di Michele Ballerin.
Chi fino ad oggi era convinto che il sole sorge ad est, che i fiumi vanno al mare, che la neve cade d’inverno e che domani, dopotutto, è un altro giorno potrebbe trovarsi costretto a rivedere le sue certezze, una per una: gli Stati Uniti stanno rischiando la bancarotta. È probabile che l’uomo della strada consideri tuttora impossibile una simile eventualità, o che corra a rifugiarsi in un cinema pomeridiano per farsi rincuorare da uno di quei filmoni USA che esistono, strillano e si agitano per ricordarci che il sole sorge sempre ad est, e soprattutto non tramonta mai sugli Stati Uniti d’America.
Chi invece ha seguito passo passo l’evolvere della crisi finanziaria, e non si era fatto troppe illusioni sullo stato dell’arte di qua e di là dall’Atlantico, è sì stupito, ma per un’altra ragione: gli Stati Uniti rischiano la bancarotta pur di risparmiare i loro miliardari. Chiunque abbia assistito in questi giorni al braccio di ferro fra i mastini repubblicani e un malconcio, esasperato Obama dovrebbe aver rilevato il lato surreale della situazione; dovrebbe, perché spettacoli simili si ripetono raramente nella storia delle nazioni, e vanno goduti. La più grande potenza del mondo sembra disposta a fare la stessa fine dell’Argentina pur di coccolare fino all’ultimo i suoi Paperoni: tutto – tutto – ma che non un centesimo esca dalle loro tasche. Chi legge queste righe se la sentirebbe di sostenere una posizione simile davanti all’America e al mondo? E se sì, con quale faccia?
Ora portiamoci in Italia, dove la situazione è simile e ci tocca da vicino. L’ultima finanziaria – Vajont annunciato e prontamente verificatosi – è venuta a cancellare brutalmente le ultimissime illusioni degli ultimi illusi. Adesso dovrebbe essere chiaro ad ogni italiano dove va il barcone Italia: a tutto vapore verso il suo iceberg. Chi fino ad oggi stentava ad arrivare alla fine del mese dovrà rinunciare una volta per tutte a questa pretesa. Chi stava ragionando sull’opportunità di avere un altro figlio farà bene a comprarsi un cane, meglio ancora un criceto. Chi si lasciava tentare dalla sfida di inseguire all’estero i propri sogni di realizzazione personale faccia la cosa più intelligente: ceda di schianto alla tentazione. Lo faccia finché è ancora in tempo – finché può permettersi il prezzo del biglietto.
Il succo della manovra è chiarissimo e ci ripropone lo stesso spettacolo surreale che si dà a Broadway in queste ore: tutto – tutto – ma che nessuno turbi la tranquillità di quel 10% di italiani che detiene, inutilmente, il 44% della ricchezza nazionale. Surreale, ma anche abbastanza agghiacciante, perché quando si dice “tutto” si intende esattamente “tutto”: non c’è traccia di un’imposta sui grandi patrimoni, non c’è traccia di una seria progressività fiscale che tuteli i redditi medi e prema su quelli più alti, non c’è traccia di imposte speciali sui grandi beni di lusso né di tagli apprezzabili ai lussi della politica; c’è invece il massacro “lineare” degli sgravi fiscali che somministravano agli italiani, fino a ieri, gli ultimi litri di ossigeno. Se ne evince, nel complesso, che avere già collezionato otto milioni di poveri non è un buon argomento per tassare i milionari e risparmiare asili nido e disabili. Si colpisce nel tenero, e lo si fa con tutta la forza che rimane. La parola d’ordine è: nessuna pietà.
La domanda invece è: saranno disposti gli italiani a tornare nella povertà, saltando a ritroso un paio di generazioni, pur di lasciare intatte le grandi ricchezze? La nostra personale risposta (ma potremmo sbagliarci) è: no. Vedremo tra breve – al più tardi questo autunno – se le piazze italiane ci daranno ragione o torto. Nel frattempo il fatto surreale se ne sta lì, sul tavolo della politica, e troneggia.
