di Federico Martire.
Il 9 luglio scorso un nuovo Stato è nato. Si tratta del Sudan del Sud, sorto a seguito del referendum istituzionale di inizio 2011 che ne ha sancito pressoché all’unanimità (quasi il 99% di sì all’indipendenza) la separazione dal Sudan. Una secessione che sprofonda le sue radici nell’accordo di pace di Naivasha del 2005 che pose fine a una guerra civile ventennale tra le popolazioni musulmane del nord e quelle cristiano-animiste del sud che ha lasciato sul campo milioni di morti e di sfollati. E che, viste le dispute su ricchi territori contesi, non è detto che torni a ripetersi, anche in considerazione della drammatica situazione umanitaria del Sudan meridionale e della contesa sulla zona di Abyei, ricca di petrolio.
E mentre a Juba, capitale del neonato Stato, si proclamava l’indipendenza alla presenza del segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon e di alte cariche in rappresentanza dei governi di tutto il globo – paradossalmente seduti al fianco del presidente del Sudan, quell’Omar al-Bashir ricercato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e genocidio in Darfur – nel mondo si celebrava, ancorché con qualche preoccupazione per possibili futuri conflitti, la nascita di uno Stato legalmente riconosciuto, libero e la cui creazione pone, forse, la parola fine a decenni di violenza nell’area.
Di certo la vicenda del Sudan del Sud farà storia e letteratura, ma di questioni aperte in merito a secessioni più o meno sanguinarie ve ne sono a bizzeffe, cui fanno riflesso comportamenti a dir poco ambigui della comunità internazionale. E non solo riguardo l’Africa, beninteso. Proviamo infatti ad analizzare il caso più complesso e delicato che interessa il continente europeo, quello del Kosovo.
Questo piccolo territorio incastonato nei Balcani, di poco meno di due milioni di abitanti, è forse uno dei territori più martoriati d’Europa, e teatro dell’ultima guerra ‘calda’ del vecchio continente, Caucaso a parte. Ripercorrere tutto il percorso del Kosovo dal medioevo in poi è un’opera omnia, ma già solo gli ultimi anni di storia recente sono alquanto esemplificativi riguardo la complessità del caso. Nel settembre 1991, in piena guerra di Jugoslavia, i Kosovari – seguendo l’esempio di Sloveni, Croati e Bosniaci – indissero un referendum istituzionale per la secessione: nonostante il clima di minacce e violenza instaurato dall’esercito serbo, la popolazione locale si recò in massa alle urne (circa il 90% di tasso di partecipazione nelle province a maggioranza albanese), tributando un successo larghissimo al fronte indipendentista guidato da Ibrahim Rugova. Ciononostante, l’occupazione serba continuò nonostante il crescente malessere della popolazione locale, espresso poi attraverso la violenza dell’UÇK, il fronte di liberazione del Kosovo. Il risultato fu il mantenimento (armato) di una convivenza forzata e sempre più insostenibile tra la maggioranza albanese, frustrata e dileggiata dalla guerra, e la minoranza serba detentrice del potere politico ma sempre più soggetta alle rappresaglie dell’UÇK, considerata sino al 1998 una organizzazione terroristica tanto dagli USA quanto da buona parte dell’UE. Le tensioni crebbero nel corso degli anni nel quasi totale disinteresse della comunità internazionale, sino a sfociare, nel 1998, in violenze pressoché incontrollabili che portarono all’intervento armato della NATO contro la Jugoslavia di Slobodan Milosevic. La guerra, il cui fondamento è stato più volte messo in discussione, lascerà migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati, e segnerà una lacerazione nei Balcani che ancora oggi pare insanabile. Dal momento del cessate il fuoco, il Kosovo si è trasformato in un territorio sovrano sotto amministrazione ONU sebbene, ai sensi della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell‘ONU, i confini serbi non vengano modificati, quantunque si garantisca una effettiva separazione politica ed economica tra il Kosovo e la Serbia. La svolta definitiva verso la secessione de jure dal governo di Belgrado si è tuttavia registrata il 17 febbraio 2008, quando l’assemblea parlamentaria di Pristina ha unilateralmente proclamato l’indipendenza della Repubblica del Kosovo. E qui il ginepraio si intrica ancora di più.
