Libera cultura in libero mercato

di Lorenzo Tondi.

"Book Fractal: The Goods" by B_Zedan

Da quando la sciagurata norma che pone un tetto agli sconti sui libri è stata presentata al Senato dal democratico Riccardo Levi è in corso un interessante dibattito sull’opportunità di regolamentare il settore letterario. Sull’argomento si sono espressi Marco Cassini, della casa editrice Minimum Fax, e Luca Sofri, direttore di “il Post”, che è poi tornato ad affrontare il tema rispondendo a Cassini.

Per chi non fosse al corrente di quello di cui sto parlando, la proposta di legge del senatore Levi sostanzialmente stabilisce un tetto massimo agli sconti che possono essere applicati al prezzo di copertina dei libri. Cito dal Post:

La legge stabilisce che non si possano applicare ai libri sconti superiori al 15 per cento del loro prezzo. Soltanto in occasioni di speciali “campagne promozionali”, da effettuarsi per un periodo non superiore a un mese e comunque mai a dicembre, gli sconti possono arrivare al 20 per cento: ma in quelle occasioni, se vogliono, i librai possono sottrarsi all’applicazione degli sconti. I libri venduti “per corrispondenza”, cioè su Internet, non possono essere scontati per più del 20 per cento. La legge arriverà alla Camera nelle prossime settimane, dove anche quest’ultimo tetto dovrebbe essere portato al 15 per cento.

Questo disegno di legge è scandaloso, perché cerca di istituzionalizzare le esigenze corporativistiche di alcuni soggetti, in passato dominanti nel mercato editoriale ed ora sempre più in difficoltà, garantendo loro una rendita a scapito dei consumatori. Il Post si è giustamente scagliato contro questo progetto, ma mi dispiace dover constatare che in seguito il dibattito ha perso di vista l’oggetto del contendere per abbracciare una visione spesso “romantica” e para-ideologica della situazione.

Cassini nel suo articolo ha l’onestà di riconoscere che quello che gli editori devono recuperare è la costruzione e il mantenimento di un rapporto stabile con i lettori. Poi però inizia una tirata ingiustificata sul loro cedimento al “ricatto del mercato”, e conclude proponendo, come soluzione alla crisi in cui versa il settore, un accordo tra case editrici che le impegni a intraprendere un percorso di “decrescita felice” della produzione letteraria. Secondo l’autore, infatti, il problema dell’industria è di tipo qualitativo: in sostanza le piccole librerie, le case editrici indipendenti e gli autori emergenti sarebbero in difficoltà perché si stampano e si vendono troppi libri brutti. è curioso come un difetto cronico e all’apparenza inestirpabile degli intellettuali della sinistra italiana sia la malsana tendenza ad idealizzare il discorso, a vedere ciò che si sta vedendo non come è effettivamente, ma come si vorrebbe che fosse.

Chi fa un ragionamento del genere inevitabilmente finisce per non cogliere il punto nodale del problema, che non è la qualità dei libri, ma la struttura tecnologica del mercato. In seguito all’informatizzazione dei processi produttivi, alla diffusione su scala planetaria dei personal computer e al collegamento di queste macchine tramite una grande Rete il costo di produzione e distribuzione di un libro cala drasticamente, a patto di venderlo online. Ciò di cui gli editori non si rendono conto (o più probabilmente, a costo di essere malizioso, hanno la piena consapevolezza) è che allo stato attuale della tecnologia il loro è ormai un ruolo parassitario. Gli autori non dipendono più (o dipendono molto meno) dagli editori, perché gli sviluppi della tecnologia hanno reso superflue le fasi intermedie tra produzione e fruizione del bene-libro. Il tempo delle case editrici è finito, sta per arrivare quello della distribuzione online. Tutto questo ha rilevanti effetti positivi sul benessere dei consumatori e sulla quantità di cultura a cui possono accedere, ma gli intermediari di cui sopra non vogliono perdere il loro potere di mercato e fanno pressione per ottenere una legge che garantisca loro la stessa rendita di cui hanno goduto fino ad ora.

