La (de)crescita riformista

di Corrado Truffi.

foto: ingirogiro

Uno degli editori de iMille, Marco Simoni, valente economista e scienziato della politica, sulla lista di discussione del gruppo, è stato tranchant quando qualcuno ha scritto qualcosa a proposito della decrescita. Ha detto che l’Italia è da tempo in decrescita e che in Italia ciò che serve è una cosa che si chiama crescita. Punto. Del resto, il neo governatore della BCE Draghi è stato osannato un po’ da tutti per la sua recente prolusione alla Banca d’Italia sul “tornare a crescere”.

La crescita, però, non arriva e, del resto, non si capisce bene come potrebbe arrivare a forza di tagli forzati e rapidi alla spesa pubblica in nome della riduzione del debito. Per quanto molti dicano il contrario, è davvero difficile immaginare politiche di crescita efficaci mentre si attua una veloce politica recessiva. D’altra parte, tutti sappiamo che la montagna del debito accumulato dalla maggior parte degli stati occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti e dall’Italia, non consente di riproporre allegramente il vecchio modello keynesiano del deficit spending, né quello liberista dello sviluppo trainato dal credito e dai mutui facili ai consumatori e alle famiglie.

Insomma, il motore della crescita sembra essersi inceppato nei paesi sviluppati per motivi strutturali e, forse, per qualcosa di più profondo: strutturalmente, da un lato il meccanismo di finanziamento della crescita (prima pubblico poi privato) è andato fuori controllo, dall’altro la produttività, secondo motore della crescita assieme alla finanza, cresce meno rapidamente o non cresce per niente, perché è ormai evidente una crisi della disponibilità di risorse e del ritorno energetico degli investimenti.  Più in profondità, la soddisfazione che proviamo nel consumare sempre più beni è messa in crisi da stress e insoddisfazione: l’evidente (e statisticamente ampiamente provato) divorzio fra crescita del ben-essere e crescita del PIL nei paesi sviluppati è un segnale che, forse, è semplicemente illusorio ostinarsi a basare il nostro futuro sulla crescita dei consumi.

La situazione è certamente diversa nei BRIC o nei paesi del quarto mondo, dove ci sono ancora spazi di crescita e dove la correlazione fra crescita del PIL e del ben-essere è ancora stretta e diretta. E tuttavia, quei paesi hanno avuto la sventura di arrivare dopo di noi, e si trovano quindi di fronte a un altro limite, che riguarda tutti: il limite della disponibilità delle risorse e della distruzione degli equilibri ecologici.

Eccoci al dunque, al sospetto che qualunque strategia che speri di “tornare alla crescita” – sia affamando la bestia dello stato a forza di strappi liberisti, sia tornando all’investimento pubblico – sia destinata non solo al fallimento, ma soprattutto rischi di provocare più danni che benefici: più distruzione ambientale, cambio climatico, drammi e povertà che nuovi posti di lavoro e sicurezza (per tacere della felicità).

In altre parole, il sospetto è che l’unica cosa da fare sia trovare un modo “dolce” per adattarci a una lunga decrescita economica, prima nei paesi occidentali, quindi in tutto il mondo. Pena, nelle versioni più apocalittiche (ma ahimè non così irrealistiche), la fine della società umana come la conosciamo.

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In quest’articolo vorrei provare a sostenere la bontà degli argomenti a favore di un cambio di paradigma che faccia, finalmente, abbandonare il totem della crescita quantitativa agli economisti di qualsiasi orientamento. Al tempo stesso, vorrei provare a chiarire perché, a mio giudizio, le radicaleggianti ipotesi di “decrescita felice” alla Latouche siano mal fondate e facciano più male che bene alla causa di un nuovo modello di ragionevole “sviluppo”.

Insomma, sono alla ricerca di una decrescita riformista.

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Occorre fare un piccolissimo viaggio nelle teorie economiche (ovviamente senza pretesa di essere esaustivi né rigorosi), per toccare con mano come, a un certo punto della nostra storia, la teoria economica prevalente si sia letteralmente dimenticata dei limiti fisici, ossia della scarsità che è connaturata a un mondo finito.