La trama della storia, infatti, si sposta sul riconoscimento giuridico del Kosovo, una questione tutt’ora aperta. Il giorno dopo la proclamazione, tanto gli Stati Uniti quanto l’Albania (paese notoriamente alleato dei kosovari, di etnia appunto albanese) riconobbero la neonata Repubblica, seguiti a ruota da molti paesi della NATO e della UE, tra cui l’Italia. A tutt’oggi, il Kosovo mantiene relazioni diplomatiche con 77 paesi. Tuttavia, l’opposizione della Serbia e, soprattutto, della protettrice Russia fu, ed è tutt’ora, intransigente, appoggiata anche dal no cinese. La ragione? Né più né meno che una supposta violazione del diritto internazionale e dei confini sovrani della Serbia, rimasti – ricordiamo – intaccati dalla pilatesca Risoluzione ONU 1244. Peccato però che poco dopo, nel luglio del 2008, la Corte Internazionale di Giustizia, interpellata dall‘assemblea ONU su richiesta del ministro degli Esteri Serbo, ha giudicato legittima la proclamazione d’indipendenza del Kosovo, basando la sua decisione sul semplice fatto che il diritto internazionale non vieta le dichiarazioni d’indipendenza. Il parere della Corte, non vincolante quantunque indubbiamente rilevante, ha suscitato grande clamore, alimentando un dibattito politico, giuridico e accademico e una crescente speranza in molti altri territori caratterizzati da una situazione analoga a quella kosovara come, ad esempio, quelli dell’area caucasica.
La sentenza della Corte, tuttavia, non ha mutato la posizione degli Stati ancora contrari al riconoscimento della Repubblica del Kosovo. E se per quanto concerne Serbia, Russia e Cina il fatto non stupisce, desta maggiore clamore il mancato riconoscimento da parte di cinque Stati dell’Unione europea: Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna. Suscita sconcerto perché cozza con la posizione ufficiale del Parlamento europeo, che, il 5 febbraio 2009, votò a larga maggioranza una risoluzione in favore del sostegno alla neonata Repubblica del Kosovo spingendo gli Stati membri a riconoscerne la legittimità, così come con quella della Commissione, intenta a stabilire contatti con il governo di Pristina finalizzati, in un lontano futuro, all’accesso nella casa comune europea.
Le ragioni del diniego dei cinque dell’UE sono, almeno sotto l’aspetto formale, riassumibili nello stesso motivo addotto da Serbia e Russia: la violazione del diritto internazionale, comunque negata dalla Corte de L’Aja. Ad ogni modo, le vere motivazioni dei paesi UE che ancora negano il riconoscimento sono, chiaramente, di ragione squisitamente politica, e vanno dalla tradizionale vicinanza e amicizia con la Serbia (Slovacchia), ai problemi con quella zona dei Balcani (Grecia rispetto alla Macedonia, in questo spalleggiata dalla Serbia), a simili questioni interne di confini (Cipro) sino al timore del ripetersi di tali fenomeni all’interno delle proprie frontiere (Romania rispetto alla minoranza ungherese e Spagna rispetto a Baschi – che hanno giudicato quello kosovaro come un esempio da seguire – e Catalani).
