Nucleare: considerazioni post referendum

di Massimiliano Lincetto.

foto: Matteo della Torre

Con il voto al referendum, gli italiani si sono espressi in senso fermamente contrario al ritorno al nucleare. Il capitolo per l’Italia è dunque chiuso, tuttavia credo rimangano da fare alcune considerazioni degne di noa su questa fonte energetica.

Il dibattito che si è sviluppato negli ultimi mesi non mi è piaciuto: da una parte e dall’altra sono state elaborate argomentazioni molto variegate, alcune fondate e alcune molto meno, e messe tutte assieme creando una gran confusione. Contro la tendenza del “tutto fa brodo” vorrei fare un po’ di ordine su questo, analizzando alcune questioni in ordine decrescente di importanza.

Sicurezza
Il primo tema da affrontare è quello della sicurezza.

Da parte degli antinuclearisti sono stati spesso chiamati in causa i disastri di Chernobyl e Fukushima come esempio di insicurezza intrinseca di questa tecnologia, portandosi dietro discussioni interminabili sull’entità del danno e sul numero delle vittime del disastro di Chernobyl. Credo che si tratti di due casi certamente da tenere in considerazione, ma di certo non da decontestualizzare.

Il reattore di Chernobyl era ti tipo RBMK, una progetto di concezione sostanzialmente militare e caratterizzata da scelte progettuali sciagurate. I reattori di questo tipo sono intrinsecamente pericolosi. L’esplosione avvenne a seguito di un esperimento coinvolgente i sistemi di sicurezza del reattore: venne effettuata una serie di operazioni rischiose che portarono il reattore in uno stato instabile e poco controllabile, da cui seguì l’esplosione. Sebbene sia difficile ripartire esattamente le responsabilità dell’incidente tra i progettisti, i responsabili e i tecnici della centrale, possiamo affermare che la principale causa del disastro è ascrivibile alle scelte progettuali e alle direttive operative regolanti il funzionamento del reattore. Ricordiamo infine le gravi responsabilità delle autorità sovietiche nell’immediata gestione dell’emergenza: l’evacuazione di Pripyat, la città più vicina, avvenne solamente 36 ore dopo l’esplosione. L’Unione Sovietica ammise che si era verificato il disastro soltanto dopo che vennero rilevati livelli anomali di radioattività presso la centrale di Forsmark, in Svezia, a 1000 km da Chernobyl.

Venendo a Fukushima, la centrale è composta da reattori BWR (di concezione quindi civile) messi in opera negli sessanta. Gli eventi sono stati sotto gli occhi di tutti, quindi non mi dilungherò nel descriverli. In sintesi, il disastro di Fukushima è avvenuto a seguito di un evento eccezionale (terremoto di abnorme intensità seguito da uno tsunami) che ha colpito un impianto sostanzialmente mancante della maggior parte dei sistemi di sicurezza sviluppati negli ultimi decenni.

Per confronto, il progetto europeo EPR (quello che avrebbe interessato l’Italia) prevede che il reattore sia dotato di quattro sistemi di raffreddamento ridondanti, ciascuno in grado di mantenere il reattore ad uno stato stabile e assicurarne il raffreddamento. In più, nel caso estremo in cui si verificasse la fusione del nocciolo, è presente una struttura chiamata core catcher deputata a raccogliere il nocciolo fuso e a raffreddarlo evitando l’eventualità che possa fuoriuscire dal contenimento.

Cosa possiamo concludere? Innanzitutto che molte centrali vecchie andrebbero smantellate o ristrutturate e dotate dei moderni sistemi di sicurezza. In secondo luogo, che incidenti con le dinamiche di Chernobyl e Fukushima non dovrebbero mai accadere con i reattori moderni. Resta il problema della difficoltà nel valutare il worst case scenario: prima di Fukushima avremmo potuto immaginare una sequenza di eventi analoga a quella che ha portato al disastro? Come possiamo oggi immaginare quali eventualità dovranno affrontare i reattori che costruiremo?