D’altra parte, le varie teorie della scarsità non sono sempre così soddisfacenti né complete: Malthus, che vedeva nella crescita della popolazione oltre i limiti naturali della disponibilità di cibo il meccanismo che avrebbe portato alla crisi, è stato largamente smentito dai fatti, perché non aveva tenuto in alcun conto l’effetto del progresso tecnico nell’aumentare la produttività. Ricardo, con la sua analisi dei rendimenti decrescenti delle terre, raffina quella stessa idea secondo la quale si giungerebbe infine ad uno stato stazionario per mancanza di terre abbastanza fertili. Certo, il commercio internazionale e la teoria dei vantaggi comparati fornisce a ciascuna nazione, nel modello di Ricardo, spazio per superare quei limiti. Ma, una volta esaurito il mondo, siamo da capo. Anche qui, però, la rivoluzione verde dagli anni ’60 in poi si è incaricata di dimostrare che la tecnologia è in grado di allontanare assai il momento nel quale saranno disponibili solo terre “marginali”, e che le stesse terre marginali magari tanto marginali non sono. Stanley Jevons, in bizzarra contraddizione al suo ruolo di fondatore delle teorie marginaliste che avrebbero, di lì a poco, occultato in modo profondo il problema della scarsità agli occhi degli economisti, individua con molto acume il paradosso che porta il suo nome: tanto più una risorsa (il carbone) è sfruttata in modo sempre più efficiente, e quindi a prezzi più bassi, tanto più se ne consuma portandola all’esaurimento. La risposta al paradosso, tuttavia, potrebbe essere la solita: finito il carbone, ecco a voi il petrolio. Finito il petrolio, vai con il gas metano. Poi, useremo i gas non convenzionali, e così via all’infinito. Keynes, consapevole delle potenzialità della crescita dello stock di capitale e della produttività, affronta i limiti di questa crescita da un diverso punto di vista. Per lui, semplicemente, il modo futuro finirà per arrivare a un punto nel quale i bisogni materiali sensati siano tutti soddisfatti e, quindi, sia sufficiente meno lavoro per stare tutti bene. Come sappiamo, tuttavia, il consumismo non sembra avere limiti e la bella profezia di Keynes non sembra realizzabile per via volontaristica.

Com’è finita questa storia? Con un’economia mainstream che, sulla base dell’idea neoclassica che basti aumentare stock di capitale e popolazione per ottenere qualunque livello di produzione, si è, di fatto, dimenticata di considerare qualsiasi limite alla crescita. E con scelte politiche, conseguentemente, ignare di questi limiti.

Chi ha messo in dubbio radicalmente questo modo di ragionare che ha messo fra parentesi i dubbi malthusiani, ricardiani o alla Jevons, è stato Georgescu Roegen, il primo economista capace di contestare il meccanicismo delle teorie economiche in nome della legge fisica dell’entropia. Il processo economico è doppio: da un lato, c’è il ciclo economico, dalla produzione al consumo; dall’altro, c’è il ciclo delle risorse energetiche e materiali consumate per produrre e consumare. Che sono per definizione e per legge fisica dell’entropia, destinate a finire. L’economia produce troppo output fisico non riutilizzabile, e ogni ciclo economico non può che peggiorare le cose. A prescindere da qualsiasi innovazione tecnica.

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La risposta al modo di vedere le cose di Georgescu-Roegen (o di quanti hanno provato a verificare in termini di modelli di previsione i limiti dello sviluppo, come nel celebre studio del club di Roma e in tutti i suoi numerosi epigoni), passa oggi per l’idea del “disaccoppiamento” fra la crescita economica e quella del consumo delle risorse. L’idea è che la velocità del progresso tecnico possa essere sufficiente a compensare il consumo di risorse a parità di output. Un argomento che può essere declinato in molte varianti, e che io stesso a suo tempo ho provato a sostenere, ricordando che la crescita del PIL, che è crescita monetaria, può essere largamente basata sull’immateriale, nella quale quindi il contenuto di risorse non rinnovabili necessario a produrre una unità di PIL sia decrescente. Nella stessa direzione, recentemente Fitoussi e Laurent hanno parlato di due frecce del tempo, la prima che dà conto dell’entropia dei sistemi, che porta inevitabilmente al disordine, e la seconda che dà conto dell’aumento delle conoscenze, che consente di conservare l’ordine dei sistemi e del mondo.

Peccato che i dati di fatto, che si sono già incaricati di smentire le teorie della scarsità di tipo maltusiano o ricardiano, sembrano ormai altrettanto duri nello smentire la possibilità del disaccoppiamento. O, per lo meno, rendono molto problematico credere che il disaccoppiamento possa consentire la prosecuzione del business as usual.

Possiamo toccare con mano il problema ragionando su una formula:

I=P×Y×T

dove I=Impatto ambientale della produzione,

P=livello della popolazione,

Y=livello del reddito,

T=intensità tecnologia della produzione

Posto che le risorse sono finite e che l’impatto ambientale dovrebbe smettere di crescere (o, come vedremo fra un attimo, addirittura decrescere in certi campi), è chiaro che solo se T migliora più velocemente di quanto “peggiora” (cioè cresce)  il prodotto P x Y, si ottiene uno “sviluppo sostenibile”.