Se non altro, abbiamo ora l’occasione di misurare fino a che punto ci ha spinti il folle volo di una crescita che si credeva infinita mentre poneva un’ipoteca dopo l’altra sul futuro di due o tre generazioni. Possiamo guardarci intorno, strabuzzare gli occhi e valutare che cosa resta di qualsiasi parametro etico o semplicemente razionale. Forse siamo davvero giunti in quella terra di nessuno della morale che Nietzsche, cent’anni fa, auspicava: siamo al di là del bene e del male. Da qui in avanti tutto è possibile, tutto può apparire normale e accettabile. Ma si deve essere disposti a pagarne le conseguenze.
Le obiezioni che solitamente si muovono contro una tassa sulle grandi ricchezze sono talmente leggere che ci si aspetterebbe di vederle volare via come palloncini, e svanire nell’azzurro. Ci sono economisti disposti a giurare che la conseguenza sarebbe un drammatico calo dei consumi. Ma se interroghiamo il postino, o il tabaccaio di fiducia, saremo facilmente rincuorati: togliete 1.000 euro a chi ne spende 200.000 per una barca a vela e la sua propensione al consumo non si sposterà di un millimetro.
Si mettano l’anima in pace gli ineffabili paladini dei patrimoni: i consumi sono a terra perché l’italiano medio è allo stremo. Date fiato al suo modesto reddito – con qualsiasi mezzo – e avrete qualche chance di risollevare i consumi e, con i consumi, l’intera economia.
Con la patrimoniale succede una cosa strana: tutti sanno che si rende necessaria col trascorrere dei giorni, tutti sanno che sarebbe legittima e assolutamente ragionevole, tutti sanno che toglierebbe poco ai pochi italiani che hanno troppo per dare respiro ai molti che hanno troppo poco e sempre meno; molti fingono di indignarsi ogni volta che l’idea fa timidamente capolino. Questo balletto può anche divertire, ma è pressoché certo che abbia i giorni contati. È da troppo tempo che il re dell’economia se ne va in giro nudo, sotto gli sguardi imbarazzati dell’opinione pubblica. C’è bisogno di un ragazzino impertinente che punti il dito e strilli la ridicola verità.
Avanti, monello! Ti stiamo aspettando.
iMille.org – Direttore Raoul Minetti








Una curiosità, qual’è il reddito minimo e il patrimonio minimo di quel 10%?
I dati sulle distribuzione della ricchezza nazionale, che ci hanno fatto tanto discutere l’anno scorso, provengono da una ricerca della Banca d’Italia pubblicata nel 2009 (http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2010/suppl_67_10.pdf).
I dati più disaggregati che ho trovato indicano che il 10% di famiglie abbienti (in tutto 2.380.000) possiede in media 1.547.750 euro.
Per altri dettagli… buona ricerca!
@Michele,
è considerato anche il valore della casa di residenza in quel dato?
Sì, naturalmente. Il grosso del patrimonio è immobiliare: nel 2009 erano 5.413,4 miliardi (4.832,2 miliardi soltanto in abitazioni) su un totale di 8.588,1 miliardi.
Volevo fare notare, a margine di questo articolo, che, oltretutto, quei pochi fortunati che detengono la maggior parte della ricchezza nazionale, hanno anche la tendenza ad evadere le tasse portando capitale all’estero e arricchendo altri paesi. Su Repubblica di oggi c’è un articolo che sottolinea proprio come, nonostante l’ultimo ridicolo tentativo del governo di fare rientrare capitali dai paradisi fiscali, la tendenza sia sempre quella di metterli sempre di più al riparo dalla tassazione, indipendentemente da quanto questa possa essere mantenuta a livelli più o meno alti. Se poi pensiamo a tutte le forme di evasione fiscale praticabili anche in Italia, il quadro si fa agghiacciante e il cerchio si chiude. Ho l’impressione che ne vedremo delle belle…
@Michele.
