Riformismo senza guanti

di Michele Ballerin.

Socialist Labor Hall, 1900, Vermont USA. foto: Don Shall

Sta succedendo qualcosa nel Partito Democratico, qualcosa di inedito e perfino inaudito. Qualcosa che la Conferenza nazionale per il lavoro a Genova ha reso ufficiale e che non ha mancato di accendere polemiche e innescare resistenze: il PD ha imboccato una strada. È questo il fatto clamoroso. Che una simile impresa – prendere posizione – fosse destinata a seminare scandalo in un partito-patchwork quale il PD è stato fino ad oggi, lo sapevamo. Ma sapevamo anche un’altra cosa: che se un partito non prende posizione non compie quell’atto che ogni buon filosofo dovrebbe considerare preliminare ad ogni altro – esistere. In effetti “partito” è anche sinonimo di “posizione”. Oggi i democratici hanno “preso partito” sul problema economico: il partito esiste.

Se una cosa preoccupa è che una frangia importante del PD giovane e innovatore (penso ad alcuni dei suoi “quarantenni” più brillanti) abbia accolto questa innovazione con un attacco di coliche. Siccome anche noi ci consideriamo degli innovatori, la cosa ci allarma e ci fa riflettere.

Sembra che a destare scandalo sia soprattutto l’accento posto, nel documento approvato dalla conferenza, sull’esigenza di ricorrere alla leva fiscale per redistribuire la ricchezza nazionale. Mentre nel cuore del partito prendeva corpo una nuova fisionomia in tema di indirizzi politico economici si materializzava anche il timore, espresso da più voci, che il PD sia in preda a una “deriva laburista” e stia rinnegando la propria “vocazione riformista”.
Ci si chiede però quanti si rendano conto del malinteso che vizia alla radice una simile critica. La questione è talmente decisiva che è indispensabile dedicarle un esame circostanziato: è un nodo che va assolutamente sciolto, perché si tratta di chiarirsi le idee – se possibile in via definitiva – sul concetto di riformismo e togliere il fronte progressista dalla sua paralisi. Niente di meno.

Più si sente parlare di riformismo, infatti, più si ha l’impressione che non si sappia bene di che cosa si sta parlando. La contrapposizione fra riformismo e laburismo ne è una spia evidente. Il laburismo è stato un esempio di riformismo: esempio nobile e, soprattutto, tra i più efficaci che la storia conosca. È grazie ad esso se nella prima metà del Novecento l’Inghilterra ha potuto salvare corpo e beni nella perigliosa navigazione fra un conservatorismo suicida (il vecchio, ormai sclerotico liberalismo ottocentesco) e le sirene del socialismo (ir)reale. Ci è riuscita facendosi carico della questione sociale con riforme coraggiose e puntuali, che hanno permesso di innalzare in misura significativa il tenore di vita della working class e, con ciò, di traghettare la società inglese dalla rivoluzione industriale al XX secolo. Perciò risulta difficilmente comprensibile l’uso che si fa oggi del termine “laburismo” – come se si maneggiasse un pericoloso ordigno esplosivo o una qualche sostanza tossica. Chi lo fa dovrebbe in primo luogo indicare quelli che considera i guasti storici del laburismo; dovrebbe inserire, fra una protesta scandalizzata e l’altra, la cosa più utile per lui e per noi: qualche buon argomento.
Lo stesso si può dire per il concetto di “socialdemocrazia”, che vale come sinonimo anche se si riferisce, più esattamente, alle esperienze riformiste sul continente.

Il vero malinteso – dalla cui soluzione dovrà venire l’impulso decisivo alla nascita di una nuova identità progressista – è quello che identifica il riformismo con il moderatismo. L’equivoco ha radici nell’origine stessa del termine. Il riformismo nasce nell’area socialista in contrapposizione al massimalismo: per circa un secolo si è detto riformista chi ripudiava la prospettiva rivoluzionaria e preferiva un miglioramento graduale delle condizioni di vita dei lavoratori al rovesciamento violento dell’ordine liberale. In quel preciso contesto “riformista” era sinonimo di “moderato”.
Ma il muro di Berlino, amici, è caduto: quel contesto non esiste più.
Prenderne atto (collocarsi con tutti e due i piedi nel dopo-’89) significa constatare che l’opzione rivoluzionaria è tramontata. Oggi siamo tutti liberali, e chi non lo è non conta nulla – il che ci fa tirare un sospiro di sollievo…

…Ma non ci sbarazza della questione sociale. Se una cosa possiamo imparare da questa crisi economica è che combattere la concorrenza asiatica massacrando i redditi da lavoro è stato un errore fatale, perché ha affossato il principale volano della crescita: i consumi. Che comprimere la domanda interna sia la formula di un nuovo modello di sviluppo costituisce l’ultima e più pericolosa illusione di un paradigma socioeconomico che non ha il coraggio di ripensare se stesso. Togliete questo velo – l’ultimo – al re neoliberista e lo vedrete nudo.

No. Essere riformisti non significa essere moderati, se non accidentalmente: significa promuovere riforme, e queste riforme possono essere, all’occorrenza, profonde e perfino radicali. La parola magica è “all’occorrenza”. Uno degli errori più abituali nel dibattito politico è pensare che si possano dosare le politiche in base alle proprie inclinazioni ideologiche, alle proprie idiosincrasie e ai propri gusti personali. Ma il grado di intensità con cui la politica deve intervenire non è dettato, se non marginalmente, dalle nostre preferenze: è dettato dall’intensità con cui certe problematiche si manifestano. È dettato dal momento (uno scacchista direbbe dalla “posizione”). Ci sono periodi storici in cui il riformismo può permettersi di gingillarsi e vivacchiare, e altri in cui farlo sarebbe irresponsabile. Ci sono epoche “delicate” ed epoche senza guanti. Il momento presente (guai a chi non se ne avvede) è severo e richiede risposte severe. Sta a noi capirlo. L’Europa si trova sprofondata in una nuova emergenza sociale; o il riformismo saprà riconoscerla e affrontarla con strumenti adeguati o il paese volterà le spalle al riformismo: e allora tutto – tutto – sarà possibile.

C’è una pressione oggettiva nelle dinamiche sociali ed economiche che deve risultare determinante e che funge, nei fatti, da decisore di ultima istanza. Non soltanto non saremo “noi” a decidere se un intervento redistributivo sia oggi necessario per ridare fiato ai consumi e rilanciare gli investimenti, ma neppure sta a noi decretare in che misura dovrà incidere: esso servirà a colmare il divario crescente fra il reddito medio effettivo e il reddito che potrebbe e dovrebbe garantire, in una società giusta, un tenore di vita accettabile. Se non si reperiranno risorse sufficienti da destinare a questo scopo il corpo sociale si rivolterà e boicotterà la vita politica ed economica del paese, in una maniera o nell’altra. La politica avrà fallito e la parola spetterà alla piazza. È questo oggi il rischio che stiamo correndo – il muro verso cui stiamo guidando a cento all’ora.

Lasciamo quindi che a scandalizzarsi e a paventare “derive laburiste” siano i riformisti à la Casini. Non lasceremo loro il compito di insegnarci che cos’è una politica riformista. Ci comporteremo piuttosto da bravi liberali, e ci preoccuperemo di garantire al cittadino quel livello di benessere materiale che dà corpo alla sua libertà e la rende effettiva. E se questo vorrà dire pestare qualche piede nei piani alti della finanza, pazienza: sarà il male minore.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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