Se misuriamo T con l’intensità di CO2 per $, sicuramente una buona misura dell’impatto ambientale della produzione, scopriremo che l’equazione è sistematicamente peggiorata nel corso del tempo, a partire dagli anni ’70: sebbene l’intensità tecnologica sia sensibilmente migliorata in questi anni, l’effetto delle altre due variabili è stato comunque tale da peggiorare la situazione. E oggi, come sappiamo, gli obiettivi di riduzione della CO2 a 450 ppm implicherebbero non solo che T = P x Y, ma addirittura che T migliori molto più rapidamente di quanto P X Y peggiorino.

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Che fare, dunque? I teorici della decrescita felice hanno la risposta: decrescere, ridurre, cambiare modello, localizzare le produzioni, tornare ad un mondo più basato sullo scambio locale. Le loro ricette oscillano fra la totale ingenuità volontaristica, nella quale legioni di illuminati con le loro pratiche cambiano il mondo, a soluzioni di ingegneria fiscale per cambiare per tale via il modello di sviluppo. Posto che, in questa seconda direzione, a mio giudizio ci sia davvero molto da fare, restano molto convincenti le feroci parole scritte a suo tempo da un critico di parte marxista:

Non è chiaro se Latouche immagini un processo in cui sempre più persone comprano i suoi libri, si convincono della bontà delle sue idee, si danno appuntamento in piazza o in altro luogo «conviviale» e cominciano a concertarsi su come attuare il programma delle «otto R», ma non ci sembra di intravedere altro modo per produrre il presupposto indispensabile al suo obiettivo. E se la «pedagogia delle catastrofi» rivendicata nell’ultimo capitolo del suo libro genera proposte politiche del genere, sovviene per la «decrescita» un distico caro a Marx: «là dove mancano i concetti / s’insinua al momento giusto una parola».

Il problema, con l’ipotesi di “decrescita felice”, è duplice.

Da un lato, la sua base teorica è schematica e assai fragile, perché assume solo il limite fisico delle risorse e confonde la crescita del PIL con quella delle quantità fisiche prodotte. Un marxista come quello appena citato direbbe che confonde il valore d’uso con il valore di scambio, e accetta l’idea marginalista che i prezzi siano misura di scarsità. Senza scomodare il filosofo barbuto, anche solo guardando la formula sopra ricordata, è chiaro che i limiti fisici dell’attuale modello di sviluppo sono enormi, ma è altrettanto chiaro che esistono comunque vasti margini di manovra. Lavorare sull’intensità energetica della produzione è una concreta possibilità – che difficilmente potrà essere perseguita inseguendo modelli di ritorno all’arcadia.

Dall’altro lato, la proposta politica della decrescita è altrettanto fragile: possiamo certo auspicare maggiore frugalità nei nostri modelli di consumo, e personalmente, da ciclista e gestore di un orto urbano, credo sia buona cosa provare a muoversi e a consumare meno e meglio. Sperare che con ciò si cambi il mondo, è per lo meno dubbio.

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Alla fine di questo viaggio, spero si vedano bene due cose: che è inutile continuare a perseguire la “crescita” a qualunque costo, dato che è una crescita sempre più sconnessa all’aumento della felicità e del ben-essere umani. E che è errato credere che non sia possibile un nuovo sviluppo sostenibile, fondato sull’equazione T < P x Y e, quindi, I decrescente. Quella che ho chiamato decrescita riformista.

Restano da definire quali siano le ricette di politica economica e sociale necessarie a definire questo tipo di decrescita. Idee convincenti in merito, in realtà, ce ne sono moltissime, sparse ad esempio in due dei libri segnalati qui sotto. L’importante, a mio giudizio, sarebbe che i decisori politici le prendessero in considerazione nella loro interezza e, soprattutto, che gli economisti – tutti – che per il loro ruolo attuale influenzano massimamente il business as usual del nostro mondo, facessero finalmente i conti con ciò che effettivamente non funziona nelle loro teorie (e, quel che più conta, nelle pratiche che ne derivano).

Bibliografia

John Maynard Keynes, Possibilità economiche per i nostri nipoti, Adelphi

Nicolaus Georgescu-Roegen, Energia e Miti economici, Boringhieri

Giorgio Ruffolo, Lo specchio del diavolo, Einaudi

Jean-Paul Fitoussi, Èloi Laurent, La nuova ecologia politica, Feltrinelli

Peter Barnes, Capitalismo 3.0, Egea

Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli

Stefano Bartolini, Manifesto per la felicità, Donzelli

Tim Jackson, Prosperità senza crescita, Edizioni AmbienteiMille.org – Direttore Raoul Minetti

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