dubitano che l’Italia tracollerà, perché la Francia, la Germania e la Banca Centrale Europea non possono restare a guardare il fallimento dell’Italia, perché data la fitta ragnatela che li unisce, la caduta di una nazione significa il crollo del sistema finanziario Europeo. E quindi, anche se il cancellerie tedesco si è fermamente opposta a ogni soluzione che possa prevedere trasferimenti senza limiti agli “irresponsabili Paesi del Sud” una soluzione si dovrà trovare. Questo rinforza la scelleratezza del nostro governo e dimostra che nessuna nazione in questa situazione di crisi conserva la propria sovranità ed indipendenza. A conferma di cio’ l’atteggiamento della Banca Centrale Europea (BCE) che, come riportato da Bloomberg sembra essera intervenuta, un paio di giorni fa, nel mercato obbligazionario italiano per assicurare all’asta dei bonds italiani un buon esito.
I nuovi testi sull’UE dovranno riconsiderare la definizione ultra cinquantenaria e aggiornarla con una che recita: “L’UE e’ un organizzazione tra 27 stati membri, dove le sorti economiche delle nazioni dipendono l’una dall’altra, con governi interni di tipo irresponsabile ed altri di tipo affidabile ”.
[1]http://www.nytimes.com/interactive/2010/05/02/weekinreview/02marsh.html?ref=weekinreviewiMille.org – Direttore Raoul Minetti






Se un libro di testo iniziasse con la definizione di Unione Europea data all’inizio, andrebbe immediatamente fatto volare nel più vicino cestino dei rifiuti.
Fortunatamente l’Unione Europea è invece una “comunità di Stati e di Popoli” che hanno conferito frammenti della propria sovranità ad un livello politico-istituzionale comune, che li amministra secondo i Trattati (i.e. la Costituzione, potremmo dire).
Certo, l’Unione Fiscale ammonta poco più dell’1% del PIL Europeo, quindi non è una gran colla; i bilanci nazionali sono sempre, e ritengo saranno per molto tempo ancora, di gran lunga prevalenti e gestiti autonomamente, in corrispondenza con tutte le competenze che sono, e continueranno ad essere, nazionali (o regionali). Ci eravamo illusi – per quei Paesi la cui moneta è l’Euro – di poter gestire questa autonomia con poche regole macroeconomiche generali il cui rispetto e la cui sorveglianza reciproca non erano poi granchè stringenti.
Poichè invece è vero che ci sono “governi interni di tipo irresponsabile ed altri di tipo affidabile”, possiamo usare quei frammenti di sovranità comune che ci siamo dati per rafforzare la soraveglianza reciproca, e far corrispondere il livello della responsabilità collettiva con le necessità dettate dalla “interdipendenza delle sorti economiche” pure menzionata.
Questo articolo non l’ho capito: il titolo è sull’Europa, ma il conenuto è sull’Italia. Mah.