Sta di fatto che, oggigiorno, il Sudan del Sud è ora ufficialmente riconosciuto come Stato indipendente nell’ambito ONU, mentre il Kosovo no. Eppure i due casi presentano molte analogie: su tutte, quella di essere frutto di anni di guerre, massacri, violenze etniche, migrazioni, disperazione e disastri. E in entrambi i casi la comunità internazionale se n’è lungamente lavata le mani, per arrivare a intervenire solo quando la situazione fosse al bordo del precipizio, se non già in fase di caduta libera. In ambo i casi, inoltre, la volontà popolare si è espressa in favore della secessione e, ai fautori del rispetto del diritto internazionale, va ricordato che il diritto all’autodeterminazione dei popoli è riconosciuto dalla Carta ONU (Capitolo 1, Articolo 1, Paragrafo 2): il tutto nel contesto della ‘visione romantica’ di Jean-Jacques Rousseau (qui una brevissima spiegazione tratta da Wikipedia), che pone la volontà popolare alla base dell’esistenza e della creazione (e dunque, del riconoscimento) di una nazione. E se tale volontà è stata espressa – direttamente e indirettamente – dal popolo Kosovaro e sostenuta dal parere di legittimità della Corte Internazionale di Giustizia, perché non deve essere riconosciuta? Che cosa distingue, in termini sostanziali, il caso Kosovaro da quello del Sudan del Sud? Vi è necessità della realizzazione di un (altro) referendum istituzionale come quello sudanese (o come quello montenegrino)? Se questa è la condizione che i difensori dell’unità territoriale della Serbia pongono al riconoscimento del Kosovo, perché le Nazioni Unite e la Unione europea non premono affinché si concretizzi? E’ immaginabile che la recente evoluzione del caso sudanese porti ad una nuova riflessione su quello kosovaro?
Difficile, se non impossibile. E’ infatti evidente che le ragioni del mancato totale riconoscimento del Kosovo sono da ricercare principalmente nel rischio di una grave crisi diplomatica con la Serbia e, soprattutto, con la Russia e con la Cina. Ancora una volta, pertanto, gli equilibri geopolitici sopraffanno la volontà popolare, rischiando di mantenere il territorio e la popolazione in questione in una condizione di permanente disagio e instabilità, sotto la costante minaccia della violenza reciproca (tanto dei Serbi nei confronti dei Kosovari, quanto viceversa) e alimentando odi etnici che surriscaldano il sempre torrido clima balcanico.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Non si puo’ anche pensare che ci siano persone genuinamente contrario al riconoscimento del Kosovo, perche’ lo considerano sbagliato, ingiustificato, illegittimo? Un precedente pericoloso e populista, perche’ se si da’ retta senza freni alla volonta’ popolare si finisce per cadere in un micro-indipendentismo senza fine?
E che il fatto che la Corte Internazionale di Giustizia si occupi di diritto (di dichiare l’indipendenza) e non di politica (di riconoscerla), e quindi gli Stati europei siano liberi di fare le proprie scelte, non solo per motivi (peraltro legittimi, ma non c;e’ solo quello) di buon vicinato?
E infine che non credo che il Parlamento Europeo non abbia alcun titolo, ad oggi, per esprimersi sul riconoscimento di uno Stato da parte dei paesi membri?
Stefano, ma perché è un precedente ‘pericoloso e populista’? Mi pare di capire, dal tuo intervento, che tu preferisci che kosovari e serbi continuino forzatamente a convivere (armati) e perpetuare violenze reciproche. E’ così? (giusto per nota: http://www.ilpost.it/2011/07/26/perche-tenere-docchio-il-kosovo/)
E poi, mi chiedo, chi dice che si precipiterebbe in un micro-indipendentismo senza fine? Di referendum istituzionali sulla separazione da uno Stato se ne sono tenuti moltissimi (alcuni dei quali bocciati, com’è per il caso del Québec [2 volte]) e non mi sembra che si sia mai creata una spirale indipendentista senza fine, anzi. La mia questione è diversa, e verte sul fatto che il Kosovo non sia riconosciuto per motivi geopolitici (evitare crisi con Serbia, Russia e Cina), violando il diritto di autoderminazione dei popoli e costringendo due comunità a condividere forzatamente (vedi cosa diceva Abraham Lincoln riguardo la “divided house”).
E poi cosa vuol dire “genuinamente contrario al riconoscimento del Kosovo”? Suvvia, non mi dire che credi che ci siano ragioni ‘genuine’ quando si parla di politica internazione ed equilibri geopolitici ed economici! Tu lo chiami ‘buon vicinato’, io la chiamo paura della Russia, paura della dissoluzione di uno Stato tenuto insieme con le graffette (Spagna), o più semplicemente vicinanza tradizionale alla Serbia. E per queste ragioni di ‘buon vicinato’ lasciamo che serbi e kosovari continuino ad odiarsi, perpetuarsi violenze di ogni tipo, creare barriere e alimentare rancori? E’ questa la tua idea di diritto internazionale e ‘buon vicinato’?
