di Alessandro Giovannini
Il duplice attentato in Norvegia, dopo un primo e naturale sentimento di compassione, suggerisce a noi Europei di intraprendere una profonda riflessione sul modello di coesione che vogliamo costruire: come coniugare l’esigenza di multiculturalismo con il rampante nazionalismo? I sistemi culturali europei sono in grado di gestire questi crescenti scontri di civiltà? Trovare una risposta a questi ed ai molti altri interrogativi sollevati dalla vicenda non è facile, ma risulta certamente necessario se si vuole mettere il progetto di integrazione europea su un binario sicuro.
A noi Italiani offre, però, un ulteriore spunto di riflessione, seppur di livello molto inferiore: in questi giorni, infatti, abbiamo assistito ad uno spettacolo non certo edificante su alcuni giornali nazionali, capaci di mostrare come a volte mal gli si addica l’epiteto “testata giornalistica”.
Le prime pagine del day after
Venerdì pomeriggio la notizia dell’esplosione nel pieno centro di Oslo e della strage sull’isola di Utoya appariva a tutti noi come il ripetersi del copione tragico a cui, ahimè, siamo stati abituati dal 2001: il terrorismo islamico aveva colpito ancora. Una conclusione scontata non solo per un pubblico comune dal momento che SkyTg24 nell’edizione delle 21 ospitava un esperto di sicurezza il quale affermava con tranquillità che la pista islamica era praticamente certa. Ma una cosa sono i telegiornali 24/24h costretti a lavorare sull’immediato, a colmare ogni evento con considerazioni “a caldo”, un’altra cosa sono i giornali, deputati ad un’analisi maggiormente posata e approfondita dei fatti. O almeno questo è quello che ci si aspetta.
“Sono sempre loro: ci attaccano”. Questo è il titolo che sabato mattina si poteva leggere a tutta pagina solo su alcune copie de il Giornale (tra cui quella della Rassegna Stampa della Camera dei Deputati): dopo il sommario in cui si bollava la stage come “vendetta di Al Qaida dopo la prima morte di Bin Laden”, la prima pagina continuava con un virulento editoriale del deputato Fiamma Nirenstein che, parlando di “guerra dell’islamismo alla nostra civiltà”, mostrava come il fondamentalismo islamico minava, ancora una volta, le basi della pace occidentale. Il motivo per cui il giornale del 23 luglio è stato pubblicato con una duplice prima pagina è oramai chiaro a tutti: infatti, una volta compreso nella notte che il responsabile della strage era un Norvegese, Sallusti è riuscito a modificare in corsa il titolo d’apertura trasformandolo in un mesto “strage in Norvegia”. Il direttore è stato però costretto a lasciare lo stesso editoriale (ad eccezione di un politicaly-correct “se verrà confermata l’ipotesi”), non potendo stravolgere il taglio dell’intero giornale a poche ore dalla pubblicazione.
Il cambio in corsa non è però riuscito a Libero, uscito in edicola titolando “Con l’islam il buonismo non paga”. Nel suo articolo Andrea Morigi sentenzia senza paura: “che sia un episodio di guerra santa, è indubbio”. Il giorno dopo Maurizio Belpietro cerca nel suo editoriale di “metterci una toppa”, spiegando ai propri lettori che “solo nella notte le autorità norvegesi hanno fatto sapere che il sospettato numero uno è sì un fanatico, ma biondo e sedicente cristiano nemico dei musulmani”. Certo, è da intendersi sul significato di “notte”, ma forse le 23.15 non è poi così tardi per leggere un lancio di agenzia e dare un’informazione veritiera ai propri lettori.
Giusto per completare il quadro anche il Foglio e il Tempo si sono lasciati prendere dalla facile lettura islamica degli attentati: Giuliano Ferrara pubblicava sulla prima pagina del Foglio “Oslo sotto attacco ricorda che Al Qaida ce l’ha con la Norvegia”, mentre Mario Sechi nel suo editoriale ci mostrava come l’attacco ad Oslo rappresenti l’attacco simbolico di Al Qaida alla pace, dal momento che lì viene assegnato il premio nobel, appunto, per la pace.
È bene chiarire che qui non si tratta tanto di confusione nel riportare una notizia, di aver confuso un arabo con la kefiah, con un Norvegese che nulla a che a vedere con l’Islam, se non il fatto di odiarlo. La questione è invece legata alla concezione stessa del giornalismo: compito di un giornalista è riportare una notizia e darne una chiave di lettura, non avere una propria ideologa e piegare la notizia al servizio di questa. Affermare con decisione e senza appello che con questo nuovo attacco da parte dell’Islam si assiste alla “Fine dell’illusione. Rischia anche l’Italia”, è semplicemente fare pura disinformazione: significa inventare una notizia, così da poterla rendere pienamente corrispondente alla propria idea.
