L’Europa ha bisogno di un “piano E”

di Alessandro Giovannini.

foto: Daryl Marquardt

A più di un anno dall’inizio ufficiale della crisi del debito europeo (con l’adozione del piano di salvataggio per la Grecia), la situazione finanziaria dell’Eurozona non sembra essersi né risolta, né tantomeno incamminata su un percorso sicuro verso una sua definitiva risoluzione. L’Europa è riuscita, finora, a mettere in campo un totale di €172 miliardi per supportare finanziariamente i paesi in difficoltà (Grecia, Irlanda e Portogallo, GIP), dapprima grazie all’impiego di prestiti bilaterali, successivamente all’utilizzo di strumenti di finanziamento europei: questa cifra, che rappresenta circa il 2% del PIL dell’Eurozona, appare enorme se si considera lo sforzo politico necessario per ottenerla, ma potrebbe essere destinata ad aumentare di ben dieci volte se i leader Europei non saranno in grado di trovare presto una soluzione definitiva alla crisi del debito europeo.

Salvare anche la Spagna e l’Italia, quanto può costare?

In queste ultime settimane abbiamo assistito ad un assaggio di quali possono essere gli effetti del “contagio” su altri Paesi europei: i pericoli non vengono solamente dall’esposizione della banche europee nei confronti dei paesi a rischio, ma soprattutto dalle reazioni dei mercati finanziari. Come risultato della speculazione e del nervosismo di questi ultimi, Spagna ed Italia hanno subito un aumento del rendimento dei propri titoli di Stato decennali di circa l’1% dall’inizio del mese, toccando così i più alti livelli dal lancio dell’Euro nel 1999. Se l’atteggiamento degli investitori non dovesse mutare, questi due Paesi sarebbero presto costretti a non potere accedere ai mercati per finanziare il proprio debito; non ci sarebbe, quindi, altra alternativa che ricorrere ai  finanziatori istituzionali (EU e FMI) come hanno già fatto in quest’ultimo anno i paesi GIP. Anche ammettendo che questa sia la strada giusta da intraprendere, quanto potrebbe costare un ipotetico programma per Spagna ed Italia? I passati programmi ammontavano indicativamente al 45% del PIL del Paese assistito: queste cifre risultano finanziariamente sostenibili da parte degli altri membri dell’Eurozona se il PIL in questione è dell’ordine delle centina di miliardi di euro (150/200) come nel caso dei GIP, ma completamente impossibili se questo ammonta a migliaia di miliardi di euro (1000/1500) come nel caso di Spagna ed Italia (il cui PIL congiunto ammonta al 28% di quello dell’Eurozona). Anche ammettendo un supporto del Fondo Monetario Internazionale pari ad un terzo del programma (come avvenuto fino ad ora), la cifra che l’Europa dovrebbe mettere in campo sarebbe pari a circa €800 miliardi, l’8% dell’intero PIL dell’Eurozona: si passerebbe così dal “too big to fail” del 2008 al “too big to save” del 2011.

Considerando anche un secondo piano per i GIP (che difficilmente riusciranno a tornare a finanziarsi sul mercato entro il 2014), il conto finale per l’Europa sarebbe pari a circa €1.190 miliardi. Giusto per avere qualche termine di paragone, il totale delle contribuzioni nazionali al bilancio europeo per il 2011 è pari a €108 miliardi, il totale dell’attivo della Banca Centrale Europea è pari €1.900 miliardi e l’ammontare delle riserve versate di quest’ultima è pari a €5.000 miliardi. Appare evidente che una risposta coraggiosa e risolutiva va quindi cercata ora, senza troppi indugi: l’Europa non può infatti permettersi (anche solo economicamente) che la crisi del debito contagi anche Spagna ed Italia.

Scenari per un futuro salvataggio di tutti i paesi della periferia dell’Euro Zona (mld €)
Totale dei piani europei Risorse esterne
Grecia 80 30
Irlanda 40 23
Portogallo 52 26
TOTALE 172 79
Possibile nuovo piano per la Grecia 71 33
Possibile nuovo piano per l’Irlanda 70 -
Possibile nuovo piano per il Portogallo 76 -
TOTALE 389 112
Possibile piano per la Spagna 325 162
Possibile piano per l’Italia 477 238
TOTALE 1.190 512
Ammontare finale come % del PIL europeo 12%
Calcoli dell’autore