Infine, non ho mai scritto che il PE abbia titolo a riconoscere alcuno Stato. Il PE non rappresenta uno Stato, cosa si vuole che riconosca? Al contrario, ho scritto che “votò a larga maggioranza una risoluzione in favore del sostegno alla neonata Repubblica del Kosovo spingendo gli Stati membri a riconoscerne la legittimità”. E’ una risoluzione che, torno a ripetere, consiglia, spinge, suggerisce agli SM di appoggiare il Kosovo. Fine. Gli SM sono poi liberi di fare quello che vogliono, ci mancherebbe, ma non tenere in conto che il PE (e la CE) abbia preso posizione in materia è un errore, a mio modesto avviso.
In sostanza, a me sembra che per i ‘genuinamente contrari’ all’indipendenza del Kosovo per ‘ragioni di buon vicinato’ non facciano altro che mantenere la corda tesa nei Balcani. Manco ce ne fosse bisogno.
Federico,
cerco di spiegarmi un pezzo per volta:
- un diritto assoluto all’autodeterminazione dei popoli non esiste. Ne’ nelle situazioni normali (Catalogna), ne’ quando c’e’ alle spalle un passato di violenza (Irlanda del Nord). Per questo dico che sbandierare l’autodeterminazione suona bene, ma e’ populismo: e’ un’argomentazione che fa presa a livello superficiale, ma non regge ad uno sguardo piu’ attento e consapevole.
- il motivo per cui questo diritto non esiste in senso assoluto e’ che si teme di innescare un processo senza fine, detto appunto non a caso di “balcanizzazione”. Non sto ad argomentare piu’ di tanto questo punto perche’ ci sono librerie intere di scienza politica e studi internazionali che lo spiegano.
- l’unica soluzione accettabile e’ entrare nel merito delle questioni e pesare gli argomenti con il bilancino, scontando il fatto antipatico che i diritti non siano uguali per tutti, per i motivi di cui sopra.
- Nel merito, c’e’ chi e’ “genuinamente” contrario all’indipendenza del Kosovo anche se non ha un interesse diretto (come puo’ avere la Macedonia) perche’ non vi ritrova la motivazioni sufficienti. Non vi vede un “popolo” meritevole di autodeterminazione da tutelare, o ritiene che l’autonomia amministrativa sia sufficiente. Il fatto poi che ci sia un clima di violenza non e’ un motivo valido per operare una scelta in un senso o nell’altro, perche’ se no significa cedere ad un ricatto terrorista, e a questo punto possiamo pure bombardare Londra finche’ non riconosce l’indipendenza dell’Irlanda del Nord.
- Oltre a questi, ci sono Paesi che sono coinvolti direttamente, ma non per questo le loro ragioni sono meno significative. La Macedonia, per dire, teme che una volta riconosciuto il Kosovo la stessa cosa le si ripeterebbe in casa, sempre con l’etnia albanese, come gia’ intravisto in passato. E questo dovrebbe far riflettere, sempre all’insegna del micro-indipendentismo e del ricatto della violenza.
- Il fatto che ci sia tensione nei Balcani e’ oggettivo, ed e’ una situazione che personalmente conosco bene. Non credo che favorire unilateralmente le rivendicazioni degli albanesi del Kosovo possa alleviare le tensioni. Al contrario, credo che le aggravi,e che rischi di allargarle a territori confinanti. Cosa di cui appunto ci sono stati accenni in passato in Macedonia, e non si vede perche’ non possa ricapitare.
- Quindi che fare? E’ una situazione complessa, ce la siamo costruirti in parte noi europei con le nostre ambiguita’ degli anni precedenti e successivi alla guerra, e ci tocca gestircela. Pensare che se ne possa uscire dando ragione agli indipendentisti, e che questo possa magicamente pacifare i Balcani a dispetto della logica (chi glielo dice ai serbi che non devono richiedere all’ONU di far rispettare una propria risoluzione? E agli albanesi di Macedonia che non dovrebbero replicare a Skopje la strategia terroristica che ha pagato a Pristina perche’ non sta bene?) , mi sembra ingenuo e irresponsabile.