La domanda che dovremmo alla fine farci è: le misure di sicurezza dei reattori moderni sono sufficienti?

Una posizione nuclearista risponde sì e valuta che il rischio sia accettabile a fronte dei benefici che deriverebbero dalla disponibilità di energia nucleare, in particolare la possibilità di riduzione del consumo di combustibili fossili. Per dare un termine di paragone, le malattie derivanti dall’uso dei combustibili fossili causano, allo stato attuale, a centinaia di migliaia di vittime l’anno.

D’altra parte è legittimo ritenere che le garanzie di sicurezza non siano comunque abbastanza e che qualsiasi alternativa al nucleare sia il male minore. Questa è un’argomentazione di per sé sufficiente a giustificare una posizione antinuclearista.

Le scorie
Le scorie sono il secondo grande problema dell’energia nucleare: si tratta di rifiuti altamente radioattivi che devono essere stoccate in siti sicuri per tempi lunghissimi. Le strategie di gestione a lungo termine sono ancora in fase di discussione e la messa in opera dei depositi geologici profondi necessari allo stoccaggio a lungo termine presenta delle difficoltà oltre che dei costi molto elevati.

La problematica delle scorie può essere anch’essa una giustificazione sufficiente per una posizione antinuclearista, sempre a patto di convenire che qualsiasi alternativa sia il male minore.

La posizione nuclearista deve necessariamente ammettere che allo stato attuale non abbiamo una soluzione al problema e ritenere ragionevole la possibilità di mettere in opera depositi per lo stoccaggio a lungo termine nel corso dei prossimi decenni. L’altra possibilità è la messa in opera di reattori in grado di consumare il combustibile esausto prodotto dai reattori attuali, ma si tratta di una tecnologia non ancora in produzione e che non potrà comunque essere applicata a tutte le scorie radioattive oggi esistenti.

La limitatezza e il costo dell’uranio
L’uranio è una risorsa non rinnovabile e pertanto la sua disponibilità è limitata. Si tratta di un’argomentazione spesso usata a sostegno di posizioni antinucleariste, ma di per sé piuttosto debole. Dobbiamo ricordare che una centrale nucleare ha un ciclo di vita limitato nel tempo. Nonostante le stime sull’esaurimento dell’uranio siano discordanti tra loro, possiamo ragionevolmente assumere che una centrale costruita oggi avrà combustibile a sufficienza per tutto il proprio ciclo di vita.

L’esaurimento dell’uranio sarà di sicuro un problema, ma non si pone oggi. Ovviamente resta il fatto che questa generazione di nucleare (III) finirà, certamente, con la fine dell’uranio.

Quanto al costo del combustibile, al momento costituisce una frazione relativamente piccola dei costi complessivi della messa in opera e gestione di una centrale nucleare, quindi incide relativamente poco sull’economia di questa fonte di energia.

IV generazione e fusione nucleare
Spesso sono chiamate in causa la IV generazione e la fusione nucleare, due tecnologie molto diverse. La prima riguarda sempre i reattori a fissione, produce scorie meno radioattive e può funzionare con il torio, molto più abbondante dell’uranio. La seconda è una tipologia totalmente diversa, ma al momento in fase sperimentale. In entrambi i casi si tratta di tecnologie che richiederanno ancora qualche decennio (ipotesi peraltro ottimistica nel caso della fusione), quindi non ha senso discuterne ora.

Quello che fanno gli altri paesi
Quello che fanno gli altri paesi viene tirato in ballo più o meno in ogni discussione su ciò che si fa in Italia. Il confronto con l’estero è senz’altro doveroso, ma non può non tenere in considerazione le diverse condizioni al contorno alle scelte di ciascun paese. Se la Germania sceglie di abbandonare il nucleare lo fa in un determinato contesto e per determinati motivi. Se gli Stati Uniti decidono di investire sull’energia nucleare lo fanno in un altro contesto e per altri motivi.