Infine, si potrebbe obiettare che l’intera questione nasca da un’impossibilità di comprendere l’accaduto prima della stampa del quotidiano: anche ammettendo l’assenza di dolo, non si capisce perché, nella totale incertezza, emettere sentenze definitive contro gli attentatori islamici prima di un quadro completo. Rischiare di offrire ai propri lettori una visione totalmente errata della vicenda, dovrebbe rappresentare un rischio in termini di perdita di credibilità che un giornale difficilmente è pronto a sostenere. Mostrare come tutte le altre testate, consce di ciò, fossero riuscite ad adottare una più cauta misura di buon senso, potrebbe apparire alquanto scontato. Ma il fatto che addirittura La Padania, per cui l’aggettivo “cauto” non è certo appropriato, aveva semplicemente titolato “si pensa alla matrice islamica”, può far riflettere gli eminenti giornalisti di queste testate.
Il capolavoro di Feltri
Ma la qualità del giornalismo in questione non ha limiti, ed un altro esempio ci è offerto da questo articolo a firma di Vittorio Feltri “Quei giovani incapaci di reagire”. Feltri avrà giustamente pensato che non essendo più possibile etichettare la strage norvegese come l’attacco dell’Islam all’occidente, gli spunti di riflessione rimasti sono effettivamente pochi. Riflettere sul perché sentimenti xenofobi e ultranazionalisti stiano crescendo sempre più in Europa e come questo rappresenti un reale problema per la stabilità costruita in questi anni, sarebbe una riflessione forse banale, da non proporre ai propri lettori.
L’idea geniale è quindi quella di interrogarli con una domanda che mai mi sarei aspettato di poter leggere su un giornale: perché i giovani norvegesi presenti sull’isola di Utoya non hanno attaccato l’attentatore? Una riflessione che, al limite, si può forse fare al bar con gli amici, non sulla prima pagina di un giornale: dopo tre secondi di riflessione ci si accorge, infatti, della totale assurdità di parlarne davanti alla morte di 90 persone. “E’ incredibile come in determinate circostanze ciascuno pensi soltanto a salvare se stesso, illudendosi di spuntarla, anziché adottare la teoria più vecchia (ed efficace) del mondo, l’unione fa la forza”. Riuscire ad estrapolare da questo evento la codardia dei Norvegesi è davvero qualcosa che va oltre il comune intelletto.
Dibattere qui sul fatto che di quei 500, molti erano bambini tra i 10 e 16 anni, che il terrore in quei momenti non lascia spazio alla razionalità, sarebbe dare un senso ad un articolo che ne è completamente privo. La risposta migliore davanti all’idiozia di questo articolo arriva, ancora una volta dalla rete: Twitter infatti, sulla scia dell’esperienza Pisapia, si è presto riempito di: “I Puffi erano tanti, c’era anche Forzuto. Potevano sconfiggere Gargamella”, o ancora “Non capisco perchè i giapponesi non fermano il reattore, Lui è solo, loro sono in tanti” , ed infine “In 500 persone manco uno aveva il numero di Chuck Norris?”.
Non si tratta solo di cattivo giornalismo
Semplificazioni, conclusioni superficiali e mistificazioni non possono essere derubricate come semplici episodi di mancata professionalità, come “cattivo giornalismo”. La posta in gioco quando si parla di informazione è troppo alta: “La democrazia è il potere di un popolo informato”. Sebbene Alexis De Tocqueville già nell’800 ci ricordava l’importanza del quarto potere, quest’ultimo ha assunto un ruolo oggigiorno fondamentale nella nostra società: l’informazione d’attualità è divenuta la principale fonte di conoscenza sul mondo sociale per la maggior parte di noi e il ruolo del giornalista si è trasformato lentamente in quello di guida nella comprensione di una realtà complicata, multiforme e in continuo divenire. Se si inceppa il meccanismo informativo, se si offre al lettore/cittadino/elettore una visione alterata della realtà (o peggio ancora lo si distoglie dall’analisi di quest’ultima, con articoli vuoti e senza senso) è il meccanismo democratico stesso che risulta a rischio, e che in definitiva finisce, articolo dopo articolo, per incepparsi.iMille.org – Direttore Raoul Minetti








L’enormitá di quanto successo, mette ognuno di noi davanti ad un baratro sconfinato, che siamo incapaci di decodificare secondo i normali strumenti in nostro possesso.