La politica europea nell’affrontare la crisi

Si potrebbe obiettare che la crisi del debito sovrano europeo è alquanto ampia e complessa e che negli ultimi tredici mesi si è fatto il massimo per gestirla al meglio: analizzando le grandezze macroeconomiche in questione, appare come il totale del PIL dei paesi attualmente in difficoltà (i GIP) sia pari al 6% rispetto al totale dell’Eurozona, mentre il valore del loro debito pubblico al 2% del totale degli asset del sistema bancario della stessa. Una volta compresa l’entità del problema, non sembra così avventato affermare che questa crisi avrebbe potuto, e dovuto, essere gestita meglio a livello europeo. Certamente le economie GIP (nonché Spagna e Italia) hanno la loro dose di responsabilità nel non essere state capaci di gestire il loro debito pubblico, e nel non rassicurare i mercati finanziari con manovre incisive di finanza pubblica. D’altra parte, è indubbio che in quest’ultimo anno i leader Europei non si sono mostrati all’altezza del compito di traghettare l’Euro fuori dalla bufera. Il bilancio complessivo è alquanto amaro: una politica economica comune paralizzata da veti incrociati dei singoli paesi, forti pressioni nazionali contrarie ad una condivisione dello sforzo europeo, mancanza di visioni strategiche e idee valide per il futuro dell’Euro.

In questa situazione i mercati finanziari hanno colto la debolezza strutturale delle istituzioni europee e hanno iniziato a dubitare del futuro stesso dell’Euro. Cinque anni fa, la zona Euro registrava una crescita economica robusta e un boom finanziario straordinario. Oggi, solo il 57% di oltre 300 Senior Executive intervistati dell’Economist si aspetta che la zona Euro continuerà ad esistere nella sua attuale forma nei prossimi cinque anni. L’incremento dei rendimenti dei titoli di Stato spagnoli e italiani a cui abbiamo assistito questi giorni non è stato dettato principalmente da motivazioni macroeconomiche: indubbiamente, Italia e Spagna non stanno facendo ancora abbastanza in termini di crescita e contenimento della propria spesa pubblica, ma i loro fondamentali non sono così disastrosi da giustificare una reazione di tale ampiezza. In altre parole, questo aumento non è altro che il costo dell’esitazione Europea. George Papandreou, il primo ministro greco, nella lettera inviata la scorsa settimana al Presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Junker, affermava “non importa cosa faccia la Grecia, se l’Europa non prende una decisione giusta, collettiva ed energica, si rischia un nuovo, e forse globale, collasso del mercato”. La crisi del debito, non è una crisi greca, irlandese, portoghese, ma è una crisi Europea, con connotati non solo economici, ma politici.

La via di uscita è più Europa, non meno Europa

Il cuore dell’Unione Europea, oramai, è composto da un’unione economica fatta di diciassette nazioni, un’unica moneta, un’unica politica monetaria: fino a pochi anni fa il sogno era quello di estendere questa unione, con una lungimirante visione che portasse alla creazione di un unico mercato capace di trasferire risorse dai paesi più ricchi a quelli più poveri (e viceversa) e trasformare l’Europa in una vera potenza economica. Che fine ha fatto questo progetto, cosa è successo con la crisi? Attualmente la disoccupazione è pari al 4,3% in Austria, al 12% in Portogallo e al 20% in Spagna. In Estonia è stimata una crescita nel 2011 del 4.9%, in Germania del 2.6%, in Grecia del -2.5%. Come è possibile governare una tale eterogeneità in modo comune e cooperativo? Fino al 2008, la risposta era: tramite una politica monetaria comune. La BCE infatti, attraverso la fissazione di un tasso d’interesse unico, aveva il compito di rendere maggiormente omogenee le economie dell’Eurozona. Dal 2001, grazie ad una politica monetaria comune, si è effettivamente assistito ad un trasferimento di risorse verso i paesi meno sviluppati (catching-up): se da un lato questo ha portato una maggiore prosperità economica alle economie in questione, dall’altro ha alimentato in alcuni di essi una crescente inflazione, un’aumentata dipendenza dal capitale estero e bolle speculative di cui oggi paghiamo il prezzo.

L’ultimo decennio ha quindi dimostrato che l’Euro è una moneta incompleta: ha infatti una Banca Centrale, ma non un Ministero delle Finanze comune. In altri termini, è un’unione monetaria, non un’unione economica. La presa di coscienza di questa mancanza, però, non deve essere un pretesto per abbandonare la visione originaria, anzi deve essere da stimolo per adottare il piano che serve ora all’Europa. Il “piano E” è quindi un piano Europeo: questa crisi è un’opportunità che non si può perdere, che deve essere raccolta e portare verso una maggiore, non una minore, integrazione europea. Sia Jean Claude Trichet, il presidente della BCE, che Jacques Attali, il presidente fondatore della BERS, che la nostra Emma Bonino hanno apertamente chiesto la creazione di un Ministro delle Finanze dell’Eurozona. Ovviamente, non si tratterebbe di centralizzare tutte le spese governative dei Paesi in un’unica entità (obiettivo irrealistico, inapplicabile e forse anche inefficiente), ma di creare una vera regia comune europea capace di governare e ridurre gli squilibri macroeconomici presenti nell’Eurozona. Non si può pensare che la politica monetaria possa permettere da sola quel catching-up che, in Italia (considerando il Nord e il Sud), la politica monetaria e fiscale non sono riusciti a realizzare in 150 di Unità.