Ricordiamo poi che argomentazioni basate su cosa fanno gli altri e non sul perché lo fanno sono fallaci: nulla ci assicura a priori che quelle siano le scelte corrette. Dopodiché c’è un problema di coerenza: non possiamo prendere ad esempio gli altri paesi solo quando questo va sostegno della nostra tesi.

Mettere il naso fuori dai confini, per affrontare una qualsiasi questione di policy, è utile ed indispensabile, ma poniamoci le domande giuste e chiediamoci sempre i perché.

Economia

Il grande nodo della questione rimangono gli aspetti economici di questa fonte di energia.

I costi del nucleare sono molto elevati e dovuti ad una moltitudine di fattori: la complessità delle strutture necessarie, le problematiche di gestione delle scorie, le operazioni di decommissioning a fine vita degli impianti, etc. Va inoltre considerato che i reattori EPR attualmente in costruzione si sono rivelati più costosi di quanto inizialmente preventivato.

Il problema meriterebbe una discussione che credo sia assolutamente al di fuori della nostra portata. Se per un paese sia o meno conveniente investire in un piano nucleare è qualcosa che va valutato nell’ambito della politica energetica nazionale con valutazioni sul medio-lungo termine.

Una posizione nuclearista in buona fede deve necessariamente vincolare il proprio supporto all’uso di questa fonte energetica all’effettiva convenienza economica di questa scelta. Allo stesso modo, non credo che una posizione antinuclearista possa essere basata solo su considerazioni economiche, trattandosi come detto di valutazioni molto complesse da effettuare.

Due parole sul nostro paese

Pensare che l’esito del referendum possa aprire le porte a massicci investimenti sulle rinnovabili è a mio avviso un’illusione.

La capacità di produzione del fotovoltaico ad oggi installata in Italia andrà a contribuire per circa il 3% del fabbisogno energetico su base annua, a fronte di una spesa di quattro miliardi di euro l’anno per vent’anni finanziata tramite le tariffe. Tale spesa va a gravare per la maggior parte sui principali consumatori di energia, ovvero le industrie manifatturiere. Appare chiaro come ulteriori incentivazioni del fotovoltaico saranno difficilmente sostenibili in termini di spesa per il nostro sistema economico. Ulteriori sviluppi del fotovoltaico dovranno probabilmente attendere la grid parity.

Considerando l’energia eolica, l’equivalente di quattro centrali nucleari si attesta attorno alle diecimila turbine. Se queste fossero uniformemente distribuite sul territorio italiano significherebbe una densità media di una ogni 30 kmq. Ovviamente le aree sufficientemente ventose sono una frazione limitata del territorio nazionale: il massimo sfruttamento della capacità eolica richiederebbe la realizzazione di aree ad altissima densità di pale eoliche. Non credo ci siano motivi per essere davvero contrari ad uno scenario simile, ma si tratterà di opere con un impatto ambientale significativo e con cui dovremmo fare i conti.

Nei prossimi decenni il prezzo di gas e petrolio è destinato a salire. Il gas, che è la migliore fonte fossile disponibile, si esaurirà nel corso di alcuni decenni. Il carbone è quella più abbondante, ma più dannosa in assoluto.

La strada per la soluzione del problema energetico è tutta in salita e questo è un importante motivo, tra i tanti, per pretendere una classe politica all’altezza dei problemi che ci troviamo a fronteggiare.

Concludendo
La discussione del problema energetico è qualcosa di serio e complicato. Come in ogni discussione, ci sono argomentazioni più buone o meno buone. Affinché la discussione sia seria va considerato il problema nel suo complesso, non se ne possono ignorare alcune parti per comodità in particolare quando si valutano le conseguenze di una scelta rispetto ad un’altra. Spesso abbiamo a disposizione molte argomentazioni facili ma poco solide: metterle nel calderone perché tutto fa brodo non è certo il modo migliore per portare avanti un dibattito importante come questo.

È responsabilità di tutti noi impegnarci per alzare il livello del dibattito politico.iMille.org – Direttore Raoul Minetti

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