Ognuno di noi reagisce, aggrappandosi a quello che ha.
Alcune persone hanno poco; alcuni “sedicenti” giornalisti pressocchè niente.
Per fortuna anche molti tra i lettori del Giornale hanno commentato negativamente quel pezzo osceno.
Io ero talmente disgustato che ho tentato di ritrarre Feltri in tutta la sua bruttezza: http://eddaje.wordpress.com/2011/07/26/ritratto-di-vittorio-feltri/
Il mio omaggio alla Norvegia in questo momento terribile.
http://pico.co.it/2011/07/24/jens-stoltenberg-e-il-mio-presidente-del-consiglio/
Vorrei fare un solo appunto a un ottimo articolo, del tutto condivisibile e sensato. O meglio, più che un appunto, un’osservazione sul modo di rispondere a certi interventi indefinibili di “giornalisti” (che in realtà dovrebbero essere stati radiati e mai riammessi all’Ordine, se l’Ordine applicasse davvero i propri principi etici e professionali ma vabbé altra questione).
In vari commenti all’ultima scemenza di Feltri ho notato che si obietta quasi più al contesto che non al contenuto della sua tesi ‘giovani indeboliti egoisti che non hanno saputo/voluto difendersi e sacrificarsi ecc.’, quasi come se la ripugnanza di una tale tesi fosse solo questione di ‘bad timing’, di cattivo gusto, di sconvenienza vista la tragedia e il lutto. E invece no, è proprio un chiaro esempio di disinformazione anche questo – manipolazione e omissione di fatti per piegarli all’argomento prediletto del ‘vedi che è sempre comunque colpa di x’, come fate notare appunto con la voluta gaffe dei titoloni prematuri.
Quindi il problema non è che una tesi del genere starebbe forse meglio confinata tra discorsi di amici al bar – io almeno l’avessi sentita al bar avrei obiettiato citando gli stessi dettagli e dati di fatto, riportati da tutti i giornali e tv e media, il Signor Feltri ha comodamente ignorato, a cominciare da questi (noti e stranoti – chiedo venia – ma val la pena di far notare come sono assenti dal suo ‘ragionamento’):
- il terrorista era armato, con tanto di mitragliatrici, tutti gli altri sull’isola erano disarmati, e in nessun precedente caso di killer impazziti che sparavano a raffica sulla gente nessuno è mai riuscito a disarmare il killer prima dell’arrivo delle forze dell’ordine o del suicidio del killer stesso
- era vestito da poliziotto, e ha attirato a sé i ragazzi dicendo proprio che era stato mandato dopo la bomba di Oslo (di cui nel frattempo tutti avevano saputo anche sull’isola) per proteggerli, e gli ha allegramente sparato addosso a distanza ravvicinata, quindi quelli non hanno avuto manco il tempo di scappare
- ci sono stati in realtà svariati esempi di eroismo vero e proprio, sia da persone presenti sull’isola (ho letto almeno un paio di storie di persone che per salvare alcuni dei ragazzi sono morte, una era una delle organizzatrici del campo, l’altro è addirittura un parente di uno dei reali di Norvegia), sia da turisti che campeggiavano di fronte, che hanno preso le barche e hanno caricato i ragazzi che si erano buttati a mare, ignorando il loro stesso rischio di finire sotto il tiro del pazzo perché sono arrivati anche vicino all’isola dove lui continuava a sparare
- c’erano anche storie su come i ragazzi stessi si sono aiutati gli uni con gli altri, quelli a mare appena arrivavano le barche segnalavano subito chi aveva più bisogno urgente di essere portato a riva, e quelli rimasti sull’isola si sono aiutati a nascondersi, quelli che non ce l’hanno fatta sono stati trovati abbracciati tra loro
E altre storie simili che continuano ad uscire. Quindi in realtà, non è nemmeno vero che “il terrore non ha lasciato spazio alla razionalità” – quei ragazzi nonostante la loro giovane età hanno reagito nel miglior modo possibile in una situazione di un killer armato fino ai denti travestito da poliziotto che sparava a raffica su un’isoletta da cui non c’era via di scampo.
Scusatemi davvero se ripeto cose ovvie, e viene davvero la nausea anche a pensare di ribattere a un argomento così squallido come quello di Feltri, da una parte non andrebbe nemmeno degnato di attenzione ma se lo si segnala, credo sia importante far i pedanti con fatti per denunciare la disinformazione, altrimenti si rischia di metterla tutta sul piano del gusto e dello stile e della morale e dei punti di vista, che è darla vinta a un’altra tattica ahimé vincente di chi fa disinformazione di una vita.