Si arriva addirittura a proporre di limitare in qualche maniera la produzione dei libri, di pubblicare meno per pubblicare meglio: credo sia invece necessario dire NO al “razionamento” della produzione culturale, in primo luogo perché probabilmente porterebbe all’aumento del costo medio dell’opera e quindi all’innalzamento del suo prezzo, a danno dei consumatori e a vantaggio esclusivo dell’editore; in secondo luogo perché introdurrebbe un principio inquietante, quello per il quale esisterebbero dei libri oggettivamente “migliori” di altri, la cui vendita secondo Sofri dovrebbe essere favorita dallo Stato. Riporto uno stralcio del post che Luca ha pubblicato sul suo blog il 6 luglio:

Applicando – siamo sempre all’accademia – il percorso televisivo, quello che portò alla creazione del servizio pubblico Rai, si dovrebbe pensare a librerie di stato che vendano o promuovano titoli ritenuti di pubblico interesse, costruendo e aumentando la domanda. Ma sarebbe un progetto impensabile e con molte controindicazioni: tutte quelle che hanno messo in crisi il servizio pubblico radiotelevisivo più molte altre dovute tra l’altro all’esistenza di un mercato già consolidato con molti attori che sarebbero ingiustamente danneggiati da una concorrenza sleale e che sarebbero ulteriormente sospinti verso una funzione unicamente commerciale.
Una mediazione potrebbe essere forse rappresentata da incentivi e stimoli che premino il pluralismo dell’offerta da parte di editori e librai, anche se le implicazioni e le variabili conseguenti ai criteri di applicazione di incentivi sarebbero un bel casino difficile da controllare: come il caso degli abusati finanziamenti ai giornali dimostra. Per esempio, coprire con finanziamenti pubblici un sistema di detrazioni o sconti per libri che vendano un minimo da esserne meritevoli ma meno di un massimo da averne bisogno: rischierebbe di produrre inghippi e trucchi difficili da tenere sotto controllo.

Il problema insolubile che emerge dalla proposta di Sofri, cui lui accenna brevemente, è il seguente: CHI stabilisce cosa è meritevole di essere pubblicato e cosa no? CHI decide a CHI dare gli incentivi o meno? E in base a quale criterio? Un sistema di intervento pubblico nel mercato editoriale che introduca incentivi per alcuni dei prodotti in commercio finirebbe INEVITABILMENTE per costituire una forma di controllo politico sui contenuti pubblicati: e questo è inaccettabile. Luca fa l’esempio della RAI ma sembra quasi sorvolare sul drammatico stato dell’azienda dopo 60 anni di dominio partitico.

Simili ragionamenti insomma ci impediscono di guardare alla realtà: la norma non vuole punire solo la grande distribuzione tradizionale, ma anche e soprattutto le aziende che operano online, come Amazon, Bookrepublic, Scribd e molte altre. Dunque la scelta da compiere è una sola: schierarsi con i vecchi editori, professionisti dell’intermediazione parassitaria, oppure dalla parte dei consumatori, che trarrebbero grandi benefici dall’apertura del mercato alla concorrenza. Io, come avrete capito, scelgo i secondi. Voi?iMille.org – Direttore Raoul Minetti

9 Commenti

  1. Piero

    “i vecchi editori, professionisti dell’intermediazione parassitaria” sono quelli che, da Soncino agli Elzeviri per arrivare a Einaudi e Feltrinelli (nel loro piccolo) hanno dedicato la loro intelligenza imprenditoriale per fare arrivare nel nostro villaggio nazionale (non globale) ammalato di provincialismo e di strapaese una ventata di cultura laica e democratica.
    Temo che questo inno alle “magnifiche sorti e progressive” del tempo di Internet non sia molto lontano da una sorta di “autarchia” intellettuale, in cui “non abbiamo bisogno di nulla” e quindi “possiamo fare tutto da soli”. Sia rispetto al mercato librario nazionale e internazionale, sia rispetto a internet.
    Senza parlare poi di alcuni problemucci terra terra, come il fatto che non tutti i produttori di contenuto sono in grado di produrre contenuti interessanti, la verità non si appura con un sondaggio online, il mercato non sa distinguere il vero dal falso e tante altre storiellette del genere…
    Strapparsi le vesti per la legge sul prezzo del libro significa avere una visione del mercato librario incentrata unicamente sul punto di vista di chi acquista la merce e non si è mai posto il problema di come si fa a produrla, distribuirla e venderla. Significa attaccare il soggetto più debole (gli editori e i librai indipendenti)s enza accorgersi che è il meccanismo delle rese e delle novità a rendere impossibile questa situazione per editori e librai indipendenti.
    Amazon si può permettere di vendere sottocosto, perché ha un tale volano economico (creato sul mercato anglosassone, che è il più grande del mondo) da poter lavorare per anni in perdita nel nostro piccolo paese italofono. Credere che sia giusto assecondarlo sarebbe come pensare che per risolvere i problemi economici italiani basterebbe vendere il Colosseo o la torre di Pisa.
    Comunque, io vorrei tanto che tu avessi ragione e poter pensare che gli editori siano tutti destinati all’autodistruzione. Così d’un tratto le librerie scomparirebbero, i libri si troverebbero agli angoli delle strade, come nel paese della Cuccagna, e la Fiera di Francoforte, quest’anno andrebbe completamente deserta….
    Svegliati, caro. Era solo un sogno! Libri ed editori sono ancora qui. E ci resteranno ancora per un bel po’, almeno finché la gente saprà ancora leggere, esercitare spirito critico sulla cronaca istantanea che internet diffonde (v. Oslo) e almeno finché la gente non verrà eterodiretta online.