Allora credo che la prima casa vada scorporata da quel dato sul patrimonio, perchè non è in alcun modo una fonte di reddito. Se no ci metti dentro anche una famiglia con un reddito normale, ma che abita da quarant’anni in una buona casa in centro a Milano o a Roma, e che comunque, non potendola vendere, si arrabbata come chi abita da qualche altra parte a parità di reddito.
Dalla replica di Stefano Fassina a Veltroni che al Lingotto 2 proponeva la patrimoniale:
“La possibilità di un’imposta straordinaria sul patrimonio l’abbiamo discussa a lungo per la preparazione del documento di Varese. Poi, l’abbiamo scartata perché sarebbe massimamente regressiva data la composizione e la residenza del patrimonio italiano. Va segnalato, infatti, che quasi 60% del patrimonio italiano è costituito da abitazioni, quasi tutte di residenza, l’11 da conti correnti, poi ci sono i titoli di stato. In altri termini, il 47% del patrimonio italiano detenuto dal 10% dei proprietari più ricchi è prevalentemente di natura finanziaria, in larga misura custodito all’estero, spesso in paradisi fiscali, da società estere, come emerso dal condono-scudo fiscale voluto dal Ministro Tremonti. Insomma, per arrivare ad un gettito significativo si dovrebbero tartassare pesantemente i proprietari dell’abitazioni di residenza o le famiglie possessori di titoli di Stato o di conti correnti bancari.”
@Stefano: sì, quello di Fassina è il classico argomento che contesta la patrimoniale sulla base del gettito potenziale e della fattibilità del rincorrere i capitali finanziari esteri. E’ quello regolarmente tirato in ballo da tutti ed ha, ovviamente, molta ragionevolezza.
Tuttavia, mi permetto di sostenere che è un argomento parziale e che il punto che sostiene Michele sia di natura più generale. Alcune osservazioni:
1) credo che questa idiosincrasia a toccare il mattone sia davvero eccessiva. In fondo tutti diciamo che togliere l’ICI alle prime case dei più ricchi è stata una bestialità. Insomma, una qualche forma di tassazione anche sulla proprietà della prima casa a mio giudizio non dovrebbe essere un tabù, anche perché bene o male i proprietari sono pur sempre più ricchi di quella quota di popolazione che una casa in proprietà non ce l’ha. Ovviamente una tassazione lieve sulla proprietà anche della prima casa non significa per forza “tartassare” i proprietari (qui su iMille ho anche scritto a proposito di una tassazione energetica delle abitazioni, che sarebbe un modo diverso di tassare il patrimonio casa…)
2) Il fatto in sé che una patrimoniale orientata sopratutto alla ricchezza finanziaria (non da titoli di stato) darebbe poco gettito NON significa che tale operazione non sia una operazione giusta. Ragionare pragmaticamente va bene, ma ci sono dei momenti nella storia nei quali occorre anche dare segnali politici. I 15 milioni di euro di risparmio nelle spese del Quirinale di cui si parla in questi giorni non risolveranno certo i problemi del debito pubblico, ma sono una operazione giusta in sé….
3) Il punto di Michele mi sembra proprio questo: al di là della tecnica, che è sicuramente importante e che può portarci a individuare soluzioni operative diverse o molteplici (tassazione delle transazioni invece o oltre che del patrimonio, ecc.), la questione è che una sinistra riformista degna di questo nome dovrebbe recuperare in pieno l’obiettivo della redistribuzione del reddito ANCHE per via fiscale. In un mondo dove le diseguaglianze fra i paesi e ancor di più dentro i paesi stanno esplodendo in modo scandaloso, non si può far pagare sempre gli stessi con la SCUSA che far pagare i ricchi è maledettamente difficile.
Se no, che ci sta a fare la sinistra?