Stefano, anzitutto grazie per i commenti che alimentano un dibattito molto interessante. Dibattito tra me e te, per ora, ma spero si allarghi!
Rispondo rapidissimo perché sono un po’ di corsa, ma cercherò di entrare di più nel merito delle mie argomentazioni più tardi:
-il diritto all’autodeterminazione non è populismo: è un diritto, punto. Vale per Timor, vale per il Montenegro, vale (per rimanere nei Balcani) per Sloveni, Croati e Bosniaci, vale per il Québec, vale per il Sud Sudan, ma non vale per il Kosovo. Questa me la dovete spiegare. Dire che “[chi è 'genuinamente contro il riconoscimento del Kosovo] [n]on [...] vede un “popolo” meritevole di autodeterminazione da tutelare” è invece discriminatorio, perché distingue tra popoli meritevoli e non su basi che non esistono o che sono, al meglio, di natura razzista. Perdonami, Stefano, ma accettare i diritti ONU solo quando fa comodo è un po’ troppo facile. Populista, se vuoi.
-mi sembra che tu mi metta nella tastiera cose che non ho scritto: non ho mai pensato che l’indipendenza del Kosovo pacificherebbe la situazione balcanica, anzi. Ma la situazione non è già pacifica di suo! Sarebbe meglio o peggio con un Kosovo riconosciuto e indipendente? Non lo so io, non lo sai tu, non lo sa nessuno (credo). Di certo c’è che la situazione attuale non è sostenibile a lungo.
-I timori dei macedoni sono comprensibili, in un’ottica di difesa centralista dei confini statali, così come lo sono quelli della Spagna o della Romania. Ma io non li condivido, soprattutto nel caso spagnolo (l’idea di una Spagna plurale l’hanno uccisa loro stessi bocciando in gran parte lo Statuto di autonomia della Catalunya). Oltremodo uno Stato kosovaro indipendente potrebbe anche favorire la migrazione albanese dalla Macedonia verso quei territori che sono, insieme all’Albania stessa, terra d’origine di quella gente.
-Ricatto della violenza? Abbi pazienza, ma rimango convinto che la violenza sia reciproca: dapprima dei serbi di Milosevic contro i kosovari, poi dei kosovari contro i serbi, per rappresaglia. E se ‘cedere’ al riconoscimento del kosovo significa darla vinta a quelli che tu definisci terroristi (l’UÇK, per intenderci), beh, vale anche il discorso contrario: darla vinta alla Serbia significa ammettere che perpuetare violenze di ogni genere per mantenere il controllo del territorio sia legittimo. Come ne usciamo? Modesta proposta: si rifaccia un referendum istituzionale, come in Montenegro o in Sud Sudan, sotto l’egida ONU. Ma ai (presunti) difensori dello Stato serbo neppure questo va bene. Mah. Torno a ripetere, perché il Sud Sudan sì e il Kosovo no?
-Il riferimento all’IRA e al ‘bombardare Londra’ è fuori luogo: il Kosovo era in guerra civile, il paragone con il caso nordirlandese (o basco dell’ETA) non regge. E poi parte dal presupposto che tu consideri terroristi quelli dell’UÇK (così come hanno fatto USA ed UE fino al ’98, più o meno). Per quanto mi riguarda, terroristi non sono. Altrimenti lo sono anche i separatisti Sud Sudanesi che oggi governano quel paese o lo erano i carbonari italiani contro l’Austria.