  2. ribio

    amico mio (si fa per dire), non hai capito proprio un akka. non ho tempo di spiegartelo. informati, parla con qualche libraio o editore serio e onesto. non ne conosci? datti da fare.

  3. Piero

    @ribio
    dialettica ferrea, non c’è che dire, queste sono le gioie dell’editoria online.

  4. @ribio: parli con me o con piero? In entrambi i casi, fai lo sforzo di esprimere un concetto.

    @piero: Nessuno sta dicendo che gli editori non abbiano svolto un ruolo fondamentale nei decenni passati. Ma questo non implica che dovremmo tenerli anche quando sono inutili, soltanto per una sorta di rispetto nei confronti del loro passato glorioso.

    “Senza parlare poi di alcuni problemucci terra terra, come il fatto che non tutti i produttori di contenuto sono in grado di produrre contenuti interessanti, la verità non si appura con un sondaggio online, il mercato non sa distinguere il vero dal falso e tante altre storiellette del genere…”

    I contenuti non sono interessanti o noiosi perché lo decidi tu. Un contenuto è interessante se, appunto, interessa, cioè se piace, se attira i lettori. Considerata inoltra la massa di schifezze che gli editori pubblicano oggi, oltre ai titoli di qualità, non vedo dove sia il problema. Che il mercato non sappia distinguere il vero dal falso a volte è vero: ma neanche l’editore è infallibile, essendo un essere umano. E neanche i correttori di bozze, né i fact checker. Ti faccio un esempio, prendi “la paura e la speranza” di Giulio Tremonti, Mondadori editore. Libro pessimo, che mi sono letto perché me l’aveva regalato un amico per scherzo. All’interno il grande tributarista si cimenta in un sillogismo, e lo canna. Nel senso che sbaglia a strutturarlo. Gli editori non sono garanzia di correttezza dei contenuti.

    Adesso scopriamo addirittura che i soggetti deboli del mercato sono gli editori. Vada per i librai indipendenti, ma gli editori mi sembrano quelli meno meritevoli di essere compatiti. I librai indipendenti saranno anche un soggetto debole, ma sono soprattutto un soggetto antiquato. Perché non esistono più gli spazzacamini, i ciabattini, ecc.? Perché la domanda di quei mestieri è stata eliminata dal progresso tecnologico. Lo stesso discorso possiamo farlo per i librai e per gli editori: quest’ultimi non sono neanche un soggetto debole, applicano prezzi alti e poi magari si lamentano del fatto che poca gente legge libri.

    “Amazon si può permettere di vendere sottocosto, perché ha un tale volano economico (creato sul mercato anglosassone, che è il più grande del mondo) da poter lavorare per anni in perdita nel nostro piccolo paese italofono.”

    Cioè sostanzialmente lei sta dicendo: siccome Amazon ha avuto successo (e lo ha avuto, aggiungo io, perchè ha un modello di business innovativo) può permettersi di fare prezzi bassi, e quindi va combattuta garantendo ai vecchi player del mercato la possibilità di fare prezzi alti senza perdere la clientela. A rimetterci siamo noi comuni cittadini e consumatori, ma chissenefrega, sai la soddisfazione di sapere che esistono ancora Feltrinelli, Mondadori e Rizzoli, anche se paghiamo un libro 20 euro e lo leggiamo ancora in formato cartaceo?

    “Credere che sia giusto assecondarlo sarebbe come pensare che per risolvere i problemi economici italiani basterebbe vendere il Colosseo o la torre di Pisa.”