Ogni libro di macroeconomia, keynesiano o neoclassico che sia, prevede per una corretta governance dell’economia l’utilizzo congiunto e coordinato sia della politica monetaria che di quella fiscale. Ma esso richiede necessariamente un forte slancio politico in senso europeista, che alla luce degli ultimi mesi difficilmente si può scorgere all’orizzonte: può la coppia Merkel/Sarkozy essere veramente comparata con Schuman/Monet, Adenauer/De Gaulle, Kohl/Mitterand? La risposta spetta al lettore, insieme ad alcune considerazioni conclusive, forse utopistiche: se l’Eurozona fosse veramente un’unica nazione, il suo debito pubblico sarebbe pari all’88% del PIL (contro il 99% degli USA), il suo deficit pubblico si aggirerebbe attorno al 4,4% del PIL (contro il 10,8% d’oltreoceano) e con questi fondamentali probabilmente il tasso d’interesse per rifinanziare il proprio debito si aggirerebbe attorno al 3%. Un mondo decisamente migliore di quello esistente!iMille.org – Direttore Raoul Minetti

4 Commenti

  1. Ringrazio l’autore per il quadro di dati che ci ha fornito. Lo ringrazio anche per lo slancio Europeista con il quale informa le sue conclusioni, ma qui vorrei – da realista, con qualche esperienza sul campo – ricordare come ci siamo sbattuti la testa, in questi anni, per (tentare di) sistemare gli assetti istituzionali dell’Unione. La struttura che abbiamo ora, oltre ad essere quella politicamente possibile, presenta delle potenzialità da sfruttare per tentare di gestire al meglio l’Unione Economica e Monetaria, pur in presenza (o in carenza, potremmo dire) di una adeguata Unione Fiscale.

    Vediamo insomma se, con questi strumenti di Governance Economica Rafforzata che ci siamo dati, o che stiamo ancora approvando in questi mesi, riusciamo a ricondurre le aporìe entro limiti gestibili, e ricordiamo che la tempesta si è creata per motivi in buona parte esogeni – intendo la crisi economico-finanziaria mondiale -, mentre per quelli endogeni – debiti nazionali/amministrazioni nazionali deficitarie o deficienti/economie nazionali sbuffanti – i problemi erano in parte noti e da risolvere comunque, da parte dei singoli Paesi.

  2. Federico Martire Federico Martire

    Renzo, apprezzo il tuo realismo. E’ giusto tenere i piedi per terra e capire limiti e possibilità all’interno di un contesto oggettivamente complesso e limitato da intrecci istituzionali articolati e spesso in contraddizione tra loro.

    C’è però bisogno di uno ‘slancio europeista’ come quello che Alessandro suggerisce. Io lo appoggio in pieno, e ogni qualvolta ne abbia occasione ricordo la necessità di riforme istituzionali profonde per rilanciare il processo di integrazione europea. E’ proprio in questa fase – difficile politicamente ed economicamente, caratterizzata dall’assenza di leader ‘visionari’ che sappiano disegnare l’EU che sarà tra 20-30 anni – che c’è bisogno di coraggio e scelte forti. Altrimenti si cade.

    Le decisioni dei leader dell’Eurozona di ieri (o meglio, le decisioni della Merkel imposte agli altri) vanno però nella direzione opposta. Altro che ‘Piano Marshall per la Grecia’: a me sembra un altro placebo che non risolve la questione strutturale della crisi dell’area Euro. Alessandro parla giustamente di ‘ministro delle finanze EU’, cui potremmo aggiungere la necessità di una (quasi) unione fiscale (recentemente ne ha scritto in maniera molto forte la Fondation Schuman): è su questo che dobbiamo puntare! più integrazione politica e, di conseguenza, (macro)economica. Il vivere alla giornata degli ultimi 10 anni non ci ha portato quasi da nessuna parte.

  3. Diego Sabatinelli

    Ottimo articolo di Giovannini, che condivido in pieno: anche in questo caso il problema è sostanzialmente politico, ed il futuro politico europeo è dei sognatori, o non c’è futuro politico.

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