-concordo pienamente con la tua affermazione “E’ una situazione complessa, ce la siamo costruirti in parte noi europei con le nostre ambiguita’ degli anni precedenti e successivi alla guerra, e ci tocca gestircela”. Aggiungerei con l’ambiguità dell’ONU, che riconosce de facto il Kosovo ma non modifica i confini interni della Serbia…Non concordo ovviamente col definire ingenuo e irresponsabile ignorare le (ormai plurime) richieste di riconoscimento dell’indipendenza kosovara. Al contrario, il lavarsene le mani della comunità internazionale è non solo ingenuo e irresponsabile, ma colpevole, perché sappiamo bene che quella è una polveriera sempre pronta a scoppiare. Il ‘non decidere’ è più grave che prendere una posizione o un’altra.
Tre risposte veloci:
- il diritto all’autodeterminazione non vale per tutti, e te lo spiego molto facilmente. Non vale per l’Irlanda del Nord, per i Paesi Baschi, per la Transnistria, etc… Almeno non vale a livello istituzionale. Magari tu personalmente ci credi, ma la cosa conta fino ad un certo punto… E’ antipatico e iniquo, ma e’ cosi’.
- i timori dei Macedoni non sono quelli di uno stato centralista. (Hai idea di quanto e’ piccola la Macedonia?) Sono quelli di uno Stato che ha una minoranza etnica sparuta ma concentrata che ha iniziato a richiedere l’indipendenza a suon di bombe. Ma credo che tu non conosca bene la situazione, visto che ipotizzi addirittura un’immigrazione di rientro in Albania, che e’ qualcosa che non vogliono ne’ gli albanesi di Macedonia (che preferiscono il loro microStato autonomo), ne’ quelli del Kosovo (che se lo sono conquistato), ne’ quelli d’Albania (che non vogliono accogliere in casa propria i cugini poveri…)
- se scrivi certe cose dell’UCK si vede che li conosci poco. L’UCK si dava ad atti di criminalita’ ordinaria (spaccio di droga e di armi) e di terrorismo (rapimenti, aggressioni e omicidi di civili serbi, di solito impiegati pubblici) prima che ci fosse un clima di violenza da parte del governo federale. Lo si puo’ anche considerare legittimo perche’ e’ quello che fa l’IRA, ma e’ terrorismo, non e’ resistenza. La resistenza e’ tale se nasce dopo l’occupazione violenta, e se magari evitare pure azioni di criminalita’ comune…
@Stefano: alloram facciamo un po’ di ordine. Secondo me il problema non è il fatto in se stesso che il Kosovo abbia dichiarato la propria indipendenza, ma il modo in cui lo ha fatto. Ossia come è successo il tutto. Ovvero con l’intervento armato dello straniero (e lo scandalo infinito dei negoziati di Rambouillet > lì si che si sarebbe potuto ottenere qualcosa > shame on us!).
Ma torniamo all’indipendenza. Il problema sono i processi traumatici e violenti, come quello del Kosovo. Ma un Belgio che si separa pacificamente e per mutuo accordo delle parti non è uno scandalo. Succede.
Ed ipoteticamente (e qui Federico sapeva che ne avrei parlato) neanche mi scandalizzerebbe una separazione dei Paesi Baschi dalla Spagna con la sola forza del voto ed al termine di un lunghissimo processo politico (ripeto: po-li-ti-co!). D’altra parte l’unico modo per convertire alla fede democratica quelle frange che hanno sostenuto e difeso la lotta armata consiste proprio nel convincerle che l’unico modo per ottenere qualcosa è la politica (da questo punto di vista per i Baschi più che il Kosovo il vero esempio verrebbe appunto dalle Fiandre).
Infine non facciamo paragoni faciloni fra UCK, Sinn Feinn e Batasuna. Per favore. Se ci sono due soggetti simili sono questi ultimi. L’UCK centra come cavoli a merenda. È un’altra cosa (sarebbero in sintesi briganti che si improvvisano politici anche se con la politica per cultura e radici avrebbero davvero poco a che spartire. Certo direte voi ma allora coma la mettiamo con i terroristi baschi ed irlandesi? Non sono anche loro pistoleri sanguinari come l’UCK ? Non è poi vero che si son dedicati anche loro allo spaccio di sostanze stupefacenti per finanziare le loro attività? Ma questa è un’altra storia… ve la racconto un’altra volta…)
D’accordo su tutto.