    Scusami, ma questa frase non ha senso. Il Colosseo e la Torre di Pisa appartengono allo Stato, gli editori (fortunatamente) no. Se gli editori continuano a produrre in maniera economicamente inefficiente (cioè stampando i libri su carta invece di distribuirli online), perchè dobbiamo rimetterci noi?

  5. Piero

    @lorenzo
    La totale libertà di pubblicare su blog e in generale online non controlla in alcun modo la qualità di quello che si pubblica. Invece il sistema culturale basato sul libro cartaceo ha una serie di meccanismi (solo in parte dipendenti dal mercato), come per esempio la recensione qualificata, che premiano il libro di qualità (che viene “ristampato”). I migliori editori indipendenti italiani si sono affermati garantendo una qualità costante. Il garante di questa qualità è appunto l’editore che sceglie (filtra) a suo capriccio, se vuoi, i libri con cui “costruisce” il suo catalogo.

    I contenuti sono interessanti perché sono nuovi e rilevanti, o perché sono classici, non perché “piacciono ai / attirano i lettori”. Ci sono poi nutrimenti culturali che sono essenziali anche per formare i nuovi autori (o possiamo pensare che gli autori online si riproducano per partenogenesi e non abbiano bisogno di libri cartacei?).

    Il fatto che la casa editrice di Marina Berlusconi pubblichi una ciofeca di Tremonti mi sembra che abbia a che fare più con la politica che con l’editoria. Quindi per favore lasciamolo fuori. Dai tempo al tempo e di quell’autore non si ricorderà più nessuno.

    La mia proposta è quella di
    a) intervenire sul meccanismo delle rese per assicurare una maggiore permanenza dei libri nelle librerie (che significherà, in definitiva, produrre meno titoli ma di migliore qualità)
    b) tassare i titoli che vendono oltre 100mila copie, destinando l’1 per cento a un fondo per gli acquisti delle biblioteche pubbliche italiane.

    Come vedi, nessuna censura preventiva sui contenuti, né protezionismo statalista.

    Chi vive producendo contenuti, non può sostentarsi con i banner, quindi deve per forza percepire dei diritti d’autore, se vuole campare. A meno che non vogliamo in futuro leggere solo scritti di dilettanti e di artigiani del copia e incolla. Questo tuo post è presente già in quattro siti. Quale è quello in cui hai scritto tu e quali sono i “parassiti”?

    Infine a proposito di Amazon: il mercato del libro sarà pure globale, ma noi qui nel Bel Paese parliamo una lingua minoritaria. Allora o ci mettiamo tutti a scrivere (e leggere) libri in inglese, oppure è meglio che per il momento ci dimentichiamo del mercato globale.

    Questo era il senso del mio “vendere Colosseo e torre di Pisa”. Il mercato di massa DEVE esser anglofono. Alla lunga non ci sarà spazio per autori e libri italiani. A meno che non vengano tradotti con Google translator.

    Amazon in Italia non compra dagli editori (sicuramente non da quelli piccoli e indipendenti), compra dai grossisti. E in questo modo strozza i piccoli editori, i librai indipendenti, i traduttori e gli autori. Quanto profitto “parassitario” pensi che resterà su un libro neanche uscito (novità!) che Amazon già vende con il 30 per cento di sconto e spedizione gratuita?

  6. Piero

    Ibrido Amazon

    Quasi a fare sponda al nostro dibattito un po’ claudicante, oggi BBC pubblica un articolo sul futuro dell’e commerce nei paesi in via di sviluppo come la Bielorussia (e l’Italia, dico io) che calza benissimo nel nostro caso.
    http://www.bbc.co.uk/news/business-14234798
    In pratica il negozio e-commerce ideale è quello decentrato (come la libreria indipendente o la cartolibreria-tabacchi-e-giornali di tanti nostri paesi e villaggi di provincia) in cui è presente un touchscreen su cui il cliente può fare direttamente le sue ordinazioni, senza nulla rischiare, con l’assistenza del personale del negozio ed eventualmente seguendo i suoi consigli.
    Il pro è che, con grande dispiacere dei fautori degli e-book a tutti i costi e del copyleft, il libro resta libro, cartaceo, genere merceologico pesante e fastidioso da movimentare (con tutti quegli articoli così diversi). Probabilmente le tipologie commerciali diventano più standardizzate. Però il libro prescelto è rapidamente disponibile, anche senza l’intermediazione, il sorrisino o i commenti non richiesti del libraio. Inoltre il libraio rimane sempre lì a disposizione, garantisce la disponibilità del libro o il rimborso e magari ha anche le sue belle pilette dei best seller, davanti alla cassa se è commerciale, o il suo scaffale di poesia e libri d’arte, se è un “libraio” specializzato.
    Così si raggiunge un compromesso fra “libreria indipendente” e e-commerce online che soddisfa sia amazon sia il libraio indipendente, sia il cliente standard.
    Il contro è che quello che non c’è nel catalogo di amazon non c’è proprio per niente (il libro non ha una vita più lunga, né più sicura) e se per qualche motivo non è nel circuito di amazon, non ci sono versi, sarà impossibile ordinarlo, bisognerà magari scaricarselo e stamparselo in casa, in altre parole, i famosi libri clandestini o magari autoprodotti, magari di qualità imprevedibile, non necessariamente gratuiti, anzi magari molto difficili da trovare. perché naturalmente anche la distribuzione supertecnologica dei libri “nel catalogo ufficiale” ha un costo non indifferente ed ‘ ancora più sensibile al meccanismo di domanda e offerta.
    Insomma, si va verso un doppio binario in cui da una parte c’è la distribuzione ufficiale, computerizzata, con l’ordinazione fatta nel punto vendita, dall’altra c’è la rete che offre ospitalità a libri “fuori catalogo” o non catalogabili, non distribuiti, non ufficiali. (Come di fatto in parte è già anche su Amazon reale. Ma avete mai provato a ordinare un libro un po’ “esoterico” su Amazon? Bisogna armarsi di pazienza e fidarsi del libraio remainders, vedere se ha voglia di spedire in Italia e a che prezzo… )
    La divaricazione fra cultura ufficiale e cultura “altra”, grazie al distributore monopolista online, invece di ridursi, aumenta. La libertà finale del consumatore diminuisce. Le piccole case editrici si adattano (e si fondono) o periscono. La bibliodiversità, in totale, anziché aumentare, diminuisce.

  7. Ti prego di scusarmi se non ti ho risposto subito, in questi due giorni sono stato un po’ indaffarato.

    Questo post è stato pubblicato sul mio blog (la golpe et il lione) e su iMille, ed è stato ripreso da Blogbabel che è un aggregatore di contenuti. Non ci trovo nulla di strano.

    “La totale libertà di pubblicare su blog e in generale online non controlla in alcun modo la qualità di quello che si pubblica. ”

    e perchè questo dovrebbe essere un problema?

    Dire che un libro è “di qualità” non ha senso, vuoi rendertene conto o no? Ogni lettore ha gusti diversi, non puoi avere l’arroganza di sapere quali sono i libri che dovrebbero essere ristampati. Infatti le ristampe vengono fatte quando i libri vendono tanto, non quando sono “di qualità”.

    “I contenuti sono interessanti perché sono nuovi e rilevanti, o perché sono classici, non perché “piacciono ai / attirano i lettori”.”

    Quindi un classico secondo te è per forza di cose interessante? Curioso. Anni fa a scuola mi han fatto leggere “Il giovane Holden” e l’ho trovato privo di qualsiasi interesse. Anche le categorie della novità e della rilevanza sono poco significative: quindi il libro di Scilipoti, che è appena uscito, è per forza interessante.
    Rimaniamo coi piedi per terra, piuttosto. L’unica definizione di “interessante” che possiamo applicare su larga scala è quella secondo la quale una cosa è interessante se interessa il lettore, cioè se piace. In genere più piace, più viene consigliato agli amici; più viene consigliato più vende. Dunque le vendite sono l’unico modo per misurare in maniera oggettiva quanto un libro possa essere interessante,

    “Ci sono poi nutrimenti culturali che sono essenziali anche per formare i nuovi autori (o possiamo pensare che gli autori online si riproducano per partenogenesi e non abbiano bisogno di libri cartacei?).”

    …………..così come li scrivono, possono leggere libri online….

    la mia proposta è lasciare che sia il mercato (e quindi i consumatori) a stabilire quale sia la modalità di produzione culturale migliore. Gli editori possono evitare di scomparire passando definitivamente ala distribuzione online e praticando dei prezzi umani (pagare dai 7 ai 15 euro per un file di testo mi sembra eccessivo). Se così non vogliono fare, saranno destinati all’estinzione. Non vedo per quale motivo la collettività debba sostenere il business di questi signori nonostante la loro incapacità di adeguarsi ai mutamenti tecnologici.

    Il discorso va molto oltre Amazon: prendiamo ad esempio Scribd.com, sito “social” di condivisione e pubblicazione di documenti. Ha 50 milioni di utenti in tutto il mondo, permette di diffondere documenti di propria creazione gratuitamente o a pagamento. Nella modalità a pagamento (lo Scribd store) l’autore pubblica la sua opera, stabilisce il prezzo e lo può variare a seconda di come reagisce la domanda, conserva tutti i diritti sull’opera, percepisce l’80% dei ricavi. Credo che questo sia il futuro dell’editoria.

    Il tuo errore sta nel non comprendere che su internet raggiungere una situazione di monopolio è ben difficile, e anche se venisse raggiunta non avrebbe le conseguenze negative che conosciamo nel mondo offline, perchè sulla rete le barriere all’entrata dei concorrenti sono bassissime, quindi il monopolista per non farsi fregare quote di mercato è obbligato a tenere i prezzi bassi.

  8. Piero

    Internet è una cosa, i libri sono un’altra.
    Se dico che il medium è il messaggio non sbaglio, giusto?
    La qualità nell’editoria è a livello minimo la mancanza di refusi. Negli ultimi tempi molti lettori (tu stesso a proposito del sillogismo fallato di Tremonti) si lamentano della scarsa qualità dei libri in commercio. In compenso gli sconti sono aumentati alla grande. Il compito dell’editore è appunto quello di valutare la qualità. Alcuni editori lo sanno fare meglio altri peggio. Il mio discorso prima dai Soncino (editori famosi per l’accuratezza delle loro edizioni) a Feltrinelli era abbastanza chiaro. Gli Elsevier hanno pubblicato fra le altre cose l’Anatomia del Gray, in cui la precisione e l’esattezza hanno potuto salvare vite umane. Questa io la chiamo qualità, è un dato oggettivo e non un mio ghiribizzo. Che poi ci siano ottimi editori che sono mal distribuiti non toglie che siano ottimi editori.
    Il fatto che tu non trovi “classico” Salinger non significa che non esistano classici. I libri non vengono ristampati perché vendono ma perché sono necessari, e vengono venduti perché sono necessari in quel momento. Scusami ma ho qualche opinione al riguardo. Anche questa è la funzione dell’editore: tenere in catalogo quello che ritiene necessario. Se il mercato ci ha abituati a pensare altrimenti, è un problema tutto italiano, frutto della preponderanza del mercato sull’esigenza editoriale. La collana dei Millenni di Einaudi è scomparsa da quando Einaudi ha cambaito padrone. Invece la perpetua disponibilità delle pagine su internet (finché paghiamo il provider) non garantisce che quei contenuti siano necessari. La moltiplicazione dei contenuti in progressione esponenziale ci creerà alla lunga qualche problema. L’idea che la cultura sia una merce e che il mercato si autoregoli (2 idee) sono opinabili. Potremmo discutere all’infinito su questi argomenti.
    Comunque vedi bene che ci siamo inoltrati in una discussione sui massimi sistemi, mentre il problema da risolvere era molto più terra terra. Se l’editoria cartacea abbia ancora legittimo diritto di esistere o meno, secondo se deve tagliarsi le vene e lasciare il passo all’editoria online. Lasciamo che siano i quotidiani (qualità effimera) a fare per primi questo passo. Personalmente non ho niente in contrario a rinunciare a pile di giornali vecchi in cantina. Ma ai miei libri ci tengo. E penso di non essere l’unico. ps. Scribd.com mi ha scambiato per un latinoamericano, proponendomi contenuti in catalano, secondariamente Pigmalione di Bernard Shaw. Dove è la differenza con un Project Gutenberg un po’ saccente (tipico difetto degli editori)? Mi dispiace, ma alla panacea di Internet non riesco a crederci. Le magnifiche sorti e progressive, tsk!

  9. Io non sto dicendo che dobbiamo vietare all’editoria cartacea di continuare ad esistere, sto soltanto dicendo che non dobbiamo prolungarne artificialmente la vita con misure protezionistiche. Gli editori possono sopravvivere benissimo anche facendo il loro lavoro online.
    Il mercato editoriale attualmente è malato anche perché è straordinariamente concentrato: ci sono pochi grandi editori che si spartiscono le quote: Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, gli altri sono già molto meno presenti. Dunque non capisco per quale motivo impedire lo sviluppo di un mercato concorrenziale su internet debba farti reagire in maniera così piccata.

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